A tu per tu con Maurizio De Giovanni: le notti dei Bastardi, i figli e quel confine sottile dove nascono le storie
Ci sono incontri che assomigliano più a una conversazione tra vecchi amici che a un’intervista.
È successo così anche questa volta.
Poche lettrici, poche blogger, tutte da anni dentro l’universo narrativo di Maurizio De Giovanni. Un incontro online organizzato da Einaudi per parlare di Figli per i Bastardi di Pizzofalcone, il nuovo capitolo della saga dei Bastardi di Pizzofalcone.

Ma più che una presentazione, è stato un viaggio dentro le stanze private dei personaggi.
E forse anche dentro quelle dell’autore.
Fin dalle prime battute De Giovanni lascia intuire qualcosa che noi, leggendo il romanzo, avevamo già percepito: le storie dei Bastardi sono arrivate a un punto in cui non possono più restare sospese.
Le loro vite chiedono decisioni.
Alex e Rosaria guardano a un futuro che non è semplice da immaginare.
Romano è arrivato a un bivio emotivo che non riguarda soltanto l’amore.
Palma e Ottavia si trovano davanti a scelte che non possono più essere rimandate.
«Molte di queste storie erano arrivate al pettine» racconta De Giovanni.
«Erano situazioni che dovevano essere decise.»
Ed è proprio da qui che nasce Figli.
Non come tema scelto a tavolino, ma come una conseguenza naturale delle vite dei personaggi.
I Bastardi: specchi delle nostre vite
Chi legge De Giovanni da anni lo sa: nei suoi romanzi il caso investigativo è importante, ma non è mai il centro.
Il centro sono le persone.
E parlando di Figli, l’autore lo conferma con una semplicità disarmante:
«I Bastardi sembrano strani, sembrano diversi, ma in realtà siamo noi.»
Perché ognuno di loro porta al lavoro ciò che vive a casa, e porta a casa ciò che accade sul lavoro.
È un movimento continuo, umano.
«Non c’è niente di più sbagliato che pensare che le persone possano separare davvero le due cose.»

È da questa consapevolezza che nasce la dimensione più intimista del romanzo.
Un libro in cui, per la prima volta con tanta forza, i Bastardi non sono soltanto poliziotti.
Sono figli.
Sono genitori.
Sono persone che di notte restano sveglie a pensare.
E qui De Giovanni racconta una delle immagini più belle della serata.
Di notte, dice, quando non riesce a dormire, guarda le luci accese nei palazzi.
Quelle poche finestre illuminate alle tre o alle quattro del mattino.
«Perché c’è quella luce accesa?» si chiede.
«Se pensi davvero a quella luce, troverai tutte le storie che ti servono.»
Ogni finestra è una paura.
Ogni luce è un pensiero.
E quelle luci, in fondo, sono i Bastardi.
Un luogo prima ancora dei personaggi
Durante l’incontro emerge anche una riflessione che cambia il modo di guardare alla saga.
A differenza delle altre serie di De Giovanni – come quelle dedicate al commissario Ricciardi o a Mina Settembre – I Bastardi di Pizzofalcone non sono una storia di personaggi.
Sono una storia di luogo.
«I Bastardi sono il racconto di un posto» spiega l’autore.
Un commissariato, un quartiere, un pezzo di Napoli.
I personaggi possono cambiare, evolvere, persino sparire.
Il luogo resta.
E dentro quel luogo continueranno ad arrivare nuove vite, nuovi poliziotti, nuove storie.
È una prospettiva che apre scenari affascinanti.
E allo stesso tempo lascia emergere una sensazione difficile da ignorare: quella di essere vicini alla fine di un ciclo.
L’ascolto: l’arma segreta di De Giovanni padre

Il cuore del romanzo, naturalmente, resta il tema della genitorialità.
Un legame che De Giovanni racconta senza retorica, con la delicatezza di chi lo conosce da entrambe le prospettive.
Durante l’incontro parla dei suoi figli con una tenerezza semplice.
Racconta che ogni giorno si telefonano.
Ogni giorno.
E ogni giorno la conversazione inizia con una domanda identica:
«Come stai?»
Una domanda che sembra banale ma che, in realtà, apre uno spazio necessario.
«Non hanno bisogno di consigli, né di aiuto.
Hanno bisogno di orecchie.»
E in quel momento capisce una cosa.
Lui faceva lo stesso con sua madre.
Pensava di telefonarle per sapere come stava.
In realtà lo faceva per parlare di sé.
È lì che si crea il cerchio.
Perché essere figli e essere genitori, in fondo, non sono esperienze così diverse.
«È lo stesso legame visto da due lati.»
Il rispetto per il dolore
A un certo punto la conversazione tocca anche il genere crime.
Perché De Giovanni continua a scrivere storie di delitti?
La risposta arriva con una forza quasi inattesa.
Perché un delitto non è mai un gioco.
«Un morto è un morto.»
Dietro ogni crimine c’è uno strappo che non si ricuce.
Una famiglia che perde qualcuno.
Una vita che si interrompe.
Per questo nei suoi romanzi il giallo non è mai un semplice enigma da risolvere. Anzi, detto fuori dai denti, De Giovanni confessa di non aver mai amato il classico giallo alla Agatha Christie, proprio perché un delitto non ha mai nulla di ludico, ma lo associa sempre ad un dolore profondo.
È un modo per raccontare la frattura più profonda che possa attraversare una comunità.
Questi personaggi, così indipendenti e ribelli…

C’è un momento, durante la conversazione, in cui De Giovanni dice una cosa che resta impressa.
Quando scrive, racconta, non si sente un demiurgo che decide tutto.
Gli capita spesso di assistere alle scene.
Di vederle accadere.
«Io non faccio succedere le cose.
Le vedo succedere.»
È in quel momento che i personaggi smettono di essere personaggi.
Diventano persone.
E forse è proprio questo il motivo per cui i Bastardi sono entrati così profondamente nella vita dei lettori.
Un arrivederci?
Alla fine dell’incontro nessuno lo dice apertamente.
Ma la sensazione resta nell’aria.
Come quando si chiude una porta lentamente, senza fare rumore.
I Bastardi di Pizzofalcone hanno camminato per molti anni accanto ai lettori.
Li abbiamo visti sbagliare, soffrire, innamorarsi, cambiare.
E ora sembrano arrivati a quel punto della vita in cui le scelte diventano inevitabili.
Forse non è davvero un addio.
Forse è soltanto un nuovo inizio.
Ma una cosa è certa: dopo Figli, i Bastardi non sono più soltanto una squadra di poliziotti.
Sono diventati qualcosa di molto più vicino.
Qualcosa che somiglia alla vita.
La redazione ringrazia Einaudi e Maurizio de Giovanni per l’invito e la disponibilità

