Marty Supreme - Abbiamo visto - ilRecensore.it
Marty Supreme - Abbiamo visto - ilRecensore.it

MARTY SUPREME

Marty Supreme: un ritratto febbrile di ambizione, identità e sopravvivenza nell’America degli anni Cinquanta

DATI SUL FILM

  • Regia: Josh Safdie
  • Durata: circa 150 minuti
  • Genere: Biografico, Sportivo, Drammatico
  • Piattaforma: CINEMA – attualmente in sala (6° posto al Box Office)

INTRODUZIONE

Marty Supreme è ispirato alla vita del vero campione e truffatore-genio del ping pong americano Marty Reisman, figura eccentrica, borderline, amatissima nelle sottoculture newyorkesi. Non viene da un singolo libro o inchiesta, ma da un immaginario ricco di:

  • memorie autobiografiche (The Money Player),
  • vecchi profili giornalistici (celebre quello di Sports Illustrated, 1977),
  • episodi di cronaca sportiva e di costume,
  • la tradizione del “trickster newyorkese” che ha influenzato molti film di Safdie.

PUNTI CHIAVE DEL FILM

  • La sconfitta di Marty al Mondiale del 1952 contro il giapponese Endo.
  • La folle raccolta fondi per ottenere una rivincita.
  • Una serie di eventi grotteschi: truffe, debiti, amori clandestini, furti, umiliazioni pubbliche, performance con gli Harlem Globetrotters, fughe e ritorni.
  • La lotta del protagonista contro i limiti sociali dell’America anni ’50.

Personaggi

  • Marty Mauser (Timothée Chalamet) – alter ego romanzato di Marty Reisman.
  • Koto Endo – il campione giapponese rivale.
  • Kay Stone (Gwyneth Paltrow) – attrice decaduta e ricca benefattrice, figura fittizia ma simbolica.
  • Rachel Mizler (Odessa A’zion) – commessa sposata, amante di Marty.
  • Rockwell – magnate capitalista, caricatura del potere economico.
  • Vari comprimari grotteschi: tassisti, mafiosi, paesani truffati, figure paterne, amici perseguitati dall’Olocausto.

Luoghi

  • New York del dopoguerra: negozi, club, retrobotteghe, strade sporche e pulsanti.
  • Londra del Mondiale.
  • America rurale: fuga notturna, casa di campagna, luoghi semi-lisergici che accentuano il caos narrativo.

TRAMA

New York, anni ’50. Marty Mauser è un venditore di scarpe di giorno e un fenomeno del ping pong di notte. Desidera la fama, il denaro e l’ascesa sociale più che il trionfo sportivo. Racimola soldi in ogni modo – leciti e illeciti – per partecipare al Mondiale di Londra, dove viene sconfitto dal giapponese Endo.

Ossessionato dalla rivincita, torna in America deciso a riprovarci: truffe, amori clandestini, debiti, spettacoli comici con gli Harlem Globetrotters, minacce mafiose, incidenti, tradimenti e umiliazioni pubbliche segnano la sua corsa folle verso il riscatto. Marty è convinto di poter sfidare il capitalismo armato solo della sua racchetta… e di una pallina sempre nella manica.

Marty Supreme è un film che corre, suda, barcolla e riparte, sempre più veloce del suo protagonista. 

Josh Safdie costruisce un’opera che si colloca a metà tra biopic sportivo e fenomenologia del fallimento americano: un racconto dove il ping pong è solo un pretesto, un simbolo minimo, ma perfetto, del rapporto fragile e feroce tra uomo e denaro.

Il film si apre in modo programmatico con “Forever Young”: un anacronismo voluto, che dichiara subito che la nostalgia non sarà realismo, ma energia dissonante. L’intera opera è così: una corsa contro il tempo, gonfia di colori saturi e contraddizioni, traboccante di sotto-trame che potrebbero ognuna diventare un film a sé.

Safdie non semplifica: stratifica.

Il mondo di Marty è caotico, sporco, rumoroso, pieno di tentazioni e fallimenti.

Le sue vittorie, poche e preziose, sono sempre ottenute contro la logica. Chalamet lo interpreta con una furia teatrale e una vitalità quasi spaventosa: parla senza tregua, seduce, manipola, implora, truffa. È antipatico, egocentrico, pericolosamente autodistruttivo, eppure magnetico.

È l’ennesimo “perdente vincente” del cinema americano, ma Safdie ribalta la prospettiva: Marty non è l’eroe che vince contro il sistema, è l’uomo che tenta disperatamente di non esserne divorato.

Marty Supreme - Abbiamo visto - ilRecensore.it

Timothée Chalamet, solido e credibile nelle sue centinaia di ore passate ad allenarsi sul tavolo di ping-pong, sfoggia un sorriso sagace, magnetico, perfettamente consapevole di quella che è una recitazione cucitagli addosso.

Il film è anche un racconto sull’identità ebraica nell’America del dopoguerra, sull’eredità del trauma (struggente la storia dell’amico che ricorda Auschwitz), e sulla competizione tra Stati Uniti e Giappone come metafora politica del dopoguerra. Il confronto tra Marty ed Endo diventa così una partita tra ferite storiche, più che tra atleti.

Accanto alla componente drammatica convivono momenti di comicità grottesca: il cane del mafioso, la sculacciata capitalista, le esibizioni farsesche con gli Harlem Globetrotters, il sesso in mezzo alla strada. È il cinema che non si vergogna dell’eccesso: Safdie butta dentro tutto, e sorprendentemente tutto regge, in un equilibrio sbilenco ma coerente con la natura caotica del suo protagonista.

La fotografia di Khondji è un personaggio a sé, modellando un’America sporca, satura, visivamente esplosiva. Lopatin aggiunge un tappeto sonoro che dona al film una dimensione quasi fantasmagorica. Il risultato è un’esperienza sensoriale intensa, volutamente destabilizzante.

Marty Supreme è, in definitiva, un film sul sogno americano visto dal suo lato più tossico: non quello della meritocrazia, ma quello della compulsione. Marty non vuole solo vincere: vuole dimostrare a se stesso, al mondo e a Dio che può riscrivere il proprio destino, anche se ogni sua scelta lo avvicina alla disfatta.

Ed è proprio in questo paradosso che Safdie trova il suo film migliore dai tempi di Uncut Gems: una storia senza eroi, piena di furore vitale, in cui il fallimento diventa spettacolo e l’ambizione un vortice che trascina tutto.

Un’immagine, silenziosa e tenace, attraversa e sostiene fin dal principio l’intera narrazione di questo film, che non esito a definire un autentico gioiello cinematografico: la vita.

La vita nella sua urgenza primordiale, la fame di esistere che si aggrappa ai margini del mondo, corre accanto a Marty come un’ombra luminosa, spingendolo in avanti mentre noi, spettatori, non possiamo fare altro che seguirlo e parteggiare per lui.

Ogni partita diventa rito di sopravvivenza, ogni inciampo un’offesa da riscattare, ogni svolta narrativa un battito accelerato in quell’odissea di rabbia e desiderio, dove un ragazzo ebreo, privo di mezzi ma non di dignità, tenta di sfuggire al destino di perdente cucitogli addosso ancor prima di nascere.

In un universo anni Cinquanta ricreato con cura quasi archeologica, Chalamet forgia forse la sua interpretazione più intensa, incarnando con struggente convinzione quella fame feroce di vita. 

Sospinto da una messa in scena cromaticamente perfetta, intrisa di un vintage che non è semplice estetica ma memoria evocata, Marty Supreme si impone come un film da amare: per la sua isteria tenera, per la sua umanità palpabile, per il suo respiro storico.

E tutti, inevitabilmente, si scioglieranno di fronte a una scena finale che ha il passo della grande epifania cinematografica.

Autore

  • Patrizia Picierro

    Socia fondatrice della Rivista ilRecensore.it
    SEO Content Creator, traduttrice, Blogger e firma di interviste e recensioni su vari siti letterari.

    Cresciuta a Goethe e cioccolata, ho trascorso gran parte della vita tra l’Italia, la Germania e la Francia, apolide nel Dna tanto quanto nel Pensiero.
    Gli studi classici prima e Scienze Politiche poi, hanno sviluppato il mio senso critico, sfociato poi nella mia vita da BookBlogger.
    Sono sempre in cerca della storia perfetta.
    In borsa porto Joyce e Jackson, le penne che compro in giro per il mondo e tanta passione.

    Visualizza tutti gli articoli

ilRecensore.it non usa IA nelle recensioni

X