Vito di Battista a tu per tu con ilRecensore.it
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Vito di Battista: là dove cadono le comete nascono storie meravigliose

Vito di Battista intreccia radici familiari, mito e Resistenza: conversazione con l’autore di Dove cadono le comete.

Vito Di battista . autore di Dove cadono le comete

Vito di Battista, scrittore raffinato e già autore de Il buon uso della distanza, torna con Dove cadono le comete (Feltrinelli), un romanzo che ha la forza delle epopee antiche e la delicatezza delle memorie sussurrate.

Nato a San Vito Chietino, il suo sguardo letterario si nutre di radici abruzzesi, di un dialetto che vibra nelle pieghe della lingua e che “scolpisce il tempo con parole salmastre e tempestose come il mare che accompagna il respiro della storia”.

Vito di Battista attraversa la scrittura nelle sue molteplici forme, muovendosi con naturalezza tra il mestiere di agente dei diritti esteri, l’arte fine dell’editing e il respiro della traduzione, che esercita con eleganza presso l’agenzia letteraria Otago

In questo nuovo romanzo, l’autore ci apre le porte del suo paese, San Vito Chietino, un piccolo borgo abruzzese sospeso nel tempo dove tutti campano di una povertà comune, dove trabocchi silenziosi sfidano il mare, e una chiesetta testarda si contende il cielo a colpi di scampanate, un piccolo fazzoletto d’Italia che diventa teatro di una memoria collettiva da ritessere parola dopo parola.

Vito di Battista intesse la narrazione con pietre preziose, scovate nel baule della memoria familiare, riportando in vita quella dimensione soprannaturale che un tempo abitava con naturalezza accanto ai nostri antenati — fatta di filastrocche sussurrate, nenie per quietare i neonati, superstizioni che erano verità camuffate.


Tra le pagine di Dove cadono le comete la voce dei morti non tace: canta, consiglia, ritorna e si fa voce narrante. E lo fa con una familiarità ancestrale, come se la linea sottile tra i vivi e i trapassati non fosse mai stata davvero tracciata.

C’è una tenerezza antica nello sguardo di Vito di Battista, che accarezza la pagina con la stessa malinconia con cui si osserva la propria storia, quando diventa quasi leggenda.

In questo dialogo, Vito di Battista ci guida nel suo universo narrativo: un coro di voci che racconta la Resistenza come scelta morale, la famiglia come destino da reinventare e le comete come simbolo di apparizioni fugaci e luminose che stravolgono, cambiano, illuminano.

Il titolo del tuo romanzo, Dove cadono le comete, è particolarmente evocativo: da dove nasce questo titolo e cosa rappresentano per te le comete? 

Vito di Battista: «Non so bene perché, ma le comete sono un’immagine che non mi abbandona. Forse per il loro essere destinate a consumarsi dopo aver viaggiato a lungo, come se fosse il prezzo da pagare per aver vissuto. In parte, il titolo è anche un omaggio all’esordio di Parise, Il ragazzo morto e le comete. Per i personaggi, invece, le comete incarnano ciò che arriva senza preavviso, sparisce e poi chissà se e quando tornerà – e chissà quale mondo troveranno, o come lo stravolgeranno con la loro presenza. Nell’orizzonte di questa storia, le comete sono però mutevoli e ambigue: Olimpo si chiede se è fatto della loro stessa materia, e in fondo crede che sia così; rappresentano i suoi figli, che per lui sono un dono inatteso; e diventano poi le bombe che cadono dal cielo, in un tentativo di salvezza che richiede però il sacrificio della distruzione.» 

Dove cadono le comete procede dal 1938 al 1970 con una trama corale. Come è nata l’idea di coprire un arco temporale così ampio? In che modo hai scelto i momenti più emblematici da raccontare?

Vito di Battista: «Proprio perché l’estensione è ampia, erano fondamentali le cesure, i passaggi – simbolici e non – di stravolgimento. Il romanzo è diviso in tre parti che si aprono in medias res per chiudersi con una sospensione, come su una nuova soglia. È stata una selezione istintiva, che corrisponde non al momento in cui lo stato delle cose si è deformato, ma all’attimo prima che questa nuova forma si manifesti pienamente: entrare in una casa che non ti appartiene e dove poi resterai a vivere, come accade a Emma nel 1938; abitare un paese occupato dall’esercito nemico, ma quasi all’alba della liberazione; e, nel finale, confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte, e quindi con le persone che si è diventati. Riguardo l’ampiezza, sono state le traiettorie dei protagonisti a richiederla, così come hanno richiesto quando era giusto che il racconto si fermasse.» 

Dove cadono le comete di Vito Di Battista - ilRecensore.it
La tua prosa emerge da un dialetto abruzzese ma si arricchisce di un linguaggio italico antico. Un impasto espressivo ricco di sfumature e gestito in modo magistrale, come sei arrivato a creare questo narrato?

Vito di Battista: «Tramite il fallimento. Nel corso degli anni e delle stesure ho cambiato vari punti di vista, tempi verbali portanti, approcci alla lingua, ma non riuscivo a proseguire. Poi ho capito che una storia che partiva dall’oralità doveva tornare in qualche mondo alla sorgente. Solo quando ho iniziato a pensare in dialetto, a tenere a mente quella ritmica mentre scrivevo però in un’altra lingua, gli elementi si sono allineati.

A volte può “suonare” strano, ma ho capito che non esisteva altro modo per tentare di reinventare un mondo che mi appartiene e che, allo stesso tempo, non ho conosciuto direttamente. Era anche una questione di rispetto verso il dialetto in sé: è una lingua di cui io ho raccolto solo scampoli e sfumature; non potevo rischiare di renderla un orpello, una coloritura per creare atmosfera. Volevo cercare di mantenerne il sapore, senza però cadere in delle incoerenze: visti gli anni in cui è ambientata la storia, tutti questi personaggi avrebbero dovuto parlare sempre e soltanto in dialetto. Era necessaria una scelta netta ed è per questo che, ad eccezione di alcuni termini specifici (pochi, ma che sarebbe stato un peccato perdere nella traduzione), il romanzo è scritto in italiano.»

Le molteplici prospettive (Emma, Olimpo, Anita, Bianca…) creano un coro spesso dissonante ma unitario. Qual è stato il criterio di selezione dei personaggi che raccontano la storia? Chi rappresentano?

Vito di Battista: «Molti di questi nomi trovano un equivalente diretto e, per molti aspetti, aderente nel mio albero genealogico. Li conosco, e per anni ho “intervistato” i miei familiari sul loro conto. Nell’orizzonte di questa storia nello specifico e dei temi che tocca, non potevano che esservi loro al centro, lasciando – forse per il momento – altri sullo sfondo. Ed è così non solo perché derivano da persone esistite o ancora in vita, ma proprio per via del coro dissonante eppure unitario che vanno a formare. Ognuno di loro contribuisce con la propria voce, una voce che risente del rispettivo carattere e delle rispettive esperienze, e queste voci creano una pluralità di variazioni sul tema, dalla maternità alla guerra, dal progresso al senso di colpa. Anche questo è stato un criterio di selezione per capire a chi fosse coerente affidare un ruolo primario.»

Hai descritto la trama come una leggenda che si riscrive ogni volta che una cometa appare: in che modo la narrazione riformula il mito della famiglia e del paese nel reale?

Vito di Battista: «È la finzione che lo permette. Ti inserisci nel non detto delle fotografie, nella pausa di silenzio delle interviste, e in quello spazio bianco – uno spazio dove qualcosa è successo, ma tu non lo sai e non puoi né vuoi scoprirlo – inventi altro che abbia una ragione, un intento, o almeno ci provi. È così che una storia parte dal reale e comincia a farsi mito, privato o meno che sia.

Accade per ogni storia dall’alba dei tempi, al netto di quanto poi sopravviva. Quelle interviste erano colme di varie versioni di uno stesso evento, di varie interpretazioni di un carattere, di varie esposizioni di un determinato discorso. Non esiste un’unica verità, quando si ha a che fare con la vita vissuta. Il mito è un’altra versione ancora di quello che è accaduto, perché quello che è accaduto è ormai svanito: c’era, poi si è fatto memoria. E la memoria finge e inventa.»

Il buon uso della distanza - Vito Di battista - ilRecensore.it
Nel libro la Resistenza non fa proclami ma vive in silenzio nei corpi e nelle grotte. Sembra che volessi mostrare il conflitto come scelta morale più che politica.

Vito di Battista: «Anche questa è stata una scelta istintiva, sebbene la coscienza politica sia comunque presente e vivida in alcuni personaggi. Ma la morale e la politica sono forse due bacini di storie differenti, che possono trovare un punto in cui convergono e si sovrappongono o scorrere quasi del tutto paralleli. Raccontare la “storia politica” della Resistenza sarebbe stato un processo narrativo totalmente diverso e rispetto a cui forse non mi sarei sentito all’altezza. Tutte le ricerche e gli studi a riguardo sono stati filtrati, ricadendo nella trama come per sottrazione, e quello che è rimasto è quindi il conflitto come posizionamento morale e sopravvivenza quotidiana.» 

Il romanzo contiene un’impronta soprannaturale: le voci dei morti, le superstizioni, Bianca e la musica che vibra sotto le righe. Quanto di tutto questo ti appartiene?

Vito di Battista: «Tutto, probabilmente: per educazione culturale, per propensione, anche solo per interesse. Il sovrannaturale è un’impronta del DNA. Forse i morti cantano davvero, magari anche nella testa di qualcuno. Il fatto che non sia la mia testa depotenzia questa probabilità? Le risposte potrebbero essere molte e dipendono sempre dalla prospettiva attraverso cui si sceglie di guardare il reale. Io non credo che questa mia “mancanza” depotenzi la probabilità. Anzi. La verità è che tutti cerchiamo un modo per rimandare la fine un po’ di più. I morti l’hanno superata, quindi sono i soli che rimangono davvero. Finché siamo in vita ci troviamo ai due estremi opposti, ma il discorso è unico. E se è un unico discorso, e quindi ininterrotto, allora si può cercare di farlo sopravvivere anche mentre siamo ancora parte di questo estremo e non ancora dell’altro.»

Bianca è raccontata come figlia di una donna ma figlia d’anima di un’altra. Cosa volevi esprimere su identità e appartenenza da questo triangolo affettivo?

Vito di Battista: «Volevo provare a riportare, seppur nella finzione, qualcosa che ho visto ma anche vissuto a mia volta. Per Bianca, Emma è stata una madre; per i figli e i nipoti di Bianca, Emma era una nonna. È un’equazione dove l’identità e l’appartenenza si costruiscono e possono avere nulla da spartire con il sangue. A livello narrativo, mi sono chiesto cosa potesse significare per queste tre donne specchiarsi l’una nell’altra sapendo qual era il proprio ruolo e come, nella pratica, questo ruolo si facesse però torbido, indefinito, e si innestasse con altro.»

Il ritmo narrativo del romanzo è meditativo, quasi liturgico. In un’epoca che chiede velocità, quanto è stato difficile (o necessario) scrivere e pubblicare un libro che chiede lentezza?

Vito di Battista: «La lentezza, così come la riflessione, mi sono servite per capire di che storia si trattasse davvero, da quale angolazione maneggiarla, come doveva esistere. Sono state necessarie più che difficili da gestire, ma a priori: la stesura vera e propria è stata molto rapida. Editorialmente parlando, ho avuto la fortuna di ricevere carta bianca da Feltrinelli. All’inizio erano dubbiosi riguardo alcuni elementi, come il “noi” posto a voce narrante. Poi hanno capito, e si sono fidati. Se abbiano fatto bene o male, non spetta più a me né a loro dirlo, ma a chi legge.»

Il tuo precedente romanzo si chiamava Il buon uso della distanza, e anche qui affiori con delicatezza nei sentimenti senza mai renderli espliciti. Come coltivi questo equilibrio tra coinvolgimento emotivo e pudore narrativo? 

Vito di Battista: «Forse è la conseguenza del sentirsi da un lato custode e dall’altro inventore (e quindi traditore rispetto alla fonte), tanto in questo romanzo quanto nel precedente.

È un equilibrio delicato che si deve cercare di raggiungere e preservare. O forse la risposta sta proprio nella distanza, a sua volta delicata ma indispensabile per costruire una storia o esplicare un sentimento senza farlo con spudoratezza. Citando Stanislavskij (più o meno), una persona che recita non ti commuove perché la vedi piangere in scena: ti commuove perché hai assistito al processo che sta alla base di quel pianto.

È solo così che ci si sovrappone, che nasce la comprensione, anche se a separarci c’è il mondo intero. Per chi scrive, non esiste forse gesto narrativo più complesso e arduo da istigare nell’altro dell’immedesimazione, un’immedesimazione che, per essere davvero funzionale e riuscita, deve proiettarsi con estrema naturalezza e genuinità su chi legge. Credo che valga per ogni tipologia di romanzo e di personaggio; è una delle tante sfide da cui è più probabile uscire sconfitti, se sei dalla parte di chi scrive. Ma dietro l’immedesimazione, dietro l’esplosione del sentimento – che può essere estrema o quasi taciuta, e non per questo meno potente – c’è comunque sempre la costruzione.»

Il tuo romanzo si legge come sui margini di un pentagramma, so che la tua prosa è fortemente connessa alla musica, tanto che hai creato una playlist.

Vito di Battista: «Prima di iniziare la stesura vera e propria devo avere un titolo, una trama delineata in ogni dettaglio, un’architettura dentro cui espanderla e delle canzoni da tenere in sottofondo. In questo caso, la playlist è composta anche da un brano in dialetto scritto nel 1938 dal mio bisnonno (la fonte dietro il personaggio di Olimpo) e da altri inediti in inglese, che si trovano su Spotify e YouTube come parte di un progetto collettivo chiamato ericthegoodsailor. A modo loro, anche queste canzoni – che esistevano già quando la storia era solo un accumulo di appunti disordinati – sono una reinterpretazione: di quella in dialetto abbiamo modificato un po’ la melodia, quelle in inglese sono scritte dalla prospettiva di un personaggio che parla a un altro (Bianca a Olimpo, Emma a Bianca), ma sono state scritte da me, con le mie parole, non con la loro “voce” nel romanzo.»

Pur ambientato in un Abruzzo isolato e lontano, Dove cadono le comete parla a «noi di oggi». Cosa speri che il lettore contemporaneo porti via da questo romanzo?

Vito di Battista: «D’istinto, spero si porti via la parola che chiude tutto: “perdono”.»

Grazie Vito e mille volte ancora complimenti <3

Autore

  • Patrizia Picierro

    Socia fondatrice della Rivista ilRecensore.it
    SEO Content Creator, traduttrice, Blogger e firma di interviste e recensioni su vari siti letterari.

    Cresciuta a Goethe e cioccolata, ho trascorso gran parte della vita tra l’Italia, la Germania e la Francia, apolide nel Dna tanto quanto nel Pensiero.
    Gli studi classici prima e Scienze Politiche poi, hanno sviluppato il mio senso critico, sfociato poi nella mia vita da BookBlogger.
    Sono sempre in cerca della storia perfetta.
    In borsa porto Joyce e Jackson, le penne che compro in giro per il mondo e tanta passione.

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