Nel cuore del gatto - ilRecensore.it
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Nel cuore del gatto di Jina Khayyer

«Cercano di seppellirci, non sanno che siamo semi.» Quando Jina Mahsa Amini viene assassinata dalla polizia morale nel 2022 e in Iran scoppia la prima rivoluzione al mondo guidata da donne, la voce narrante di questa storia, anche lei Jina, di origini iraniane ma nata e cresciuta in Europa, è sopraffatta dalle emozioni: dal terrore misto a speranza per la sorella Roya e l’adorata nipote Nika, che vivono a Teheran e hanno abbracciato la lotta; dall’amore per una terra, una cultura e un popolo a cui sente di appartenere solo da quando, già ventenne, è stata per la prima volta in Iran.

È nei ricordi di quel viaggio che Jina si immerge, ripercorrendo i destini delle donne della sua famiglia all’ombra della dittatura degli ayatollah. Un viaggio che diventa un mosaico seducente e straziante di storie, tradizioni millenarie, resistenze eroiche come quella di Iman, che gira in abiti maschili e senza velo sfidando il regime, e personaggi fiabeschi come le quattro vecchie zie di Jina, alle quali la Rivoluzione ha strappato tutti i sogni e gli affetti, riportandole a vivere insieme nell’antica casa di famiglia.

Un viaggio da Teheran a Persepoli, al deserto, fino al tempio di Zarathustra, accompagnato dalla bellezza sensuale della lingua persiana, che è nata dalla poesia e in cui ogni parola racchiude un’immagine come una formula magica. Con l’inguaribile senso di perdita e di nostalgia di chi vive nella diaspora, Jina ci accompagna nel cuore luminoso dell’Iran che resiste, negli spazi clandestini in cui le donne portano avanti la loro ribellione e non smetteranno mai di combattere e di vivere la loro libertà.

Parlare dell’Iran richiede cautela, perché, forse più di altri Paesi, l’Iran rischia di essere raccontato attraverso le lenti di chi lo guarda da fuori, quelle della politica, delle ideologie, delle contrapposizioni tra Oriente e Occidente, tra laicità e religione, tra repressione e libertà. 

L’immagine che ne deriva può essere potente, persino suggestiva, ma non necessariamente sufficiente a restituire la complessità di un Paese che ha attraversato rivoluzioni, guerre, trasformazioni sociali profonde e continue fratture identitarie e, a maggior ragione, quando si parla della condizione delle donne e delle proteste degli ultimi anni, occorre procedere in punta di piedi, in quanto solo chi quella realtà l’ha vissuta e continua a viverla sulla propria pelle, può conoscerne fino in fondo le contraddizioni.

“Nel cuore del gatto”, in questo senso, è un romanzo che affronta l’Iran contemporaneo cercando di sottrarlo alle semplificazioni, perché la vicenda di Jina Mahsa Amini costituisce uno dei nuclei emotivi del libro, ma non esaurisce il racconto e intorno a quella morte si apre una riflessione più ampia sull’identità, sulla memoria, sull’appartenenza e sul rapporto doloroso con una patria dalla quale ci si può allontanare senza riuscire mai a separarsene.

L’Iran che emerge dalle pagine non è soltanto quello delle piazze, della repressione, del velo imposto alle donne e della polizia morale, è anche quello delle famiglie, degli affetti, della lingua, delle consuetudini, di una cultura che non può essere semplicemete e riduttivamente identificata con il regime che la governa. 

Trovo che questa sia una distinzione fondamentale, perché permette di comprendere una delle contraddizioni centrali del romanzo, la possibilità di arrivare a rifiutare un sistema politico senza smettere di amare il Paese nel quale si è nati.

La storia di Jina Mahsa Amini porta la dimensione individuale dentro quella collettiva, la sua morte, nel settembre 2022, diventa il detonatore di una protesta che trova nel grido “Donna, Vita, Libertà” la propria espressione più riconoscibile, ma dietro quello slogan esistono vite concrete, paure, desideri e una generazione che rivendica innanzitutto il diritto di decidere del proprio corpo e della propria esistenza.

Il corpo femminile è uno dei “posti” nei quali il conflitto tra individuo e potere si manifesta con maggiore evidenza; il velo, ad esempio, non è soltanto un oggetto, ma il segno di una regolamentazione che investe la persona nella sua interezza e la sua rimozione si trasforma in un gesto politico, in una dichiarazione di autonomia.

La lingua utilizzata dall’autrice è poetica ed evocativa, una lingua ricca di sfumature e di simboli.

Le molte espressioni di ringraziamento e di affetto disseminate nel testo, infatti, – “ti voglio bene dai pesci alla luna”, “che le mani non ti facciano male”, “che la vita sia dolce abbastanza per la tua anima” – sono formule intime, quasi domestiche, che riportano ad un universo culturale nel quale la parola conserva una particolare intensità e acquistano una forza ulteriore proprio in contrapposizione alla violenza della realtà politica.

“In Iran è prezioso quel che manca”, la libertà, la sicurezza, la possibilità di scegliere, ma anche quella normalità che in altri luoghi può essere data per scontata e, quando qualcosa viene negato, il suo valore diventa più evidente e la sua assenza finisce per occupare uno spazio enorme nella coscienza individuale e collettiva.

“Ci basta un clic per vedere che fuori c'è un mondo che potrebbe benissimo essere il nostro, e che per noi rimane invece irraggiungibile anche se è a meno di quattro ore di volo. Ora dobbiamo mostrare chi siamo. Due o tre film di Kiarostami non bastano. Che cosa vedono i tedeschi, i francesi, gli inglesi, gli americani quando pensano all'Iran? Te lo dico io cosa vedono, mullah, barbe, donne velate, terroristi!”.

Nel romanzo, dal punto di osservazione della protagonista, è forte il tema della diaspora di chi ha lasciato l’Iran e continua tuttavia a portarlo con sé. 

La distanza non cancella l’appartenenza al proprio Paese, anzi la rende se possibile ancora più dolorosa e la patria rimane nella lingua, nella memoria, nei rapporti familiari, nei ricordi e perfino nel bisogno di prendere le distanze da ciò che rappresenta. 

È una condizione sospesa, nella quale convivono il desiderio di libertà e la nostalgia, il rifiuto, l’amore e finanche un senso di estraneità verso ciò che si è lasciato indietro. 

Proprio sotto questo aspetto la sovraidentificazione della protagonista con la donna assassinata conferisce alla narrazione una forte partecipazione emotiva, ma pone inevitabilmente anche una domanda sul confine tra testimonianza e immedesimazione. 

È un confine sottile, soprattutto quando si racconta una realtà che non si può conoscere soltanto attraverso documenti o informazioni, ma che appartiene a chi l’ha attraversata direttamente.

Ed è qui che, secondo il mio punto di vista, torna la necessità di parlare dell’Iran in punta di piedi, poiché è facile lasciarsi sedurre da una narrazione già confezionata, scegliere una corrente interpretativa, leggere ogni evento attraverso una precisa ideologia, molto più difficile è, invece, accettare che una realtà possa contenere contemporaneamente elementi apparentemente inconciliabili. 

Solo chi è nato dentro quella storia, chi l’ha vissuta e chi continua a viverne le conseguenze, può conoscerne davvero tutte le sfumature, mentre per chi osserva dall’esterno resta invece il dovere dell’ascolto, della prudenza, della rinuncia a giudizi troppo facili.

Anche il titolo del libro trova la sua origine in un’immagine concreta, poiché sulla carta geografica il territorio dell’Iran ricorda la sagoma di un gatto. 

Da questa che potrebbe sembrare una semplice suggestione nasce un’immagine che nel romanzo acquista progressivamente un significato più ampio; quel gatto non è una creatura immaginaria, ma un Paese reale, riconoscibile nella sua forma e insieme difficilissimo da afferrare nella sua complessità.

Addentrarsi “nel cuore del gatto” significa allora spingersi oltre la sua rappresentazione geografica e oltre le immagini attraverso cui l’Iran viene abitualmente raccontato, significa cercare ciò che si trova dentro quella sagoma: una storia millenaria, una cultura ricchissima, una società attraversata da contraddizioni, il rapporto con la religione e con il potere, le aspirazioni di libertà e le ferite di chi ha vissuto e continua a vivere quelle trasformazioni.

Il titolo si trasforma, dunque, in un invito ad andare oltre la superficie della carta e oltre gli stereotipi, per provare ad avvicinarsi al cuore di un Paese che dall’esterno è facile interpretare, ma molto più difficile comprendere davvero.

La memoria personale nel testo si intreccia continuamente con quella collettiva, la Storia entra nelle famiglie e nelle vite private e, proprio in questo senso, la letteratura può svolgere una funzione preziosa, quella di sottrarre le persone alle categorie nelle quali rischiano di essere rinchiuse.

Jina non è soltanto un simbolo. 

Le donne iraniane non sono soltanto vittime. 

L’Iran non è soltanto il Paese della repressione.

Dietro ogni definizione rimane una realtà molto più complessa.

“Cercano di seppellirci, non sanno che siamo semi”.

Questa frase, ormai indissolubilmente legata alle proteste iraniane, acquista nel romanzo un significato che va ben oltre lo slogan. 

Il seme scompare sotto la terra, ma continua a custodire una possibilità, è la memoria che resiste, la voce che non si lascia cancellare, la libertà che può essere repressa ma non necessariamente estinta.

“Nel cuore del gatto” non pretende di offrire una chiave definitiva per comprendere l’Iran, ma il suo valore sta piuttosto nel tentativo di avvicinarsi a quella realtà attraverso le vite, le parole e le contraddizioni di chi la porta dentro di sé, perché davanti ad una storia così complessa, prima ancora di giudicare e interpretare, occorre imparare ad ascoltare.

Titolo: Nel cuore del gatto

Autore: Jina Khayyer 

Traduzione: Silvia Albesano

Editore: Iperborea

L’autore: Scrittrice, poeta, pittrice, giornalista d’arte, Jina Khayyer è nata in Germania da una famiglia di origini iraniane e dal 2006 vive tra Parigi e la Provenza. Scrive in tedesco, inglese e francese per diverse testate internazionali tra cui Apartamento e The Gentlewoman. Con Nel cuore del gatto, il suo romanzo d’esordio, ha ottenuto il Premio Mara Cassen ed è stata candidata al Deutscher Buchpreis 2025.

Autore

  • Paola Vicidomini

    Sono nata a Roma e vivo a Salerno, dove coltivo da sempre l’amore per i libri e la scrittura; avvocato di nome ma lettrice di cuore, quando è possibile preferisco affidare le cause in tribunale a mio marito e occuparmi di quelle che combattono i personaggi dei libri, ascolto le loro voci, ne raccolgo i segreti e li trasformo in recensioni che, da diverso tempo condivido in un gruppo Facebook dedicato ai lettori.
    Il mio stile è insieme analitico e personale poiché intreccio la trama con le mie sensazioni di lettrice, restituendo non solo la storia, ma anche le emozioni e le suggestioni che il libro porta con sé.
    Credo fermamente che “un libro sia un giardino che puoi custodire in tasca”: ogni lettura diventa un viaggio da vivere e condividere.

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