Le lupe di Wall Street: le lupe sono entrate nel branco. Hanno imparato a muoversi, a competere, a vincere. Alcune hanno persino raggiunto posizioni che sembravano impensabili.
SINOSSI
Regno maschile, club per soli uomini, territorio inesplorato: questo è il mondo della finanza a fine anni Sessanta. Se i lupi di Wall Street cominciano proprio ora ad affilare le zanne, delle lupe, invece, non c’è quasi traccia. La sola cosa femminile nei paraggi è la metafora secondo cui l’andamento del mercato segue gli orli delle gonne: tutti e due continuano inesorabilmente – vertiginosamente – a salire.

Le prime donne arrivano in silenzio, un po’ di soppiatto, dal Queens o dal Bronx: sono segretarie e analiste, ragazze che desiderano essere indipendenti, pagarsi l’affitto. Poi, è il turno delle studentesse: da facoltà che non le vogliono, da università che le ammettono solo in numeri ridottissimi. E, una volta conquistato l’ambito titolo, la strada è comunque in salita.
Qualcuna, invitata a parlare in uno di quei circoli che vieta l’accesso alle persone di sesso femminile, deve entrare dalla scala antincendio e, a conferenza finita, andarsene da dove è venuta. Qualcun’altra è oggetto di costanti avances, costretta a recarsi in ufficio scortata da poliziotti che allontanino la folla (e le mani) dei curiosi.
Altre ancora nascondono il proprio nome dietro iniziali puntate, per non danneggiare ciò che faticosamente hanno costruito. Eppure, nonostante tutto, non smetteranno mai di puntare a quelle stanze che non sono progettate per loro.
RECENSIONE
Il titolo, prima ancora del contenuto, è già un manifesto. Le lupe di Wall Street si legge inevitabilmente come una risposta, quasi una rilettura, al mito costruito da Oliver Stone, da Martin Scorsese e, prima ancora, da Jordan Belfort con la sua autobiografia: quel “lupo” di Wall Street diventato archetipo di un capitalismo predatorio fatto di uomini, cocaina, escort e yacht.
Chiamare “lupe” le protagoniste di questo libro è una scelta precisa: recupera un immaginario di forza e istinto animale che, fino a quel momento, sembrava monopolio del branco maschile. Resta però da chiedersi se questo prestito lessicale sia davvero un’operazione di emancipazione o, al contrario, la conferma della grammatica stessa che vorrebbe sovvertire.
È qui il nodo del libro di Paulina Bren. Se il potere finanziario resta pensabile soltanto attraverso metafore di dominio, allora l’ingresso delle donne in quel mondo viene raccontato non come apertura a un linguaggio diverso, ma come adesione a un codice che, nella sua struttura profonda, resta maschile. La “donna alfa” è una figura capace di convincere, di imporsi, di vincere, ma non necessariamente di intaccare quell’impianto simbolico, inserisce soggetti nuovi in ruoli vecchi.
Letto con occhio critico, il libro rivela così la propria natura parziale, non perché infedele ai fatti, ma perché selettivo per costruzione.
Racconta donne che hanno vinto secondo le regole del gioco esistente, non donne che quelle regole le hanno riscritte. La forza e l’intelligenza delle protagoniste sono fuori discussione, e Bren le racconta con ammirazione, ma proprio quell’ammirazione tradisce un’eredità. Perché, in quel mondo, si vince anche imparando a essere più “lupi” degli altri.
La storia della finanza al femminile viene così esposta attraverso categorie già codificate, lasciando fuori campo ciò che una presenza femminile potrebbe, in teoria, cambiare davvero: altri modelli di leadership, altre definizioni di successo, forse persino un altro modo di intendere il potere.
Le lupe di Wall Street è dunque una cronaca preziosa di percorsi reali rimasti troppo a lungo in ombra, ma racconta l’eccezione che conferma la regola, non ancora l’alternativa alla regola.
La domanda più interessante da cui partire, leggendolo, non è quante donne ce l’abbiano fatta a Wall Street, ma a quale immaginario si siano dovute assuefare per farcela.
Dall’acquisto del seggio in Borsa da parte di Muriel Siebert a oggi sono passati decenni: un tempo lunghissimo per una trasformazione che, se fosse stata lineare, avrebbe dovuto produrre una parità ormai scontata. I dati raccontano invece un quadro sorprendentemente vicino a quello di partenza.
Le conquiste sono reali e non vanno sminuite, ma restano ancora troppo spesso eccezioni contabili: le grandi società continuano a essere coniugate al maschile e sono soprattutto gli uomini a presidiare le aree più remunerative (il trading, la finanza degli accordi, le decisioni globali) mentre alle donne finiscono più spesso i ruoli operativi e infrastrutturali.
È un aggiornamento del “caso Siebert”: si può arrivare in cima all’organigramma, ma le stanze in cui si muove davvero il denaro restano in larga parte presidiate da uomini.
La stessa Bren segnala quanto il cambiamento sia ancora lento e, a quasi ottant’anni dal gesto di Siebert, è un dato che dice molto più di qualsiasi celebrazione sull’emancipazione.
Va detto, per onestà, che Wall Street non è “la Borsa”, ma “una” Borsa, la più mitizzata, la più raccontata anche dal cinema, la più capace di funzionare da riferimento mondiale. Proprio questa centralità simbolica rischia però di far scambiare una storia locale, newyorchese, per la storia universale delle donne nella finanza. Esistono altre piazze, altre culture finanziarie, altri percorsi d’ingresso femminile, con tempi e logiche differenti, che il libro per costruzione non può includere. Tuttavia, ogni storia deve scegliere un punto d’osservazione.
Il libro, pur restando ancorato al Novecento, apre però una finestra sul presente e induce a chiedersi se le donne oggi ai vertici si siano davvero affrancate da comportamenti codificati al maschile, o se continuino, con maggiore consapevolezza, a indossarli.
I tailleur si sono ammorbiditi, sono comparsi colori più chiari e tagli meno rigidi rispetto al grigio e al blu scuro di un tempo, ma la sostanza della regola resta la stessa: l’uniforme come condizione d’ingresso, il bisogno di apparire “professionali” secondo un canone elaborato da e per gli uomini. La grammatica, quindi, non è cambiata.
Le donne, del resto, nella finanza non sono mai arrivate tardi. C’erano già, molto prima che Siebert pensasse di comprare un seggio in Borsa. Erano investitrici, segretarie, analiste che producevano i numeri su cui altri costruivano fortune, voci al centralino che smistavano le chiamate dei clienti veri. Facevano funzionare il sistema nei suoi dettagli invisibili, restando però sistematicamente escluse dal punto di contatto diretto con il cliente: il luogo dove si decideva a chi affidare i propri soldi.
La parola usata per giustificare quell’esclusione era sempre la stessa: fiducia. Si diceva che: il cliente “si fida” solo di chi gli somiglia.
Cambiata l’epoca, il meccanismo non sembra affatto superato. Oggi si tratta di decidere quante donne mostrare e, soprattutto, dove mostrarle. Le quote rosa, qualche nome femminile alla guida di organismi internazionali, possono funzionare statisticamente, indicano che “le donne ci sono” senza che cambi necessariamente la sostanza di chi decide, nell’ombra, gli indirizzi strategici.
C’è poi un uso ancora più cinico di quella visibilità: usare una donna come parafulmine quando qualcosa va storto, perché è socialmente più accettabile. Il cinema lo ha raccontato bene in Margin Call di J.C. Chandor, dove una donna viene chiamata a svolgere una funzione di responsabilità proprio mentre il sistema che la circonda sta per crollare
Non è necessariamente il genere a determinare la scelta, ma il meccanismo è significativo: la visibilità femminile può diventare persino uno strumento con cui il sistema protegge sé stesso. La donna che accetta questa parte non lo fa quasi mai per ingenuità, ma perché ha fatto i conti con i rapporti di forza reali. Rifiutarla significherebbe spesso l’espulsione dal sistema. È un calcolo di sopravvivenza dentro regole non scritte da lei, esattamente come per le pioniere di Wall Street che indossavano “l’abito maschile” non per convinzione, ma per restare in gioco.
Per non lasciare questa riflessione sul piano dell’astrazione, vale la pena ricordare alcuni fatti che pesano più di ogni analisi: nessuna donna è mai stata eletta presidente degli Stati Uniti; nessuna donna è mai stata eletta presidente della Repubblica in oltre ottant’anni di storia repubblicana italiana; e il Parlamento europeo, per quanto oggi guidato da una donna, resta un organismo la cui capacità decisionale è inevitabilmente legata agli equilibri tra governi nazionali.
A questo va aggiunta la sproporzione tra merito e riconoscimento: donne spesso più preparate dei colleghi uomini, erano relegate a ruoli di assistenti, segretarie, analiste junior, mentre le posizioni di comando restavano un club chiuso, non per mancanza di capacità, ma per un sistema costruito per escludere. Sapere che alla fine degli anni Novanta, dopo decenni di battaglie, le donne ai vertici erano ancora solo il quattro per cento, come evidenziato dall’autrice, dà la misura di quanto lento e ostinato sia stato questo percorso.
E dentro questa storia si intreccia sempre anche la questione razziale: essere donna a Wall Street era già difficile, esserlo ed essere nera lo era ancora di più.
Colpisce, in mezzo a tutto questo, il dettaglio di Elaine Garzarelli, che nell’ottobre 1987 previde e annunciò in diretta televisiva il crollo di Wall Street, il lunedì nero (19 ottobre). Un momento in cui una voce femminile riuscì a farsi sentire in un mondo che normalmente tendeva a ignorarla, quasi un’anomalia, un cattivo presagio.
Il contrasto con l’immaginario che tutti conosciamo, quello di Wall Street di Oliver Stone, diventato per molti non una critica ma quasi un manuale di vita è netto: un mondo dove tutto era concesso e tutto veniva perdonato, ma soprattutto agli uomini. Quando arrivavano gli scandali, quando qualcuno finiva in galera, le donne non erano quasi mai coinvolte: non perché fossero più oneste, come nota la Bren, ma semplicemente perché non avevano accesso a quel livello di potere e, quindi, nemmeno alla possibilità di commettere quegli stessi reati.
“You've come a long way, baby”
Lo slogan che la Bren cita, nato non a caso come pubblicità di sigarette slim per donne, promette un cammino ormai compiuto. È una frase perfetta per raccontare l’illusione del progresso: bastano poche apripista perché si dichiari chiusa una partita che, invece, è appena cominciata. La visibilità di pochissime individue finisce per funzionare da alibi per l’inerzia strutturale del sistema.
Comprare un seggio alla Borsa di New York, nel 1967, ha il peso di un “gesto rivoluzionario”, per la prima volta una donna possiede, sulla carta, lo stesso diritto d’accesso di un uomo. Ma quel diritto resta in gran parte teorico. Siebert, infatti, non scenderà quasi mai sul trading floor. Aver comprato un posto non equivale ad aver conquistato uno spazio.
Ed è forse proprio qui che il titolo di Bren mostra tutta la sua ambivalenza.
Le lupe sono entrate nel branco. Hanno imparato a muoversi, a competere, a vincere. Alcune hanno persino raggiunto posizioni che sembravano impensabili.
Ma quanto è cambiato davvero il branco?
Le lupe di Wall Street funziona, alla fine, sicuramente come cronaca di un’emancipazione, ma soprattutto come inventario (parziale) di un’emancipazione a metà, fatta di soglie superate solo in parte.
I nomi ci sono, l’elenco è reale, le conquiste anche. Ma la vera domanda, che si ripropone, non è quante donne ce l’abbiano fatta, bensì a quale prezzo e dentro quali regole scritte da altri. Un mondo che non le voleva!
È un interrogativo che, cambiando settore e decennio, continua a essere sorprendentemente attuale.
Filmografia di riferimento:
Wall Street (1987) e Wall Street: Money Never Sleeps (2010) di Oliver Stone; The Wolf of Wall Street (2013) di Martin Scorsese; Margin Call (2011) di J.C. Chandor.
TITOLO: Le lupe di Wall Street
AUTRICE: PAULINA BREN
TRADUTTORE: Valentina Guani
EDITORE: NERI POZZA
GENERE: romanzo storico – finanza – narrativa femminile – narrativa straniera
AUTRICE

Paulina Bren è scrittrice, storica e docente al Vassar College, dove dirige i Women, Feminist, and Queer Studies.
Barbizon Hotel è stato un successo immediato sia negli Stati Uniti che in Inghilterra ed è stato selezionato come New York Times Book Review Editors’ Choice e Amazon Editor’s Pick.
I diritti televisivi sono inoltre stati opzionati da Lionsgate.

