SINOSSI

È una mattina di fine dicembre del 1783, l’aria odora di neve, anche se i palermitani sanno che è solo un’impressione: a Palermo non nevica mai. Tra le mura del convento di San Francesco, accade qualcosa di insolito: la cella di fra’ Gerlando è rimasta chiusa, nessuno l’ha visto nemmeno al Mattutino. Dietro quella porta, l’orribile scoperta: il corpo esanime del frate, gli occhi strabuzzati dal terrore, il viso gonfio, una schiuma biancastra agli angoli della bocca.
Per lo speziale non ci sono dubbi: è veleno. Anche se quell’uomo di Dio non pareva avere un nemico al mondo. A parte forse l’anziana donna con cui, il giorno prima, c’era stato un misterioso incontro, alla fine del quale il frate era apparso turbato. «Quella vecchia è la Morte» aveva commentato. Ma non è l’unico mistero, perché il nome del frate compare in una lista insieme a quello di un barone morto lo stesso giorno, con gli stessi sintomi. Lista che ora si trova nelle mani di Maurizio Belmonte, uomo di fiducia del Viceré, che non crede alle coincidenze e teme che anche altri siano in pericolo.
Per le strade si sussurra di preghiere speciali. Preghiere che si pagano a peso d’oro e che, dicono, possono far ammalare. Possono uccidere. Ma Belmonte non crede nemmeno alle fatture, è uomo dei Lumi. Eppure i morti sono reali e ora anche la donna che ama, Sofia Schulz, la pittrice che ritrae i defunti dell’aristocrazia, sembra affetta da un morbo incurabile.
Il veleno è l’arma di chi conosce la pazienza, e non richiede coraggio né la violenza di un attimo di follia. Belmonte dovrà immergersi nell’oscurità di un rancore coltivato nel silenzio, cercare la verità lì dove il sacro e il profano si confondono e un maleficio si paga come una messa.
RECENSIONE
Palermo, alla fine del Settecento, è tutto tranne che una città addormentata. È un crocevia di idee che si scontrano, un luogo dove il vecchio e il nuovo si guardano senza incontrarsi.
Da un lato la Massoneria, arrivata attraverso i canali dell’aristocrazia più aperta, porta con sé il fermento dei Lumi parigini: ragione, uguaglianza, un’idea di progresso che promette di scardinare privilegi vecchi di secoli. Dall’altro lato resiste un blocco conservatore, ancorato ai propri titoli e alle proprie rendite, che guarda a quelle novità francesi con sospetto e disprezzo. Palermo, insomma, non accoglie l’Illuminismo, lo subisce, lo combatte nei salotti buoni e nelle sagrestie, perché la struttura sociale della città resta rigidamente feudale.
Sono i primogeniti a ereditare tutto mentre le sorelle cadette vengono, spesso, avviate al convento quasi come un destino scritto fin dalla nascita. Dietro le grate di un monastero si consumano vite intere, vocazioni vere e vocazioni imposte, in un intreccio che la Palermo nobiliare considera normale amministrazione del patrimonio di famiglia.
Ed è proprio nei salotti dell’aristocrazia – le celebri Conversazioni – che questo mondo mostra il suo volto più ambiguo. Sono luoghi dove nascono amori proibiti e gelosie feroci, dove si intrecciano alleanze politiche sotto forma di pettegolezzo e dove, quando la ragione e la fede non bastano più a spiegare un lutto improvviso o un amore non corrisposto, si ricorre volentieri a chi promette risposte più immediate: fattucchiere di quartiere, male preghiere sussurrate contro un nemico, mazzi di tarocchi consultati a lume di candela
È una Palermo che si crede razionale di giorno e superstiziosa di notte, capace di discutere di Voltaire in un salotto e di rivolgersi a un’erborista di vicolo la sera stessa.
È in questo intreccio, barocco nel senso più pieno del termine, che si narra la vicenda de Le avvelenatrici, in una città che nasconde la morte dietro le feste, la superstizione dietro la fede, e il potere dietro la discendenza.
Tutto questo è Le avvelenatrici, un racconto bellissimo proprio perché non cerca espedienti, un’opera dalla trama semplice ma condotta con una genialità affilata.
È la dimostrazione di come, nella narrativa, meno sia davvero di più; non servono intrecci barocchi quanto la città che li ospita, non servono colpi di scena accumulati uno sull’altro. Bastano i personaggi, bastano una storia e un tempo.
Sobrietà il leitmotiv!
Al centro di tutto, il veleno: l’arma più sottile e, in un certo senso, più meravigliosa che si possa immaginare, perché non si limita a colpire, ma richiede sapienza. Serve conoscenza di erbe, di dosi, di tempi unitamente a una passione che va intesa in ogni sua accezione possibile: passione come ossessione, come cura minuziosa del dettaglio, come amore deviato che si trasforma in disciplina scientifica. È questa doppia natura a rendere il veleno il simbolo perfetto di una città che sa essere elegante e spietata.
E a Palermo, si sa, non si vive soltanto nei palazzi e nei salotti: si vive anche nei conventi, mondi apparentemente sigillati che in realtà ospitano alcune fra le personalità più influenti dell’epoca. Perché la clausura, paradossalmente, non significa affatto chiusura: dentro quelle mura dimorano donne di rango e di intelletto su cui l’autorità civile ha ben poca presa.
Adelaide, principessa di Cattolica, è una di loro. Monaca per condizione ma studiosa per vocazione, poetessa e quasi medico per passione, riesce a entrare in contatto con le menti più brillanti del proprio tempo nonostante le grate che dovrebbero tenerla ai margini del mondo. Lì dove ad altre è negato tutto, a lei, per censo ed intelligenza, è concesso tutto o quasi.
Sullo sfondo di questa Palermo in bilico tra ragione e superstizione si sente l’eco di Cagliostro. Uno degli uomini più oscuri e controversi del Settecento europeo, capace di muoversi fra alchimia, magia e inganno con un’abilità che ancora oggi resiste a ogni tentativo di classificazione.
La sua ombra si poserà sull’abate Galland, figura anch’essa controversa, che sarà l’ospite preferito delle “Conversazioni” con la principessa di Cattolica.
E poi ci sono i tarocchi, o meglio, tutto ciò che a Palermo si consulta quando la curiosità per il proprio destino diventa necessità. Nel suo rifugio fatiscente vive Nunzia, che legge i Santuzzi, piccole figure di santi che nelle sue mani smettono di essere pura devozione per diventare presagio.
Da lei si va per sapere, ma non solo: si va anche per chiedere, con discrezione, quelle “preghiere” che nel linguaggio popolare servono a cambiare un destino, pratiche che vivono a metà strada fra la fede popolare e qualcosa di più oscuro, mai nominato apertamente ma perfettamente compreso da chi bussa a quella porta.
È in questo sottobosco di sospetti, superstizioni e convenienze che si annida l’intrigo che il Barone di Belmonte dovrà dipanare, affiancato da un Viceré la cui colpa principale, agli occhi della città, è quella di essere troppo illuminato per i gusti dei palermitani che “contano”. Perché a Palermo, sotto lo sfarzo delle Conversazioni e la devozione ostentata delle chiese, vige una legge non scritta ma ferrea: non si sgarra. Gli equilibri di potere, di sangue e di silenzio si difendono a ogni costo, e chi prova a scardinarli, che sia un Viceré troppo moderno o una verità troppo scomoda, lo fa sapendo di muoversi su un terreno pericoloso.
Questo è Le avvelenatrici. Un libro che, una volta scoperto, è impossibile non amare: geniale nella sua semplicità, capace di costruire un intero mondo (storico, sociale, quasi sensoriale) senza mai appesantirlo.
I personaggi restano sopra le righe dall’inizio alla fine, sempre presenti, sempre riconoscibili, perché l’autrice compie una scelta tanto rara quanto audace: consegna al lettore il “colpevole” già da subito, senza nasconderlo dietro depistaggi artificiosi o colpi di scena posticci.
Non è un giallo che si regge sul mistero dell’identità, ma su qualcosa di più raffinato: il come e il perché. Ed è proprio in questa scelta, apparentemente rischiosa e che pochi autori si possono permettere, che si misura tutta l’eleganza e la genialità sorprendenti di un romanzo che non ha bisogno di artifici: gli basta raccontare, con precisione e senza fretta, una storia che già di per sé è incredibilmente affilata.
Un pensiero per Adelaide
È, forse, il personaggio in cui il libro condensa il tutto, ricchezza, intelligenza, acume, a cui viene negato l’unico bene che nessuna dote può comprare, la libertà. La reclusione non scelta trasforma ogni sua qualità in energia senza sfogo: l’intelligenza, privata di un mondo su cui esercitarsi, si ripiega su sé stessa e diventa ossessione. La gelosia che la divora non è quindi un vizio, ma l’esito di una vita costretta in uno spazio troppo piccolo per una mente troppo grande.
Ed è qui che il veleno trova la sua logica più significativa. Le erbe degli speziali, semplici, quotidiane, presenti in ogni casa, anche nei conventi, come rimedio o come condimento, diventano l’arma perfetta proprio perché appartengono al linguaggio della cura, del focolare, della farmacia domestica.
Chi meglio di una donna reclusa può trasformare il sapere minuto e sottovalutato delle erbe in uno strumento di dominio?
Ma la gelosia di Adelaide non ha bisogno di un rivale per crescere, si autoalimenta. Nasce dalla solitudine, si rafforza nel potere nascosto che lei stessa sa di avere, un potere tanto più forte quanto invisibile, che trova terreno fertile in una componente narcisistica non dichiarata, quel bisogno di essere centro assoluto.
Ne esce non una vittima semplice né una semplice avvelenatrice, ma un ritratto complesso e per certi versi ammirevole: una donna che, non potendo esercitare la propria eccezionalità nel mondo, la trasforma in una forma oscura ma innegabile di potere.
MAGNIFICA.
Cosa penso?
“Il veleno è un linguaggio, una disciplina, un'arte che richiede misura e sapienza. Va maneggiato con cura, dosato con saggezza e, infine, dispensato con noncuranza”
TITOLO: LE AVVELENATRICI
AUTORE: SILVANA LA SPINA
EDITORE: NERI POZZA
GENERE: giallo storico – narrativa italiana
AUTRICE

Silvana La Spina, nata a Galliera Veneta da padre siciliano e madre veneta, è una delle voci più originali della narrativa italiana contemporanea. Dopo gli studi e un matrimonio poi annullato dal Tribunale della Rota Romana, si è trasferita a Catania, città che, insieme alla Sicilia tutta, è spesso protagonista delle sue storie.
Nei suoi romanzi intreccia temi di forte impatto sociale con atmosfere intense e simboliche, attingendo al noir, alla storia e alla mitologia.
Ha esordito nel 1987 con Morte a Palermo, dove introduce il personaggio del commissario Santoro. Ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il Premio Chiara nel 1993 con Scirocco e il Premio Grinzane Cavour con L’amante del Paradiso (1997). Tra le sue opere più note si ricordano Uno sbirro femmina, La bambina pericolosa e La continentale.
Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo L’uomo del Viceré (Neri Pozza, 2021), Angelica (Neri Pozza, 2022), Un rebus per Leonardo Sciascia (Marsilio, 2025).
Oltre alla narrativa, ha firmato anche un saggio divulgativo sulla criminalità organizzata: La mafia spiegata ai miei figli (Bompiani, 2006).

