A tu per tu con Sebastian Fitzek

Ci sono interviste che restano educate.
E poi ci sono quelle che amo preparare io, quelle che cambiano temperatura e parlano ai nervi scoperti degli autori.
Con Sebastian Fitzek è successo nel momento esatto in cui abbiamo iniziato a parlare in tedesco.
Non inglese editoriale. Non la lingua internazionale levigata delle presentazioni stampa. Ma il tedesco delle origini, quello che rallenta il ritmo, modifica la voce e fa emergere sfumature che normalmente restano nascoste dietro il personaggio pubblico del bestsellerista da venti milioni di copie vendute in trentasei paesi.
Dietro il re del thriller psicologico europeo, quello delle file infinite di lettori e dei romanzi costruiti come trappole mentali, ho trovato soprattutto un uomo ossessionato dalla paura infantile. Non quella astratta, letteraria, ma quella concreta, quasi fisica, che nasce troppo presto e non smette mai davvero di abitarti.
Quando gli chiedo quanto della sua infanzia entri nei suoi romanzi, Fitzek non ci gira intorno.
Ricorda un programma televisivo tedesco di cronaca nera che guardava da bambino, Aktenzeichen XY ungelöst, dedicato a casi irrisolti, rapimenti, sparizioni. Aveva dodici anni e Sebastian e il rapimento di un bambino plasmò la sua paura. Lo vide troppo presto. E qualcosa rimase incastrato dentro di lui.
«Ho sempre avuto paura di essere rapito», mi racconta.
La frase arriva semplice, quasi spoglia. Ma è lì che improvvisamente molti suoi romanzi acquistano un’altra profondità. I bambini scomparsi, le famiglie spezzate, il senso di vulnerabilità assoluta che attraversa la sua narrativa non sono soltanto dispositivi thriller: sono la ripetizione ossessiva di un trauma emotivo mai del tutto disinnescato.
Fitzek parla della paura come di qualcosa che non si supera, ma si trasforma.
Si scrive.
Venti milioni di copie, trentasei paesi, il thriller è una formula ormai collaudata, si nasconde dietro la capacità di dare al pubblico ciò che si aspetta?
Ed è forse questo il punto più interessante della nostra conversazione: lui non sembra affatto interessato al thriller come puro meccanismo commerciale. Anzi, quasi diffida dell’idea stessa di «scrivere ciò che il pubblico vuole», proprio perché «i gusti del pubblico sono in continua evoluzione».
«Se inizi a scrivere solo quello che i lettori vogliono leggere, finisci per diventare un imitatore», dice. «Ho sempre una storia in mente e spero solo che quella storia non piaccia solo a me»

Una risposta sorprendente per uno degli autori più venduti al mondo.
Non c’è cinismo industriale nel suo modo di raccontare il successo. Piuttosto una specie di fedeltà ostinata alle storie che lo tormentano personalmente, con la speranza che quei tormenti riescano a trovare eco anche negli altri.
Ed è qui che la conversazione si fa più delicata.
Perché nei suoi libri tornano spesso abusi sui minori, violenza domestica, traumi familiari. Temi che molti autori evitano o trattano in modo superficiale. Gli chiedo se sia difficile scriverne.
La sua risposta cambia completamente il tono dell’intervista.
Dice che non gli interessa scioccare il lettore attraverso la descrizione esplicita della violenza. Non c’è pornografia del dolore nei suoi romanzi. Quello che gli interessa davvero è l’effetto devastante che certi crimini producono sulle vittime e sulle famiglie.
«Gli abusi sui minori sono un crimine di massa», afferma con una lucidità quasi dura. «Molto più diffuso di quanto la società voglia ammettere.»
Da padre, mi spiega, sente il bisogno morale di parlarne. Non per spettacolarizzare il male, ma per impedirne la rimozione collettiva. Soprattutto Fitzek sottolinea il modo in cui viene descritta la violenza sui minori, che non deve mai abbassarsi a rilevare dettagli, ma a sottolineare un problema sociale che vede coinvolte migliaia di famiglie in Germania.
E qui Fitzek smette per un momento di essere il narratore delle paure e diventa quasi un osservatore sociale. Parla degli insegnanti, degli educatori, della necessità di imparare a riconoscere i segnali della violenza. Dei lividi che non sempre sono cadute accidentali. Del fatto che la narrativa possa persino servire a questo: allenare l’attenzione emotiva delle persone.
«Quando qualcosa viene insabbiato», dice, «gli unici a beneficiarne sono i colpevoli.»
È probabilmente la frase che mi resta più addosso dell’intera intervista.

Perché dietro i colpi di scena, dietro i bestseller, dietro le architetture narrative quasi matematiche dei suoi romanzi, Fitzek sembra lavorare sempre attorno allo stesso nucleo: la fragilità umana.
Anche quando gli chiedo cosa lo interessi davvero: se raccontare la paura o la perdita delle certezze, la sua risposta si sposta immediatamente sul terreno del dubbio morale.
«La vera domanda, dice, non è se abbiamo paura. Tutti abbiamo paura.
La vera domanda è: vogliamo davvero conoscere la verità, anche quando potrebbe distruggere la nostra speranza?»
È il cuore de L’Internato, ma forse anche della sua intera narrativa.
Fitzek parla spesso di “dilemmi”. Non costruisce semplicemente enigmi: costruisce fratture interiori. Situazioni in cui il lettore è costretto a chiedersi quale dolore sarebbe disposto a sopportare pur di sapere.
Eppure, paradossalmente, per lui il thriller ha anche una funzione liberatoria.
“Un buon thriller è come un giro sulle montagne russe”, mi dice sorridendo. “Attraversi una specie di esperienza di pre-morte e alla fine scendi più leggero.”
Forse è proprio questo il segreto del suo successo globale.
Non la paura in sé. Ma la possibilità di attraversarla in sicurezza.
Di guardare l’oscurità senza esserne divorati.
E mentre ci salutiamo, con quel tedesco che ogni tanto si incrina in cadenze bavaresi e rende tutto più umano, ho la sensazione di aver incontrato non soltanto uno scrittore di thriller, ma qualcuno che continua ostinatamente a interrogare le proprie ferite infantili attraverso la narrativa.
Come se ogni libro fosse ancora, in fondo, un modo per sopravvivere a quel bambino davanti alla televisione che aveva paura di essere rapito.


