Partenze: le sperimentazioni di Julian Barnes nel suo ultimo romanzo
Sinossi
Partenze è la storia di due amori, quello fra il giovane Stephen e la giovane Jean e quello fra il vecchio Stephen e la vecchia Jean. È la storia dell’anziano jack russell Jimmy, deliziosamente ignaro della propria caninità. Ed è la storia di uno scrittore di nome Julian, alle prese con gli scherzi della memoria, le fallacie del corpo, e quella speciale partenza a cui non segue alcun arrivo
I AM: Io Sono, naturalmente.
Ma anche l’acronimo di Involuntary Autobiographical Memory, quella memoria autobiografica involontaria che, a partire da uno stimolo sensoriale (per intendersi, il sapore della madeleine intinta nel tè, nel caso di Proust), rievoca un preciso evento del passato. Illuminante corrispondenza o mero gioco linguistico? Se è vero che «la memoria coincide con l’identità e viceversa», sembrerebbe valere la prima ipotesi.
D’altra parte, un ricordo non mediato dalla volontà, e dunque dalle molte narrazioni e autonarrazioni che se ne fanno, è davvero tale? E, in definitiva, vale la pena di essere ricordato?
Prendiamo il caso di Stephen e Jean – alto, allampanato, gentile studente di filosofia lui, attraente, caustica, benestante studentessa di letteratura russa lei. Julian li conosce all’Università di Oxford negli anni Sessanta, quell’epoca di libertà sessuale tanto decantata ma raramente sperimentata, e, un po’ terzo incomodo un po’ mezzano, li fa incontrare e innamorare. Poi la vita fa il suo corso e quarant’anni dopo Julian non resiste alla tentazione di rifarsi Cupido, «scrivendo» un nuovo capitolo della loro unione.
Nel raccontare le loro storie d’amore, la prima come la seconda, lo scrittore-demiurgo fa affidamento sulla memoria e gli appunti personali. È lecito domandarsi quale grado di verità tali supporti garantiscano alla narrazione. Anche quando deve fare i conti con la propria caducità, quando una diagnosi infausta stravolge le categorie grammaticali trasformando i suoi tempi verbali da futuro in passato, è il Julian scrittore a prendere il sopravvento.
«È stato tutto molto interessante» è il suo commento, a proposito di bagni di realtà brutali, pratiche mediche invasive, e dell’invidiabile condizione del cane di Jean e Stephen, Jimmy, a differenza di lui ignaro della propria mortalità (nonché del fatto stesso di essere cane).
Recensione
Partenze è un libro difficile da incasellare: a metà strada tra il romanzo, il saggio e il memoir, si configura come una lunga riflessione di uno scrittore ottantenne che, al termine del suo cammino terreno, vuole consegnare al lettore quelle due o tre cose che ha compreso sulla vita e, in particolare, sulla memoria e sull’identità.
Del resto, è lo stesso Barnes a offrirci al termine del libro, una possibile chiave di lettura del testo, quando, riflettendo sul rapporto tra scrittore e lettore, ci consegna l’immagine di due persone sedute insieme nel dehors di un caffè, che osservano “la molteplice varietà di espressioni della vita che ci scorre dinanzi”. Non c’è alcuna volontà di porsi in tono cattedratico a elargire insegnamenti su alcunché, emerge piuttosto un tono rilassato e dimesso, per niente scontato se teniamo presente che la stesura di questo volume ha accompagnato il suo autore dal momento della scoperta di una rara forma di leucemia, in concomitanza con la pandemia da Covid.
La malattia si offre quindi come pretesto non tanto per parlare di sé, quanto per analizzare alcuni fatti della sua vita e di alcuni suoi amici.
La memoria in questo senso si presenta come qualcosa sulla quale non abbiamo alcun controllo, funziona semmai da detonatore ma i nostri ricordi vengono continuamente riscritti.
La prima parte del libro, quella dalla forma più saggistica, si presenta quindi come una dissertazione filosofica sul tema della memoria: venuto a sapere dell’esistenza di una memoria autobiografica involontaria (in inglese Involuntary Autobiographical Memory), l’autore si interroga sulla reale involontarietà del gesto legato al ricordo.
Quanto c’è di reale e quanto di immaginario nei nostri ricordi? Quanto possiamo fidarci delle nostre ricostruzioni mentali?
Queste e altre domande restano lì, nel primo capitolo, come una materia scottante che non sappiamo se verrà riaffrontata nel seguito del libro.
Seguiamo Barnes e il filo dei suoi ragionamenti, fidandoci della sua verve narrativa. Passiamo così a un altro capitolo della storia: ci troviamo adesso nella Londra degli anni Sessanta in compagnia di una coppia di amici, Stephen, alto e allampanato, e Jean, ragazza risoluta e piena di vita. I due si conoscono per suo tramite, ma non sembrano fatti l’uno per l’altro, le loro vite seguono due traiettorie diverse per ricongiungersi dopo quarant’anni di lontananza.
Qui, a mo’ di ulteriore digressione, si apre un ulteriore capitolo, quello più strettamente personale e, a dispetto del tema, più ironico e disincantato: allo scoppio della pandemia da Covid, lo scrittore si ritrova al pronto soccorso per dei valori di potassio alterati. Dopo una serie di esami, gli viene diagnosticato un cancro con il quale dovrà imparare a convivere.
Scrive con lucidità (la scrittura lo aiuta a tenere a bada l’angoscia): “Questo è un cancro che dipende dall’età avanzata dell’organismo, dal deterioramento, dall’autolesionismo del corpo. E’ un cancro che affonda le proprie radici nell’assoluta indifferenza dell’universo. E’ casuale, non significa niente – è solo l’universo che fa il suo mestiere”. Questo sguardo disincantato, che contraddistingue il suo stile per tutto il libro, trasmette una rara forma di consolazione: “la vita non è né equa né giusta e il caos improvviso minaccia costantemente la superficie tranquilla dell’esistere”.
E Stephen e Jean? Li ritroviamo, nel racconto, dopo quarant’anni da quel loro primo incontro e ancora una volta sarà lo scrittore a farli reincontrare.
Questa volta diventeranno una coppia, pur decidendo di vivere in due case separate e andranno spesso a far visita a Barnes per renderlo partecipe delle loro più intime confidenze. Sono queste le pagine più intime del libro: nelle voci dei due amici si confrontano due alterne visioni del rapporto di coppia, emergono incompatibilità di caratteri e diverse visioni di vita.
I due non si conoscevano abbastanza? Erano rimasti ancorati ai loro ricordi di gioventù? Comunque sia, il rapporto non sopravviverà allo scorrere del tempo, resterà invece come muto testimone della storia d’amore un jack russel di nome Jimmy che, alla morte di Jean, verrà adottato dallo scrittore.
Siamo quasi alla conclusione del libro, lo scrittore si avvia a quella partenza alla quale non segue alcun arrivo: nelle ultime pagine, Barnes riflette sugli inciampi dell’età, sugli inganni della memoria, sui vari modi con i quali ci si congeda dalla vita. Sua moglie, negli ultimi anni, teneva un diario della decrepitudine, nel quale annotava i vari cedimenti del corpo, le medicine che prendeva, i dolori che comparivano giorno dopo giorno.
L’autore, pur nella consapevolezza della sua fine imminente, appare lucido e centrato, non cede a facili sentimentalismi, mantiene inalterato il suo humor inglese e la sua capacità di osservazione. Ci lascia così il messaggio più prezioso che uno scrittore potrebbe lasciare ai suoi lettori: “Tu, continua a guardare”.
E lo fa nella sua opera più sperimentale, quella nella quale ha saputo intrecciare generi letterari diversi con l’abilità di un prestigiatore. Che sia riuscito a farlo a ottant’anni, con il peso di una malattia invalidante, dovrebbe farci riflettere sulla capacità della vita di risultare inesauribile fino al suo spegnersi.
Titolo: Partenze
Autore: Julian Barnes
Traduttrice: Susanna Basso
Editore: Einaudi
Genere: romanzo/saggio/memoir
Autore

Julian Barnes è nato a Leicester e vive a Londra. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra i quali il Somerset Maugham Award, il Prix Médicis, lo Shakespeare Prize, l’Ordre des Arts et des Lettres, il David Cohen Prize for Literature e il Premio Malaparte.
Con Il senso di una fine ha vinto il Man Booker Prize 2011. Fra le sue opere, tutte pubblicate da Einaudi: Una storia del mondo in 10 capitoli e 1/2, Oltremanica, Amore, ecc., England, England, Amore, dieci anni dopo, Arthur e George, Il senso di una fine, Evermore, Livelli di vita, Il pappagallo di Flaubert, Metroland, Il rumore del tempo, Il porcospino, Prima di me, L’unica storia, Guardando il sole, Con un occhio aperto, Il pedante in cucina, L’uomo con la vestaglia rossa, Niente paura, Elizabeth Finch, Diciassette diverse possibilità di fallire e Partenze.

