Una maschera color del cielo: il viaggio di Nur tra verità, inganno e memoria nella Palestina contemporanea.
Sinossi
Il protagonista Nur è un giovane rifugiato palestinese che vive nel campo profughi vicino a Ramallah, in Cisgiordania e per il suo aspetto (occhi e capelli chiari) viene spesso scambiato per un ebreo ashkenazita. Si è laureato in archeologia e ha deciso di scrivere un romanzo sulla vita di Maria Maddalena basandosi sui Vangeli gnostici.
Ha una corrispondenza clandestina con l’amico d’infanzia Murad, detenuto nelle carceri israeliane, con cui discute spesso di questioni politiche e ideologiche relative all’occupazione israeliana. Un giorno Nur trova nella tasca interna di un cappotto che ha comprato nel mercatino dell’usato di Giaffa una carta d’identità di un cittadino israeliano che ha pressappoco la sua età.
Vinto dal desiderio di lasciarsi alle spalle il campo profughi e potersi spostare liberamente per il Paese, visitando i siti archeologici di cui è appassionato, decide di far falsificare il documento apponendo la sua fotografia e di spacciarsi per israeliano, anche in virtù del fatto che padroneggia la lingua ebraica. Riesce a farsi assumere per una missione di scavi nei pressi di Megiddo.
La sua falsa identità e la frequentazione dei colleghi allo scavo gli permetteranno di capire meglio la mentalità degli israeliani. Sarà anche l’occasione per creare e approfondire storie di amicizia e di amore. Nel frattempo, porterà avanti un dialogo interno, intenso e spesso doloroso, tra le sue due identità in conflitto: Nur (il palestinese) e Ur (l’israeliano). Un quadro originale della tragedia israelo-palestinese, che ci aiuta a capire lo stato d’animo di una delle due parti in lotta.
Recensione
“Un nome può renderti invulnerabile e una maschera può donarti l’immunità”
C’è una storia dentro la storia di Una maschera color del cielo ed è quella del suo autore, Bassem Khandaqji, lo scrittore palestinese recentemente liberato a seguito dell’accordo sul cessate il fuoco con Israele, che ha composto il romanzo dietro le sbarre trasformando la sua prigionia in un laboratorio di riflessione sulla libertà, l’identità e il potere della parola.
Con quest’opera, vincitrice nel 2024 dell’International Prize for Arabic Fiction, Khandaqji si è imposto come una delle voci più intense e consapevoli della narrativa araba contemporanea.
Accusato di aver preso parte ad un attentato a Tel Aviv nel 2004, è rimasto detenuto per oltre vent’anni in un carcere israeliano continuando, però, non senza molte difficoltà, a scrivere, studiare e a far sentire la sua voce attraverso la pubblicazione delle sue opere.
Oggi, finalmente libero ed alla luce dell’intervista rilasciata lo scorso 16 ottobre a Francesca Caferri per la Repubblica il suo romanzo può leggersi come la testimonianza di una metamorfosi, non solo politica, ma anche interiore del suo autore.
“All’inizio degli anni Duemila c’è stata una gigantesca aggressione contro il popolo palestinese. Io ero un giovane uomo e ho scelto di partecipare alla lotta contro l’occupazione e contro l’esercito israeliano. È stato contro la legge farlo, ma allora mi è sembrato l’unico modo. Oggi sono cambiato. Oggi possiamo fare altro, c’è un altro tipo di resistenza, altri modi di lottare contro questa occupazione. Il mio libro lo dimostra”.
Una doppia identità, una sola ferita
Il protagonista, Nur Mahdi al-Shahdi, è un palestinese nato in un campo profughi vicino a Ramallah, con tratti somatici più simili a quelli di un ebreo che non di un arabo e una perfetta conoscenza dell’ebraico e dell’inglese.
La vita nel campo gli sta stretta, come è asfissiante il silenzio del padre, un uomo rassegnato che non rispecchia il suo carattere combattivo.
L’occasione di una svolta si presenta quando, oltre alle sue sembianze, Nur trova il modo di portare anche una maschera, che diventerà la sua seconda pelle, quella di un giovane israeliano, Ur Shapira, la cui carta d’identità è stata smarrita in una giacca acquistata da Nur in un mercatino dell’usato.
“Lui era nato dalla morte di sua madre, per vivere all’ombra di un padre taciturno che aveva scelto di morire a poco a poco. La loro era una relazione disfunzionale e malata, un rapporto in cui Nur non aveva mai visto traccia di paternità.”
Nasce così il suo doppio, Nur/Ur, personaggio simbolico e inquieto, diviso tra l’appartenenza e l’inganno.
Grazie a questa doppia identità Nu/Ur riesce a prendere parte ad uno scavo archeologico, entrando in contatto con personaggi e ideologie differenti, ma sentendo costantemente il peso del proprio travestimento e sia il dialogo interiore con il suo doppio che quello a senso unico con l’amico Modur – che rappresenta la sua coscienza e il suo alter ego – scandiscono un percorso tormentato e insieme rivelatore, in cui lo stesso scavo archeologico diventa metafora dello scavo interiore, poiché tra le rovine della Storia, Nur tenta di riportare alla luce la propria verità.
Attraverso di lui, Khandaqji mette in scena il dramma di un popolo e di un individuo che cercano una forma di sopravvivenza e di significato.
Scrivere per ricordare, scrivere per esistere
La scrittura, in questo romanzo – Una maschera color del cielo – è strumento di sopravvivenza e memoria; non serve solo a raccontare, serve a ricordare, a restituire dignità a una memoria collettiva che rischia di essere sepolta come i reperti del passato.
Gli scavi, le pietre, i reperti nascosti diventano metafora di una storia cancellata e sostituita, ma non per questo dimenticata e l’archeologia, disciplina che qui diventa chiave simbolica, mostra come la storia di un popolo possa essere rimossa e riscritta da chi detiene il potere e come la letteratura, invece, possa restituirle voce.
La prosa di Khandaqji è limpida, essenziale, a tratti poetica, ogni frase è cesellata come se fosse un frammento da conservare, un atto di sfida al silenzio.
L’autore compone un testo che è insieme allegoria politica e riflessione esistenziale, un’indagine sull’identità, sulla possibilità (o impossibilità) di vivere nell’ambiguità e sulla ricerca della verità in un mondo costruito sulla sovrapposizione di narrazioni discordanti.
Si avverte in ogni pagina la tensione fra la claustrofobia del carcere e la libertà del pensiero, fra la rabbia e la ricerca di comprensione.
Dal carcere alla parola: una liberazione doppia
Oggi, dopo la liberazione, le parole di Khandaqji assumono un senso ulteriore. Una maschera color del cielo racconta il cammino verso la libertà, e in filigrana anche il suo stesso percorso umano, perché se è vero che Nur trova un’identità nell’ombra dell’altro, lo scrittore trova nella parola un modo per riconciliarsi con il mondo.
È una storia di identità rubate e riconquistate, di confini porosi, di fede nella scrittura come gesto politico e spirituale insieme.
Alla domanda su che effetto gli abbia fatto sapere che migliaia di persone hanno letto il suo libro, permettendo alla sua voce di uscire dalla sua cella, le sue parole sono del tutto esplicative in tal senso: “La mia scrittura non parla solo di diritti: è un atto di libertà, è un atto di sfida, è un atto di esistenza. E quando ho saputo che stavano traducendo il mio testo in molte lingue, mi sono sentito ancora più orgoglioso. Mi ha fatto riflettere su come si può sfidare l’occupazione anche da dentro una cella”.
Una maschera color del cielo è un romanzo di scavo – letterale e simbolico – sulla necessità di essere sé stessi anche quando tutto spinge a indossare una maschera.
Oggi, letto alla luce della ritrovata libertà dell’autore, diventa ancora più potente; non solo un racconto palestinese, ma una riflessione universale su cosa significhi resistere attraverso la parola, nell’ottica di un nuovo cammino, fatto di parole e non più di armi.
Un romanzo necessario, potente, simbolico, che segna la rinascita di una voce letteraria capace di trasformare il dolore in linguaggio e la prigionia in testimonianza.
Titolo: Una maschera color del cielo
Autore: Bassem Khandaqji
Traduzione: Barbara Teresi
Editore: E/O
Genere: storia contemporanea – Paletina- Israele
Autore

Bassem Khandaqji, nato a Nablus nel 1983, è scrittore e giornalista palestinese.
Arrestato nel 2004 e condannato all’ergastolo da un tribunale israeliano, ha scritto e pubblicato in carcere diverse opere poetiche e narrative.
Una maschera color del cielo (2024) è il romanzo con cui ha vinto l’International Prize for Arabic Fiction, il più prestigioso riconoscimento letterario del mondo arabo.
Lo scrittore, condannato per terrorismo, è stato liberato dopo 21 anni di carcere. Ora è in esilio.


