La terra nuda - ilRecensore.it
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La terra nuda di Rafael Navarro de Castro

La terra nuda: una vita vissuta al ritmo della terra, mentre il Novecento cambia tutto

La vita di Blas inizia e si consuma lentamente lungo gli stessi sentieri polverosi che l’hanno visto nascere in un mezzogiorno d’agosto degli anni Trenta. Nel suo villaggio incassato tra le montagne – “dimenticato, decrepito, impantanato nella memoria dei tempi” – impara a conoscere le stagioni e gli animali, le vigne e i pomodori, l’odio e l’amore, si prende cura della sua famiglia, nutre “la terra perché non si arrabbi anche lei”, e, con un’ironia tutta sua, tira avanti giorno dopo giorno senza capire tutto ciò che accade intorno a sé, ma riuscendo a cavarsela anche quando la vita sembra complicarsi. Vive come molti hanno vissuto prima di lui, e come pochi faranno dopo.

Lì, nello stesso luogo dove è nato, morirà a ottant’anni senza rendersi conto di portare con sé un modo di vivere antico e già dimenticato. Quella di Blas è una storia ordinaria che il fiume del tempo ha già reso unica, è la storia di un intero Paese e della scomparsa della civiltà contadina; un’ode alla vita di montagna e a una società rurale al suo tramonto che ben poco ha a che fare con certe rappresentazioni idealizzate, e che si sviluppa in un romanzo dall’andamento epico, popolato di personaggi vivi e reali.

Una narrazione magnetica, leggera e spietata allo stesso tempo, in cui la piccola e la grande Storia si incontrano e raccontano ciò che siamo stati e non siamo più.

Si chiamava Blas e lo chiamavano il Faina. Ha piantato migliaia di alberi e se ne è preso cura. Ha avuto sei figlie e le ha tirate su come ha potuto. Ha amato sua moglie con tutto il cuore e l’ha desiderata con tutto il corpo. La maggior parte delle volte non è riuscito a dirglielo a parole, ma le sue azioni e i suoi gesti sono stati eloquenti. Ha scritto il libro della sua vita sulla terra nuda, a caratteri cubitali, con l’aiuto di una zappa, di un mulo e di un aratro. Alcune righe gli sono venute un po’ storte, ma sono ancora lì, nella valle dela Solana, all’altezza del canale degli Habices, per chiunque voglia leggerle prima che se le mangino i rovi e l’oblio.”.   

Non è frequente imbattersi in un romanzo d’esordio così saldo e così consapevole dei propri mezzi e soprattutto che, una volta terminato, lascia la sensazione di aver vissuto accanto ai suoi personaggi e di aver assistito al tramonto di un mondo. 

Con La terra nuda, infatti, Rafael Navarro de Castro ha avuto il merito di costruire un’opera che affonda le radici nella storia della Spagna rurale del Novecento ma che, al contempo, parla di qualcosa che supera i confini del tempo e della geografia: il rapporto dell’uomo con la terra, con la memoria e con ciò che lentamente scompare.

Blas “el Garduña” nasce negli anni Trenta in un piccolo villaggio della Spagna interna e lì trascorre imperterrito tutta la sua lunga vita. 

Fu così che venne al mondo. Con gli occhi aperti, su una sella di sparto intrecciato, all’altezza del canale degli Habices, sotto un sole impietoso. Fu l’inizio di una vita al livello del suolo, legata alla terra, sottomessa ai frutti e alle stagioni, incatenata al ritmo lento delle bestie, una vita come quelle che avevano vissuto suo padre e suo nonno prima di lui, e il nonno di suo nonno prima di loro, e tutti gli uomini e le donne che hanno abitato questa valle da che il tempo è tempo e la gente soffre.”. 

Intorno a lui il Novecento scorre con le sue fratture, la Seconda Repubblica, la Guerra civile, il franchismo, la Transizione, fino all’arrivo di una modernità che cambia il volto delle campagne e svuota lentamente i paesi. 

La grande Storia, però, attraversa il romanzo senza imporsi mai come protagonista, si riflette, piuttosto, nelle esistenze di chi continua a lavorare la terra, ad allevare animali, a tramandare gesti e saperi antichi, mentre il mondo intorno cambia inesorabilmente.

Il Blas si teneva informato sulle cose del mondo tramite il Pepico Ruano, il quale, da un orto all’altro, attraverso le recinzioni, gli faceva un resoconto delle ultime notizie mentre zappavano il terreno.

Questa prospettiva rende il romanzo particolarmente attraente, perché l’autore sceglie di raccontare la storia dal basso, affidandola a uomini e donne che non compaiono nei libri di storia e che, proprio per questo, finiscono spesso nell’oblio. 

L’autore, tuttavia, evita ogni facile nostalgia e non ha nessun intento di idealizzare il mondo contadino, mostrandone piuttosto la fatica, la povertà, le gerarchie, le superstizioni, la durezza dei rapporti umani. 

Non c’è alcuna indulgenza verso il passato e non viene rimpianta un’età dell’oro che probabilmente non è mai esistita, ma si prende coscienza della scomparsa di un patrimonio di gesti, saperi e relazioni che aveva modellato il paesaggio e l’identità di intere comunità.

Durante la lettura mi sono ritrovata più volte a interrogarmi sul significato del titolo. All’inizio “La terra nuda sembrava indicare semplicemente il paesaggio descrittoci come una terra aspra, essenziale, spogliata di qualsiasi retorica. 

Pagina dopo pagina, tuttavia, quella nudità ha assunto per me un valore diverso, più profondo e poetico.

La terra è nuda perché viene privata dei suoi abitanti, delle loro parole, della memoria che custodivano, ma nudo diventa anche l’uomo quando il mondo che gli ha dato identità si sgretola lentamente davanti ai suoi occhi. 

È un titolo che cresce insieme al romanzo e continua a interrogare anche dopo l’ultima pagina.

Un altro aspetto che colpisce è l’attenzione riservata alle vite comuni, quella del protagonista in particolare, ma anche degli altri personaggi che ne sono corollario. 

Blas non è un eroe ma un uomo comune, con le sue fragilità, i suoi silenzi e la sua ostinazione, eppure il romanzo riesce a trasformare questa apparente ordinarietà in qualcosa di universale e a farlo diventare il portavoce della vicenda di un’intera civiltà rurale destinata a scomparire.

Per certi aspetti questa attenzione all’ordinarietà mi ha ricordato il Kent Haruf di Trilogia della pianura, non tanto per una vicinanza stilistica, quanto per lo sguardo con cui vengono osservati i personaggi, discreto, rispettoso e profondamente umano. 

La letteratura diventa così un antidoto all’invisibilità, restituendo dignità narrativa a esistenze che la grande Storia tende a lasciare ai margini.

A sostenere il tutto e a rendere la lettura ancora più coinvolgente è una prosa di straordinaria intensità sensoriale, che fa avvertire il caldo delle estati, la polvere delle strade, il peso del lavoro nei campi, l’odore degli animali, il ritmo lento delle stagioni.

La natura non è mai semplice scenografia, è una presenza viva, capace di modellare il carattere dei personaggi e il ritmo stesso del racconto che riesce a trasformare il paesaggio in un protagonista silenzioso. 

Stormi neri nell’alba pallida e ghiacciata. Lo stridio degli uccelli che si posano sui campi. La solitudine, l’umiliazione di uno spaventapasseri becchettato. Un sole pigro che spunta dietro le montagne. Il fumo che esce dai cespugli. Piccoli fuochi lungo i bordi del sentiero. Fuochi fugaci che si spengono prima che le mani si riscaldino. Bambini che trasportano bambini per borgate spopolate. Minuscole spalle che trasportano corpi ancora più minuscoli … sono già padri e madri e sono grandi come un soldo di cacio.”.

La prosa non si limita a descrivere, fa completamente entrare il lettore dentro quel mondo, gli permette quasi di toccarlo.

La terra nuda è sì un romanzo sulla fine di una civiltà, ma anche sulla forza della memoria e ci ricorda che la Storia non è fatta soltanto di grandi eventi e di figure illustri, bensì di vite silenziose che rischiano di scomparire senza lasciare traccia. 

Rafael Navarro de Castro le affida alla sua penna con uno sguardo limpido, privo di retorica e ricco di compassione nel senso più alto del termine, consegnandoci un testo di grande spessore, capace di emozionare, far riflettere e sedimentare a lungo nella memoria.

Rafael Navarro De Castro autore di La terra nuda - ilRecensore.it

Rafael Navarro de Castro (Lorca, 1968) è laureato in Sociologia e diplomato in Diffusione e sviluppo rurale.

Per anni ha vissuto a Madrid lavorando nel settore audiovisivo, finché, alle soglie del nuovo millennio, ha deciso di abbandonare tutto e trasferirsi a Monachil, un paese alle falde della Sierra Nevada, dove ha iniziato a dedicarsi all’agricoltura tradizionale, alla manutenzione degli impianti idrici montani, all’allevamento di pollame e all’impegno ecologista.

Le esperienze dei suoi primi anni in paese hanno contribuito alla creazione de La terra nuda. Nel 2024 ha pubblicato Planeta invernadero, suo secondo romanzo. 

Autore

  • Paola Vicidomini

    Sono nata a Roma e vivo a Salerno, dove coltivo da sempre l’amore per i libri e la scrittura; avvocato di nome ma lettrice di cuore, quando è possibile preferisco affidare le cause in tribunale a mio marito e occuparmi di quelle che combattono i personaggi dei libri, ascolto le loro voci, ne raccolgo i segreti e li trasformo in recensioni che, da diverso tempo condivido in un gruppo Facebook dedicato ai lettori.
    Il mio stile è insieme analitico e personale poiché intreccio la trama con le mie sensazioni di lettrice, restituendo non solo la storia, ma anche le emozioni e le suggestioni che il libro porta con sé.
    Credo fermamente che “un libro sia un giardino che puoi custodire in tasca”: ogni lettura diventa un viaggio da vivere e condividere.

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