Thomas Mann La vita come opera d'arte - ilPensatore.it
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Thomas Mann. La vita come opera d’arte di Hermann Kurzke

Thomas Mann: la disciplina della forma contro il disordine del cuore

Thomas Mann ha vissuto nell’incessante tentativo di conciliare i due mondi delle origini: il Nord paterno e il Sud materno, il protestantesimo e il cattolicesimo, il lavoro e la bohème. Seguirlo dall’austera Lubecca alla Monaco decadente, vederlo alle prese con passioni illecite e poi fidanzato, marito e padre, accompagnarlo con le sue due anime nell’esilio svizzero e poi americano significa soprattutto conoscere un uomo segnato dalla stessa ambivalenza profonda che ha contraddistinto la Germania del Novecento.

L’autore dei Buddenbrook, come ci mostra Kurzke, ha drammaticamente portato dentro di sé la grande frattura culturale del Secolo breve, mandando avanti il rigido lato paterno per contrabbandare quello materno senza mai negare la presenza di una sintassi lunare sotto la grammatica solare del suo vivere e del suo scrivere.

Questa biografia scritta nel 2001 è ancora oggi un testo di riferimento perché dà voce a un Mann meno univoco e di rappresentanza, capace di trasfigurare le proprie paure in quelle di tutti e di estrarne una sostanza mitica. Grazie alla straordinaria conoscenza delle opere edite in vita ma anche di tutti i documenti pubblicati dopo la morte della moglie Katia Mann, Kurzke illumina lo spazio tra l’esperienza e il mito, laddove le due anime del Mago sono ancora indivise, dove l’arte non ha ancora «dato il belletto alla maschera della morte».

«Il cuore di Thomas Mann era sigillato, egli non permise mai a nessuno di gettarvi lo sguardo, Con virtuosa disciplina eresse e difese una faccia senza la quale avrebbe trovato la vita insopportabile. Solo nelle sue opere era libero, solo in esse si è rivelato, anche nei suoi segreti, protetto dall’indiscreta discrezione dell'arte. La biografia del suo cuore si trova trasfigurata nella sua opera».  

L’opera di Hermann Kurzke cerca di togliere i sigilli al cuore di Mann ripercorrendo appunto la trasfigurazione che egli ne fece nei suoi romanzi e ciò rende questo prezioso libro insieme una biografia ed una monografia imperdibili per gli amanti di Thomas Mann e i cultori della letteratura tedesca. Kurke, del resto, è stato uno dei massimi conoscitori dello scrittore di Lubecca e la sua conoscenza trapela nell’uso delle fonti, nel poderoso apparato di note, nella capacità di leggere le vicende biografiche di Mann come una lente per comprendere la temperie storica della Germania e dell’Europa. 

Personalmente concordo con quanto affermava Marcel Proust nel celeberrimo saggio Contro Sainte-Beuve, che cioè un libro sia prodotto di un io diverso da quello biografico dello scrittore. Per cui scartabellare fra i drammi privati e cercare scheletri negli armadi, solitamente, è indice di una rivista scandalistica più che di critici letterari. Ma l’operazione che fa Kurzke è ben altra. Sa che nella vita di Thomas Mann bisogna cercare non i “segreti” dei suoi personaggi e delle tematiche della sua opera, ma quel travaglio – di cui oggi la letteratura avrebbe davvero bisogno – dall’individuale all’universale, dal vissuto al simbolico. Appare sorprendente, allora, che perfino quando narra le vicende bibliche nel ciclo di romanzi Giuseppe e i suoi fratelli, Mann attinga dalle espressioni della moglie Katia, dal carattere dei suoi figli. 

La narrazione di Kurzke oscilla costantemente fra la vita e gli elementi che in essa hanno germogliato in frasi dei romanzi, in una descrizione. Del resto, Mann ci appare come “l’uomo con il binocolo”.

«Un giorno, lasciando l’appartamento di Mann a Schwabing, Holitscher per qualche ragione si fermò un momento in strada, guardandosi attorno: “E in alto, alla finestra dell’abitazione che avevo appena lasciato, vidi Mann che, armato di un binocolo da teatro, mi spiava. Fu una questione di un attimo, dopodiché la testa sparì di colpo dalla finestra”».  

Il destino di essere soggetti in posa per l’occhio dello scrittore è quanto emerge nelle lettere dei figli, dei familiari, in primis del fratello Heinrich, che gli scrisse: «Verrà l’ora, lo voglio ben sperare , in cui tu riuscirai a vedere uomini e non ombre, e allora vedrai anche me».(p. 242). Probabilmente Thomas Mann non ebbe mai chiaro il dolore inferto dalle sue opere alle persone che in esse si riconobbero. Iniziando da I Buddenbrook, che venne accolto con malumore dai cittadini di Lubecca per l’ironia per nulla leggera con cui erano stati tratteggiati nel capolavoro del loro concittadino. Ancora peggio andò al racconto Sangue Velsungo, prontamente ritirato dopo che era stata ravvisata nella storia incestuosa dei due gemelli protagonisti, una vendetta di Thomas per la famiglia della moglie e per il gemello di lei.  

Ma, di certo, fu la sua persona ad essere quella più soggetta ad un confronto costante con le storie narrate, in primis la questione della sua presunta repressa omosessualità. Su questa tematica anche il libro di Kurzke si dilunga e la analizza ampiamente, seppur con la medesima attitudine critica di cui si diceva.

Ma andiamo con ordine. In venti capitoli densi e corredati da belle fotografie, Hermann Kurzke ci conduce ad attraversare la vita di Thomas Mann. Si comincia dal primo “Bambino e scolaro” fino ad arrivare al ventesimo “Ultime cose”.

Nulla viene dimenticato: né la dimensione privata, né quella politica e pubblica.

Fin dalla prima pagina il nome di Goethe sarà il nume tutelare di questa straordinaria avventura biografica. Nel primo capitolo scopriamo che il bel titolo dell’opera di Kurzke è mutuato da una lettera del 1951 di Mann a Eberhard Hilscher: «Una vita in sè conchiusa come un’opera d’arte». La volontà di Mann di dare ordine e coerenza non solo alla narrazione della propria vita ma ad essa stessa è una delle fonti della sua poetica. Va da sè, che la narrazione della propria infanzia e della propria gioventù, ha subito una rielaborazione formale da parte di Mann, o in chiave elegiaca o satirica. Il “classicismo” e l’eleganza a cui lui mai abdicò hanno probabilmente anche radici in questa distanza che egli mette fra il vissuto e la sua narrazione.

Del resto, riferendosi a Shakespeare, diceva che «preferiva trovare che inventare» (p. 16) e trovò nella sua vicenda familiare moltissimi spunti che avrebbero fecondato nella trasfigurazione letteraria. Il primo è l’opposizione Nord-Padre/Sud-Madre. Binomio che si colorerà di citazioni, dall’opposizione tra il principio apollineo e quello dionisiaco in Nietzsche al sempre presente Goethe, di cui Mann usava volentieri i versi: “Del padre ho la statura/la drittura morale/della mamma l’indole gaia/e il piacere di favoleggiare” (p. 20).

Siamo solo alle prime pagine e già comprendiamo il metodo con cui Kurzke scrive questa biografia. Probabilmente è un metodo mutuato dalla stessa auto-narrazione che attraverso i diari, le lettere e le interviste lo stesso Thomas Mann fece della propria vita.

Come leggere, del resto, la storia del senatore Mann, la sua scelta di non affidare ai figli l’azienda di famiglia, il declino della casata e il trasferimento da Lubecca a Monaco, senza pensare a quanto tutto questo abbia generato le pagine dei Buddenbrook? La vita di Mann sembra segnata fin dall’infanzia dal dualismo: la morale borghese e il senso del dovere del padre, l’indole artistica e anticonformista della madre; il carattere forte, dissacrante del fratello Heinrich e invece la sua mitezza, la sua capacità di mediare; l’operosità di Lubecca e il vitalismo di Monaco.

«L’eredità paterna segnerà in seguito la sua figura sociale, ma nulla più. Egli assumerà il ruolo che il padre gli aveva suggerito con la sua vita, ma lui lo porterà come una maschera. Mentre per tutta la vita vestirà i panni dell’ordine, il suo cuore rimarrà vicino alla madre».

Ma prima di arrivare al Thomas Mann nel ruolo di padre, a cui verranno dedicate molte pagine, Hermann Kurzke ci fa attraversare i primi amori, le prime poesie e tutto il lavoro di formazione prima del successo. Tutte queste esperienze, come quelle successive, vengono lette attraverso una caratteristica che i lettori di Mann ben conoscono come leitmotiv della fisionomia dello scrittore: la rinuncia alle pulsioni. Quello che ho definito “il classicismo” di Mann, la sua eleganza formale è la strenua volontà, dice Kurzke, di costruirsi un ordine coerente di vita, di

«rimanere fedele a un’unica casa editrice, a un’unica donna per tutta la vita, sacrificando a esse tutte le altre assioni, mantenendo fede con rigida perseveranza all’ordine scelto: è facile bollare tutto ciò come rimozione, è più fecondo vedervi il contributo culturale, la magica trasfigurazione del dolore e della passione che s’incarna in una grande opera».

L’approccio di Kurzke potrebbe sembrare, ma non lo è, quello psicoanalitico.

È consapevole che anche la nevrosi è «un prezioso momento dell’anima» (come scriveva nei diari Mann, citando Jung), ma ciò che a lui interessa è la messa in forma del rimosso, il modo in cui Mann probabilmente poté salvarsi attraverso la sua opera e, al contempo, questo suo metodo di consumarsi nella fiamma e trasmutarsi in spirito e in luce (sono le parole di Carlotta a Weimar) è ciò che rese Thomas Mann un faro della civiltà europea nel momento in cui l’Europa versava nella più oscura barbarie. 

Questa ricerca della luce, della forma contro il caos, contribuì a rendere Thomas Mann “freddo”, apparentemente poco empatico con chi lo circondava. Non dava a quasi nessuno del tu. Anche con Bruno Walter passarono ben 34 anni prima di passare al tu. Anche questo tratto caratteriale viene narrato attraverso la sua trasfigurazione letteraria:

«Il dare del tu, sostiene Settembrini nella Montagna magica, è “una speciosa usanza da selvaggi, un giocare con lo stato primitivo, una recita dissoluta che aborro”. Poiché l’amore è scomparsa dell’individualità, abolizione dei limiti, mescolanza, è anch’esso un gioco dissoluto da primitivi, privo di ogni cultura. Hans Castorp dà del tu alla sua Clawdia contro ogni norma costituita: “je t’ai tutoyée de tout temps et je te tutoierai éternellement”. Ti ho sempre dato del tu e te lo darò per l’eternità”».  (p.  139) 

Questo passaggio continuo tra vita e opere è quanto di più illuminante possa fare un biografo, perché alla fine l’unica utilità di una biografia è farci conoscere non l’uomo, ma lo scrittore, darci cioè le chiavi per penetrare meglio nell’opera.

La completezza e la profondità del saggio di Kurzke non può essere esaurita in una recensione, nemmeno lunga e ragionata. Tuttavia, segnalo una delle tematiche più avvincenti e interessanti per comprendere Thomas Mann: il suo rapporto con Heinrich, il fratello maggiore, anch’egli scrittore.

Kurzke vi dedica ampio spazio, corredando la sua narrazione con stralci dell’epistolario fra  i due. Un amore fraterno conflittuale, paritario, che si è trasformato man mano che la loro fama veniva a ridimensionarsi (Thomas il piccolo, colui che “imitava”, soppianta per fama il fratello, fino a ricevere il premio Nobel). Eppure, le loro dinamiche, in cui si intrecciano ricordi infantili, incomprensioni adolescenziali, diatribe politiche e differenti visioni dell’arte, sono fuoco incandescente. Sapevano farsi molto male a vicenda, ma sapevano anche essere l’uno indispensabile all’altro. Del resto, «senza un antagonista la vita è priva di onore» scrive Kurzke riferendosi al rapporto tra i due fratelli Bruddenbrook, che in realtà sono i fratelli Mann. 

Anche il rapporto con la moglie e con i figli illumina sulla figura di Mann, chiamato da alcuni figli il “Mago”, da Golo solo ™ oppure il vecchio. A Monika Mann a cui chiesero se vivere nel cerchio di luce del padre fosse stata una fortuna o una maledizione, lei rispose che non lo sapeva ma che Thomas Mann era «come un direttore d’orchestra che non ha bisogno di agitare la bacchetta, ma domina con la sola presenza» (p. 298).

Questo dominio si estende anche alla biografia di Kurzke, che riesce a rendere, senza panegirici  e senza nascondere i lati ombrosi, il carisma di Mann. Se ne esce affascinati e, naturalmente, con la voglia di tornare ancora una volta a rileggere i romanzi di Mann.

Hermann Kurzke (Berlino, 1943-Mainz, 2024), storico della letteratura e teologo tedesco, è considerato tra i massimi esperti di Thomas Mann, del quale ha curato, tra l’altro, l’edizione in sei volumi dei Saggi (S. Fischer Verlag, 1993-97). Ha collaborato alla Storia della letteratura tedesca dal ’700 a oggi (Einaudi, 1991).

Autore

  • Deborah Donato

    Laureata in filosofia, ha pubblicato testi su Wittgenstein, la cultura viennese di inizio Novecento, e ha tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Appassionata di letteratura russa e fanatica proustiana, è attualmente insegnante, critica e lettrice accanita.

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