L’accompagnatrice: quando la morte diventa una vocazione religiosa
Sinossi

A un primo sguardo, Jillian Cole sembra una donna gradevole ma tutto sommato anonima. E lo stesso si potrebbe dire di suo padre, folti capelli bianchi e un paio di occhiali scuri a nasconderne la cecità. Fitte ombre, tuttavia, si allungano dietro questa facciata rassicurante. Di lui si dice che abbia poteri taumaturgici, che sia capace di guarire i malati con il solo tocco delle mani.
Mentre Jillian, che di mestiere fa l’accompagnatrice per donne anziane e fragili, quando è il momento sa prendersene cura fino alle estreme, irreversibili conseguenze – non senza un sinistro piacere. Arrivata a Serena, Iowa, nel cuore dell’America rurale, la coppia non ci mette molto a individuare chi sarà la prossima assistita di Jillian: Mrs. Dobb, «un piccolo spettro pallido sostenuto dalla testiera scura del letto», che subito manifesta un ambiguo attaccamento per la giovane e una malcelata attrazione per il padre.
Ma Mrs. Dobb non è sola: attorno a lei, nella grande casa dall’«inquietante mancanza di simmetria», gravitano, come in un morboso valzer familiare, David ed Eva – gli enigmatici figli gemelli, legati solo dalla reciproca avversione – e una nipote «irresponsabile ma non felice».
Come se non bastasse, qualcuno riaffiora dall’oscuro passato di Jillian e non sembra intenzionato ad andarsene prima di aver trovato una risposta alle domande scomode che lo hanno portato fin lì.
Con questo romanzo cupo e ipnotico, forgiato su un personaggio femminile irresistibilmente torbido e amorale, Greenhall si conferma maestro dell’innaturale, genere letterario che è tutto suo.
Recensione
“Il nostro era diventato un bisogno reciproco, proprio come era successo con le altre. Ricordai il momento in cui decisi che avrei fatto l’accompagnatrice. Era stato un moto improvviso e urgente, come una vocazione religiosa. Non era stata una decisione riguardo il mio futuro, ma la risposta a una chiamata”
Jillian esercita un magnetismo quasi ipnotico; nella sua presenza, insieme sensuale e carismatica, c’è qualcosa di seducente e di rituale, come se possedesse una particolare forma di grazia destinata alle donne anziane, fragili e sole che incontra lungo il suo cammino. A loro offre compagnia, ascolto, una prossimità che ha il sapore della cura. Poi, quando arriva il momento, quella stessa prossimità assume un significato assai più definitivo.
Jillian accompagna alla morte.
È una creatura malefica travestita da angelo custode, impossibile da respingere proprio perché nel suo gesto non sembra esserci crudeltà. C’è piuttosto una calma assoluta, una convinzione intima che trasforma la morte in un atto necessario, persino misericordioso. Jillian dispensa la morte come se fosse un dono importante, sopportando su di sé il carico che questo dono letale comporta.
“Alcuni di noi non vedono la morte come estinzione come una porta per un'altra vita, ma come il culmine naturale della vita: una fioritura.”
Ken Greenhall, autore felicemente riscoperto da Adelphi, dopo avermi ammaliata con la giovanissima strega Elizabeth, torna a incantare con una protagonista altrettanto difficile da decifrare. L’accompagnatrice, pubblicato negli Stati Uniti nel 1988 e oggi restituito ai lettori italiani nella traduzione di Cristiana Mennella, appartiene a quel territorio dell’«innaturale» che Greenhall aveva già esplorato nel suo primo romanzo.
Jillian si muove come una gatta in bilico tra morte e vita, con movenze lente e studiate, attraversando l’America rurale insieme al padre cieco e cercando, di città in città, donne anziane e benestanti che abbiano bisogno di lei. Le assiste negli ultimi mesi della loro esistenza e, quando arriva il momento, le aiuta a morire.
Non c’è in lei la frenesia del carnefice, né il bisogno di giustificarsi. La sua è davvero una vocazione, qualcosa che sembra precedere persino la sua volontà. Per questo la parola scelta da Greenhall mi pare così precisa: chiamata. Jillian non sembra aver deciso chi diventare; sembra aver risposto a qualcosa che la aspettava.
L’accompagnatrice è un romanzo sensuale, carnale, che riesce a illuminare quell’ultimo respiro, l’alito finale che la morte concede con tanta generosità.
Un microcosmo narrativo mercuriale accoglie il lettore tra pagine costruite con una lingua ricercata, ricca di influenze della grande letteratura americana del Novecento.
Mentre Greenhall creava le sue storie, Nabokov sillabava Lo-Li-Ta, Shirley Jackson dava vita alla feroce Lotteria e Flannery O’Connor metteva sulle strade d’America i suoi strambi profeti de La saggezza del sangue. È dentro quella costellazione letteraria che si colloca L’accompagnatrice: un’America in cui il quotidiano si incrina lentamente, perde la sua apparente normalità e lascia emergere qualcosa di oscuro, morboso, irrimediabilmente umano. Greenhall ne raccoglie le ombre e le conduce un passo più in là, fino a quel territorio dell’«innaturale» che solo lui sembra abitare con tanta eleganza.
È un’America provinciale fatta di case troppo grandi, solitudini profonde, famiglie disfunzionali e rapporti in cui anche gli affetti finiscono per essere contaminati dal denaro. Il romanzo è immerso negli anni Ottanta, in un’America che sembra già contenere, in forma ancora embrionale, molte delle contraddizioni che ritroviamo oggi. Guardando l’America di allora, viene quasi naturale pensare a ciò che sarebbe venuto dopo, all’uomo d’affari divorato dal burnout, fino all’America dei MAGA e dei trumpiani più radicali. Non perché Greenhall potesse prevederla, naturalmente, ma perché certe crepe erano già lì, sotto la superficie rispettabile di quelle case, di quelle famiglie e di quel benessere.
La grande casa di Mrs. Dobb, con la sua «inquietante mancanza di simmetria», sembra già contenere tutto questo: un luogo in cui le persone vivono una accanto all’altra senza riuscire davvero a raggiungersi.
Jillian arriva lì e incontra Mrs. Dobb, «un piccolo spettro pallido sostenuto dalla testiera scura del letto». Una donna che vive nel buio polveroso della sua stanza, immaginando una vita che non le è più concessa e quella carezza che forse qualcuno sarà disposto a darle.
Sarà Jillian a offrirgliela, nel modo singolare e terribile che le appartiene.
Ed è proprio nella relazione tra le due donne che Greenhall riesce a rendere più sottile il confine tra cura e morte, tra compassione e ossessione.
Accanto a Jillian c’è il padre, creatura immobile in un mondo fatto di buio, ricordi e musica, ma anche portatore di un dono particolare: attraverso le sue mani riesce a guarire.
Lei accompagna alla morte, lui restituisce la vita.
Due forme di potere apparentemente opposte che Greenhall mette l’una accanto all’altra, creando una strana simmetria.
“Mi chiesi se papà sapesse quante fosse oscura la mia anima e quale fosse il mio scopo”
Attorno a Jillian gravitano personaggi diafani, quasi vaporosi nella loro consistenza fisica, ma persistenti nella loro dimensione dissonante. Eva, David, la nipote e la stessa Mrs. Dobb sembrano appartenere a un mondo nel quale ciascuno nasconde qualcosa e ogni legame familiare porta con sé una dose di risentimento, desiderio o solitudine.
A solcare più profondamente queste pagine è David, figlio di Mrs. Dobb. Il suo passato emerge lentamente e porta con sé una cattiveria che finisce quasi per illuminare, per contrasto, la figura di Jillian. David ha contorni fumosi, un’ambizione feroce e una dimensione inquieta che lo rende uno dei personaggi più sfuggenti e attrattivi del romanzo.
A rendere il romanzo così incisivo è soprattutto la sua ambiguità etica: Greenhall ci mette davanti a una donna capace di compiere gesti terribili, ma costruisce intorno a lei una tale complessità da sottrarla a una lettura semplicemente mostruosa.
Jillian rimane nell’inquietante zona intermedia in cui il male non cancella l’umano, e proprio per questo diventa più difficile da giudicare.
Jillian non chiede perdono, non cerca assoluzione e non sembra nemmeno interrogarsi sul proprio ruolo. È proprio questa assenza di conflitto morale a renderla così difficile da dimenticare.
Poi c’è Eva, la figlia, più prevedibile nei suoi gesti e nelle sue reazioni, e al centro di questo parterre letale rimane Mrs. Dobb, donna ormai consumata dal tempo, che cerca nelle pagine di Jane Austen e di Jane Eyre una possibilità di redenzione, una forma di vita che forse non ha mai avuto.
Jillian diventerà per lei quella possibilità, anche se in una forma che nessuna delle due avrebbe potuto immaginare.
L’accompagnatrice si muove in un universo parallelo in cui materia e spirito si specchiano e si interrogano. È una storia apparentemente minima, ma capace di penetrare lentamente, come la pece nel legno, lasciando affiorare un sottobosco ricco di riflessioni pregnanti
Greenhall non ha bisogno di moltiplicare i colpi di scena per creare inquietudine. Gli basta costruire un ambiente, lasciare che i personaggi si avvicinino, che le loro storie si contaminino e che ciò che sembrava familiare diventi progressivamente estraneo.
Ogni figura che attraversa queste pagine lascia una traccia, ma è Jillian a rimanere impressa più a lungo.
Una protagonista spregiudicata, ambigua, quasi impossibile da giudicare fino in fondo, perché la sua idea della morte non nasce dalla crudeltà ma dalla convinzione di offrire una forma di liberazione.
Ed è qui che il romanzo diventa più inquietante: quando ci accorgiamo che, per qualche istante, comprendiamo il suo gesto.
Un romanzo imperdibile per chi ama le storie morbose ed eleganti, le atmosfere dense, le frasi cesellate e quella letteratura capace di insinuare l’inquietudine senza bisogno di alzare la voce.
Ken Greenhall è stato dimenticato per troppo tempo. La riscoperta di Adelphi permette finalmente di seguirne le tracce e di tornare dentro quel suo universo oscuro e raffinato, dove il soprannaturale non arriva dall’esterno, ma sembra nascere dalle crepe già presenti nelle persone e nelle cose. Aspettiamo con ansia la traduzione di Hell Hound.
TITOLO: L’accompagnatrice
AUTORE: Ken Greenhall
EDITORE: Adelphi
TRADUZIONE: Cristiana Mennella
GENERE: narrativa straniera – letteratura dell’innaturale –
AUTORE
Ken Greenhall è nato a Detroit nel 1928, figlio di immigrati inglesi. Si è diplomato all’età di 15 anni, ha lavorato in un negozio di dischi per un certo periodo ed è stato arruolato nell’esercito, prestando servizio in Germania.
Si è laureato alla Wayne State University e si è trasferito a New York, dove ha lavorato come redattore di libri di consultazione, prima nello staff dell’Encyclopedia Americana e poi per la New Columbia Encyclopedia.
Da sempre interessato al soprannaturale, Greenhall si congeda dal lavoro per scrivere il suo primo romanzo, Elizabeth (1976), una storia di stregoneria pubblicata con il nome da nubile della madre, Jessica Hamilton.
Seguirono altri romanzi, tra cui Hell Hound (1977), pubblicato all’estero con il titolo Baxter e adattato per un film francese del 1989, acclamato dalla critica con questo titolo.
Greenhall è mancato nel 2014.


