Il buon male: sei racconti che incrinano la normalità e trasformano il male in una rivelazione intima e necessaria
SINOSSI
Samanta Schweblin cattura l’istante esatto in cui l’impensabile irrompe in una vita, quando il dolore e l’inquietudine si traducono in una forma di comprensione, un modo nuovo di sentire il mondo. Spesso accostata a maestri come Raymond Carver e Julio Cortázar, Schweblin racconta i legami spezzati, i vincoli familiari imprescindibili, i dettagli nascosti dell’amore, tessendo con grande intensità emotiva i fili di una trama che oscura e allo stesso tempo illumina i moti dell’anima.
«Samanta Schweblin è una maestra del confine, dell’allusione, della suggestione. La più grande autrice di racconti contemporanea firma il suo libro più sconvolgente, intenso e sfrontato» (Valeria Luiselli).
RECENSIONE
“Si domandava che senso aveva tutto quanto, ossia, a cosa serviva questa storia di avere una vita”
Sei storie. Sei fenditure nella realtà. Sei piccoli monumenti alla letteratura.
Samanta Schweblin disgrega ciò che chiamiamo reale e lo ricompone in una materia instabile, vibrante, fatta di schegge e riflessi. Mille molecole fantastiche che diventano specchi deformanti, bagliori di mondi nascosti che ci abitano, sia dentro che fuori, e che, con feroce precisione, ci somigliano.
Il buon male, vincitore del Premio Aena per il miglior libro di narrativa in lingua spagnola del 2025, scardina il concetto stesso di normalità. Lo svuota, lo incrina, lo espone come una fragile costruzione collettiva. E lo stesso accade al Male: non più assoluto, ma mobile, ambiguo, necessario quasi.
Erede di una tradizione che affonda nel realismo magico latinoamericano, Schweblin intreccia vissuto e immaginato, sogno e carne, restituendo frammenti che sembrano appartenere a una storia più grande, più antica, di quella umana.
Sei microcosmi sospesi sul bordo del reale.
Sei racconti che sfiorano la paura più intima: quella della vita, e quella della sua fine.
Il buon male si può declinare nella letteratura e nel suo motore propulsore: l’ispirazione.
C’è La donna di Atlántida, forse il cuore pulsante della raccolta: una creatura quasi mitologica, una poetessa alcolizzata che cerca l’ispirazione come si cerca l’aria. Nei suoi capelli, la sabbia e i resti del mare. Nel suo sguardo, l’eco di un mondo in cui vivere e morire coincidono.
C’è il bambino di Occhio nella gola, con quel vuoto nella faringe che diventa spazio simbolico, quasi sacro, dove i genitori si incontrano in una dimensione carnale e perturbante. Un corpo che si fa luogo, soglia, racconto.
Ogni racconto è narrato in prima persona: una scelta immersiva, magnetica. Il lettore non osserva, ma abita ogni stanza di narrato.
E in ogni storia c’è un momento preciso, inevitabile: l’irruzione. Quel qualcosa che rompe la superficie del quotidiano e introduce il perturbante proprio dove sembrava non poter esistere.
Ogni racconto è anche un varco.
Un’apertura nella memoria dell’autrice, nei suoi ricordi, nei suoi suoni. Ci accompagna in una casa, in una stanza, accanto a una presenza. Ogni storia porta con sé una traccia autobiografica, come se la finzione fosse solo un’altra forma della verità.
Il male, qui, è una scossa. Un movimento improvviso che spezza l’inerzia e costringe a guardare di nuovo il passato, i legami, le assenze e costringe a riscrivere il presente.
Può essere il fantasma di un gatto amato (William alla finestra), oppure un’inquietante intrusione domestica (Una visita del Superiore) o ancora il ricordo vivo e doloroso di un animale (Un animale favoloso).
“È sempre così, mi accorgo di quanto mi manca qualcuno all’improvviso, con l’angoscia che arriva di colpo, e devo fare uno sforzo per non commuovermi”
La scrittura di Schweblin è preziosa e tesa. Spesso accostata al minimalismo di Carver, conserva però una densità lussureggiante, un sottobosco ricco di echi, da Cortázar a Bioy Casares, dove il fantastico non è evasione, ma rivelazione, come il sussurro di un’epifania.
C’è sempre qualcosa che vibra sotto la superficie delle sue frasi. Una tensione sottile, un significato che sfugge e, proprio per questo, trattiene.
Come nei sogni si percepisce che c’è un senso, ma non lo si afferra completamente. Ed è in quella mancanza che il lettore resta intrappolato, avvinghiato alla spirale narrativa.
Dallo straniamento de La donna di Atlántida, con le sue protagoniste che richiamano le sorelle di Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson, alla follia di Benvenuta fra noi, fino alla profonda tristezza di Un animale favoloso; la gamma emotiva attraversata è vasta, stratificata, universale.
Il buon male è fatto di una materia rara.
Terra, acqua, ferro, carne.
Voci antiche e intime che si impastano e restituiscono qualcosa di vivo, di necessario.
Una lettura imprescindibile.
La letteratura latinoamericana, ha in sé un respiro riconoscibile: carnale, sensuale, quasi notturno. Le parole non descrivono, ma toccano. Disegnano linee che sembrano chiare e poi si dissolvono, lasciando il lettore dentro un’esperienza più che dentro una storia.
Qui il lettore non è spettatore, è complice, partecipe, come un partner silenzioso di una confessione sussurrata.
Lo stile di Schweblin è viscerale, sensoriale, profondamente immaginifico. Riduce la fantasia all’essenza per arrivare a quel nucleo intatto in cui risiede ciò che siamo davvero: umani, sì, ma anche irrimediabilmente animali.
La letteratura accade in presenza: accade quando un lettore prende un libro, lo apre e attraversa le parole che qualcuno ha scritto tre giorni prima o tre secoli prima. In quel momento succede qualcosa, e succede in due – Samanta Schweblin
TITOLO: Il buon male
AUTRICE: Samanta Schweblin
EDITORE: Einaudi
TRADUZIONE: Maria Nicola
GENERE: racconti contemporanei – narrativa latinoamericana – realismo magico
AUTRICE
Samanta Schweblin è nata a Buenos Aires nel 1978. È autrice di romanzi e racconti tradotti in piú di quaranta lingue. Con le sue due prime raccolte ha ottenuto i premi Fondo Nacional de las Artes e Casa de las Américas.
Con il suo primo romanzo, Distanza di sicurezza, adattato per il cinema da Claudia Llosa, ha vinto lo Shirley Jackson Award e il Tournament of Books, ed è stata finalista all’International Booker Prize.
Con Sette case vuote ha vinto il Premio Ribera del Duero per la narrativa breve e il National Book Award. È stata insignita di importanti premi alla carriera come il Premio Konex e il Premio Iberoamericano de Letras José Donoso.
Alcuni suoi racconti sono apparsi su «The New Yorker», «Harper’s Magazine», «Granta», «McSweeney’s» e «The Paris Review» e hanno ricevuto numerosi riconoscimenti come i premi Haroldo Conti, Juan Rulfo e O. Henry. Da oltre dieci anni vive a Berlino, dove scrive e insegna scrittura creativa.


