Il mio rifugio e la mia tempesta: Arundhati Roy racconta sua madre, la scrittura e il prezzo della libertà
Sinossi
All’indomani della morte della madre, nel settembre del 2022, Arundhati Roy inizia a scrivere per dare voce ai sentimenti profondi e contraddittori che da sempre la legano a quella donna carismatica dalla quale si è allontanata all’età di diciotto anni, «non perché non la amassi, ma per poter continuare ad amarla».
Ne nasce un libro che racconta la vita di Arundhati a partire dalla sua infanzia, attraverso gli anni che la portano alla scrittura, all’impegno per le cause sociali ed ecologiche, fino al successo con Il dio delle piccole cose, che coincide però con una svolta drammatica nella politica del suo paese e con la fine burrascosa del suo matrimonio.
Un libro che è un viaggio nella storia di una nazione – dal Kerala verde smeraldo al Goa degli hippy ai sobborghi della capitale – e di una scrittrice che sfugge alle definizioni e rifiuta gli stereotipi: «Non ero abbastanza cristiana. Non ero abbastanza induista. Non ero abbastanza comunista… Donna libera. Scrittura libera. Come mi aveva insegnato mia madre».
«Scrivere questo libro è difficile quanto non scriverlo. Forse ancor più che da figlia che piange la scomparsa di sua madre, la piango da scrittrice che ha perso il suo personaggio più avvincente. In queste pagine, mia madre, la mia gangster, vivrà. Lei è stata il mio rifugio e la mia tempesta».
Recensione
Ammiro Arundhati Roy da quando, svariati anni fa, lessi Il dio delle piccole cose. Trovai fosse una scrittrice portentosa perché, nonostante gli ostacoli presenti all’interno del romanzo, primo fra tutti gli innumerevoli nomi dati ad ogni singolo personaggio (mi feci un elenco che potevo ripassare per capire chi era chi), la storia mi aveva colpito profondamente e ancora adesso lo considero uno dei libri migliori della mia vita.
Arundhati Roy era riuscita a creare un linguaggio diverso, estremamente personale, stratificato e complesso, ma talmente affascinante da tenerti incollato al racconto fino all’ultima pagina. Il valore dell’opera era così evidente da farle vincere il Booker Prize nel 1997.
Nei successivi scritti e reportage ho sempre trovato una scrittrice e una donna di grande spessore intellettuale, coraggiosa e leale, capace di argomentare le proprie idee con chiarezza e sincerità, senza mai abbassare la testa di fronte ai suoi innumerevoli detrattori.
All’interno di questa biografia, Il mio rifugio e la mia tempesta, ci si accorge di quanto gli attacchi nei suoi confronti fossero violenti, capaci di infangare una persona non con argomentazioni intellettuali coerenti ma con acrimonia e viltà, usando gli stratagemmi più subdoli per attivare i pregiudizi e gli istinti più bassi delle persone.
Roy non fa mistero della paura provata di fronte a questo grado di violenza, ma la accetta e riesce a non piegarsi di fronte a questi attacchi. Anzi, si sente spronata a ribadire il suo punto di vista e ad accettare l’impopolarità.
"Il mio impegno era scrivere. Essere una scrittrice, non una leader o un'attivista. Per farlo non potevo essere ostacolata dal peso di un "seguito" o dalla necessità di soddisfare le aspettative della gente. Dovevo avere il diritto di essere impopolare. Dovevo poter scegliere di sondare i confini dell'accettabilità, di non conformarmi, di restare isolata."
Arundhati ironizza anche sulla smania del contemporaneo di incasellare tutto e che la pubblicizza come scrittrice-attivista, come se vi fosse un recinto invisibile su ciò che è consentito scrivere ad una determinata persona e su cosa invece non è considerato di sua competenza
Ma per quale motivo non si dovrebbe parlare di ciò che accade nel mondo se si studia e si approfondisce l’argomento? E perché puntualizzare l’essere attivisti, come se “scrittore” non fosse abbastanza?
"Presto cominciai a essere definita scrittrice-attivista, una espressione che trovavo assurda perché implicava che scrivere di cose che riguardavano questioni di vita e di morte delle persone non fosse compito di uno scrittore. Che per quello ci fosse bisogno di una specifica aggiuntiva. A me scrittrice-attivista suonava un po' come divano-letto."
Trovo liberatorio questo suo modo di essere, questo desiderio di non darsi confini, di non sottostare ai limiti imposti da altri, perché trovo che spesso, dietro il desiderio di affermare chi siamo non vediamo i muri che noi stessi ci fabbrichiamo.
È stata una sorpresa scoprire, all’interno del libro, un passato da bambina maltrattata, vittima insieme al fratello di una madre carismatica ma dispotica, violenta e manipolatrice.
Una madre capace di usare l’asma di cui soffriva per terrorizzare i propri figli facendoli sentire responsabili degli attacchi che l’avrebbero sicuramente portata ad una prematura dipartita. Ma anche una donna che era riuscita, con le sue sole forze, ad affermarsi in una società come quella indiana, maschilista e misogina, e a creare una scuola che aveva migliorato significativamente la vita agli studenti e alle famiglie che la frequentarono.
Mary Roy aveva formato giovani vite nell’assoluta parità di genere, istruendole in una bellissima scuola e rendendole indipendenti e istruite a tal punto da eccellere anche al di fuori del contesto nazionale.
Arundhati è cosciente del fatto che lei e il fratello non avrebbero mai potuto rivaleggiare con la figlia più amata, quella scuola che era diventata un punto di riferimento per l’intero Kerala. Per poter diventare una persona indipendente e restare sana di mente Arundhati esce di casa appena se ne profila la possibilità e si iscrive alla facoltà di architettura di Delhi.
In questi anni conosce le persone che diventeranno la spina dorsale della sua vita e che la sosterranno durante le vicissitudini future. Molte di queste persone sono uomini, il che è indicativo del grado di emancipazione di questa donna, in un tempo e in un luogo che guarda di traverso tutto ciò che esula dall’appropriatezza di un matrimonio formale in cui ci si aspetta la sottomissione della moglie al marito. Arundhati si fa fieramente beffe di queste regole asfissianti e costruisce la sua vita e i suoi legami in piena libertà:
"Per gente come me, con una mentalità da vagabonda, è un momento eccellente per le amicizie. L'amicizia è la zattera su cui navigo. L'amicizia è la bandiera che tengo alta."
Arundhati scardina le idee preconcette che abbiamo di un paese per noi esotico come l’India, e ci dimostra quanto il suo retroterra culturale sia più vicino al nostro di quanto immaginassimo
I libri letti, la musica rock, la lingua inglese vengono spesso dalla cultura occidentale, il che non esclude ma si somma alla tradizione indiana in cui questa scrittrice è nata e vissuta.
Nel libro riesce ad evocare la complessità di un territorio immenso e diversificato come quello indiano facendoci riflettere sul fatto che la lingua parlata in una particolare regione è diversa quando ci si sposta in un’altra.
È qualcosa a cui solitamente noi non pensiamo, abituati come siamo ad una certa uniformità linguistica. In India invece la lingua, il paesaggio, la cultura, la religione e la tradizione mutano a seconda del territorio, e lo rendono un luogo multiforme e sfaccettato.
In questo memoir – Il mio rifugio e la mia tempesta – Arundhati Roy descrive la propria esistenza e quella dei suoi familiari e amici con una lingua semplice e asciutta, molto diversa da quella del libro che l’ha fatta conoscere al mondo, Il dio delle piccole cose.
La vita narrata in queste pagine non è splendente e perfetta, ma caotica e altalenante, piena di momenti belli come di brutture e ingiustizie. È vita vera. Ed è anche la storia di una nazione, l’India, che ha attraversato grandi sconvolgimenti e che, attraverso questo racconto personale riusciamo a comprendere un po’ meglio, a far luce sui mutamenti profondi che l’hanno portata ad essere la nazione che è ora. Un luogo sempre esotico per i nostri occhi occidentali, ma più comprensibile e umano per merito di questa grande scrittrice.
Se avete amato gli altri libri di Arundhati Roy penso che troverete di grande interesse Il mio rifugio e la mia tempesta perché svela il retroterra che l’ha portata a scrivere le sue opere, e ci consente di immergerci in una vita piena e mai banale, proprio come questa scrittrice.
Titolo: “Il mio rifugio e la mia tempesta”
Autore: Arundhati Roy
Editore: Ugo Guanda Editore
Genere: biografia, autobiografia, storie e conflitti familiari
Traduttore: Tiziana Lo Porto
Autore

Arundhati Roy è l’autrice dei romanzi Il dio delle piccole cose, vincitore nel 1997 del Booker Prize e tradotto in quaranta lingue, e Il ministero della suprema felicità.
Ha scritto inoltre numerosi libri di non fiction: La fine delle illusioni, Guerra è pace, Guida all’impero per la gente comune, L’impero e il vuoto, La strana storia dell’assalto al parlamento indiano, Quando arrivano le cavallette, In marcia con i ribelli, I fantasmi del capitale, Cose che si possono e non si possono dire (con John Cusack), Il mio cuore sedizioso e Azadi.
Nel 2023 le è stato assegnato lo European Essay Prize alla carriera e nel 2024 il PEN Pinter Prize per la sua capacità di raccontare «importanti storie di ingiustizia con intelligenza e grazia».
Tutti i suoi libri sono pubblicati in Italia da Guanda. Vive a New Delhi.

