Barone de Charlus e i segni segreti del desiderio: la rivelazione di Sodoma
Sodoma e Gomorra è l’ultimo volume ad essere stato pubblicato da Marcel Proust. Il titolo non fa mistero sulla tematica, finora lambita, che sarà centrale: l’omosessualità.
Qui abbiamo la «Prima comparsa degli uomini-donne, discendenti di quelli fra gli abitanti di Sodoma che furono risparmiati dal fuoco celeste» come scrive Proust in epigrafe al volume. Il grimaldello che ci consente di entrare nel mondo di Sodoma è il barone di Charlus, uno dei personaggi più ambigui, magnetici e monumentali dell’intera opera proustiana.
Lo avevamo visto la prima volta a Combray, quando osservava in modo inquietante il Marcel bambino, lo abbiamo poi rivisto nella Balbec delle fanciulle in fiore e nei salotti dei Guermantes.
Il suo comportamento restava inspiegabile, le sue frasi melliflue e poi tonanti verso Marcel non riuscivano a mostrare il loro vero significato, fin quando, nella prima parte del volume Marcel assiste all’incontro fra Jupien, il farsettaio che abita a piano terra, e il barone. Questo è in realtà un antefatto, di cui il lettore viene informato attraverso un lungo flashback (l’incipit del romanzo è infatti Come già sappiamo, quel giorno...).
Al pari dell’incontro erotico fra Mademiselle Vinteui e la sua amante, anche questo fra Jupien e Charlus verrà ascoltato, intravisto, insomma: l’occhio del Narratore sarà come sempre il registratore dei segni, dei bisbigli, delle cifre da decrittare del mondo fenomenico.

La scoperta dell’omosessualità del Barone di Charlus è una “rivoluzione copernicana” all’interno della formazione del giovane Marcel, nel suo apprendistato verso i codici della mondanità.
Il Barone è il simbolo della dissimulazione, già dal proprio titolo. Benché ne abbia, infatti, di più prestigiosi, sceglie di usare il titolo di perché, risalendo alle crociate, lo considera il più antico e importante. Uomo degli eccessi, raffinato e sensibile ma anche arrogante e paranoico.
In questo volume scopriamo che la sua ambivalenza è dettata dalla sua maschera di esibita virilità, che nasconde la sua vera natura.
Questa stessa natura lo porterà a frequentare, proprio lui che è il più snob e superbo degli aristocratici, a frequentare gli ambienti “bassi”, la gente del popolo, a intendersi con loro con una sola occhiata.
Palaméde, barone de Charlus, è un Guermantes ma è un diverso anche nella sua fisionomia: non ha infatti nulla dei Guermantes. Nulla della ninfa, nulla degli uccelli, niente occhi luminosi celesti o capelli biondi che imprigionano i raggi di sole. Fin dalla prima apparizione, Charlus è i suoi sguardi. Il barone guarda tutto ed attira gli sguardi di tutto. Egli è, come giustamente ha notato Citati, un attore. Un attore dal repertorio immens: ora tragico ora farsesco.
«I suoi capolavori sono le grandi tirate, che Proust gli attribuisce con immenso piacere e divertimento: nobili, abbiette, arroganti, pompose, tenere, assurde, folli1».
La verità, la prima delle rivelazioni, che il Narratore ha conquistato di Charlus gli consente di leggere quanto accade nel salotto dei principi di Guermantes con altri occhi.
Comprende i sottintesi, coglie gli sguardi e – dato che si continua a parlare in alta società dell’Affaire Dreyfus – paragona la condizione degli omosessuali a quella degli ebrei, cioè una comunità perseguitata e invisibile che riconosce i propri simili attraverso segnali cifrati. Quella di Sodoma, scrive Proust, è una
«razza su cui pesa una maledizione, costretta a vivere nella menzogna e nello spergiuro perché sa che il suo desiderio – ciò che costituisce per ogni creatura la suprema dolcezza del vivere – è considerato punibile e vergognoso, inconfessabile; costretta e rinnegare il proprio Dio, giacché, se anche siano cristiani, quando compaiono in veste d’imputati alla sbarra del tribunale, devono, davanti al Cristo e al suo nome, difendersi come da una calunnia da ciò che è la loro stessa vita; figli senza madre, cui sono obbligati a mentire persino al momento di chiuderle gli occhi2».
Gli uomini di Sodoma, così come le donne di Gomorra, emettono – l’immagine è di Gilles Deleuze – “segni astrali” dai quali si riconoscono.
Alla fine della Recherche, in cui la narrazione di una Parigi sotto le bombe darà il senso di “fine dei tempi”, tra le bombe e gli incendi vedremo il barone de Charlus nell’abisso del vizio, ultimo girone dell’Inferno prima della luce finale della rivelazione del Tempo Ritrovato.


(Due grandi attori alle prese con l’interpretazione del Barone de Charlus: John Malkovich e Alain Delon)
Ma in Sodoma e Gomorra, all’apparire del tema dell’omosessualità, esso viene descritto ancora una volta prendendo a prestito immagini del mondo naturalistico (botanico e animale).
Charlus vola come un calabrone intorno a Jupien e l’impressione è che finalmente il narratore abbia deciso di vuotare il sacco e rivelarci cosa ci fosse di oscuro in quel personaggio indecifrabile che faceva apparire scenograficamente nei tre volumi precedenti.
Questa è la prima delle rivelazioni di questo volume. La seconda avverrà al ritorno a Balbec, quando apparirà Gomorra, ovvero l’omosessualità femminile, nel ballo sensuale di Albertine e André.
E arriviamo alla terza rivelazione, la più potente, quella delle intermittenze del cuore: l’episodio dello stivaletto da slacciare che ricorda il gesto che solitamente faceva la nonna.
1.Pietro Citati, La colomba pugnalata, Mondadori, Milano 1995, p. 329.
2.Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, volume secondo, trad. di Giovanni Raboni, Mondadori, Meridiani, Milano 2006, p. 738 .
