Un matrimonio in mare aperto - ilRecensore.it
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Un matrimonio in mare aperto di Sophie Elmhirst

Un matrimonio in mare aperto: un naufragio, quattro mesi nell’oceano e la storia di un amore messo alla prova dalla sopravvivenza

Nel mezzo del Pacifico, una coppia insolita naviga su una barca comprata con i risparmi di una vita. Maurice è un solitario, impacciato e ossessivo; Maralyn è carismatica e ambiziosa. Li unisce la paura di sprecare i propri giorni e la voglia di fuggire dal mondo ordinario. Ma nel marzo del 1973, una balena emerge dalle acque e squarcia lo scafo, affondando la barca.

Ciò che resta è una piccola zattera di gomma, qualche provvista, e loro due, soli insieme nell’oceano selvaggio. Li vediamo escogitare trappole per pesci e tartarughe, raccogliere acqua piovana, imparare ad ascoltare il mare che li ha quasi uccisi e che ora è l’unica risorsa che può tenerli in vita: nemico e salvatore, crudele e generoso, indifferente e pieno di doni.

Ma più i giorni passano, più la lotta per sopravvivere diventa anche qualcos’altro: un confronto radicale con il desiderio, la solitudine e la dipendenza reciproca.

Basato su documenti, diari e testimonianze, Un matrimonio in mare aperto ricostruisce un’incredibile storia vera trasformandola in un racconto teso e avvincente, dove l’avventura estrema si intreccia a un’indagine lucidissima sul matrimonio e sul fragile equilibrio che tiene unite due vite.

Con prosa cristallina, Sophie Elmhirst ci ricorda che si può fuggire dal mondo ma non da se stessi, e che l’unico vero approdo è la persona che abbiamo scelto di amare.

Nella buona e nella cattiva sorte: il matrimonio secondo Sophie Elmhirst

Che cosa ci permette di sopravvivere quando siamo in una situazione disperata e la morte gioca a nascondino? Ci salvano le nostre risorse interiori o l’attitudine a prenderci cura di un’altra persona?

Ruota attorno a questi interrogativi Un matrimonio in mare aperto di Sophie Elmhirst in cui il racconto avventuroso sul naufragio della coppia formata da Maurice e Maralyn diventa in realtà il pretesto per riflettere sull’amore coniugale, sulle debolezze caratteriali e sul coraggio di condividere un progetto comune.

Lo spunto per scrivere il romanzo nasce nell’autrice durante la pandemia da Covid, mentre svolgeva delle ricerche per scrivere un articolo sulle persone che avevano deciso di vivere sull’acqua. La storia della coppia inglese formata da Maurice e Maralyn che, inseguendo un sogno di libertà, era riuscita a sopravvivere per quattro mesi in balia dell’oceano Pacifico su una zattera e un gommone, la colpisce per il modo in cui i due si erano sostenuti a vicenda.

L’autrice attinge al diario che la stessa Maralyn aveva scritto nel 1973, durante il naufragio, e ai libri scritti dalla coppia Bailey dopo il salvataggio.

Il racconto ci restituisce infatti, fin dalle prime pagine, l’immediatezza dell’esperienza, il senso di avventura che spinge i due protagonisti ad abbandonare la vita sulla terraferma per inseguire il sogno di vivere sul mare. Maurice e Maralyn non potrebbero essere più diversi, due pezzi di un puzzle destinato a compenetrarsi perfettamente: tanto burbero e goffo era lui, quanto intraprendente e vivace era lei. 

Perché si scelgono?

L’autrice ci rivela subito cosa spinse l’uno verso le braccia dell’altra:

 “Il motivo per cui Maurice scelse Maralyn era ovvio. “Nella mia vita avevo bisogno di una persona come Maralyn che compensasse le mie insicurezze” scrisse. Lei riempiva di colore i suoi vuoti”. 
Il motivo per cui Maralyn scelse Maurice era più imperscrutabile, almeno all’inizio. Al di là dei confini della casa dei suoi genitori e dell’ufficio tributi di Derby, percepiva la possibilità di un’altra esistenza. Ed ecco un uomo, nove anni più grande, che sembrava già viverla, andando in barca a vela e scalando le montagne. 

Malgrado le differenze, i due condividono la stessa insofferenza verso le ristrettezze di una vita borghese e ordinaria: vogliono la libertà.

Il 21 dicembre 1963 si sposano, e dopo un breve periodo di convivenza in un bungalow nel sobborgo di Allestree a Derby, pianificano la loro vita futura a bordo di una barca. L’idea era quella di raggiungere la Nuova Zelanda su una barca a vela di nove metri.

A bordo non avrebbero avuto una radiotrasmittente né altri dispositivi elettronici. A giugno del 1972 salpano da Falmouth. Noi lettori veniamo subito immersi nello spirito del viaggio: condividiamo i loro primi mesi di navigazione, assaporando la libertà di una vita sconfinata: “Ogni giorno era caldo, immacolato. Cieli aperti e venti leggeri. Smisero di indossare qualunque cosa, incluso il giubbotto di salvataggio. Non sembrava essercene motivo”. 

Ben presto, però, il mare rivela il suo lato più minaccioso: il 4 marzo del 1973 una balena squarcia il fianco della loro barca, costringendoli a raccogliere in breve tempo tutto il necessario per la sopravvivenza e a trasferirsi su una zattera legata a un gommone.

L’incidente è fulmineo, esige prontezza di riflessi, e fin da subito Maralyin si dimostra quella più dotata di senso pratico:

 “Stabilire una routine. Mantenere l’ordine. Non lasciar dissolvere le strutture. Maralyn era capace di tutto questo nel profondo”.

Accanto al senso profondo di solitudine e all’inevitabile scoraggiamento, l’autrice sottolinea più volte il pragmatismo di Maralyn: era lei che con il suo fare teneva a bada la mente, organizzava, stilava tabelle per il razionamento giornaliero, inventava giochi con materiale di fortuna, usava delle spille da balia come amo per pescare tartarughe e pesci.

Maurice faticava a seguirla, tendeva a colpevolizzarsi per il naufragio, si rattristava. Intanto, si leggevano libri a vicenda, progettavano il loro viaggio futuro, Maralyn scriveva, un diario, delle lettere:

 “Mentre il suo corpo rimpiccioliva, Maralyn si costruiva a parole, una frase dopo l’altra. Quando annotava gli avvenimenti del giorno, per quanto tetri, il giorno si dimostrava reale e le sue facoltà intatte”.

C’è molta delicatezza nelle parole dell’autrice, che non scade mai nel sensazionalismo o nella spettacolarizzazione dell’esperienza vissuta dai due protagonisti, non li trasforma in eroi, ne tratteggia piuttosto la dimensione più umana, le loro fragilità, i loro momenti di sconforto, lascia intuire il silenzio che li accompagnava giorno e notte, esposti ai capricci della natura.

C’è il ruolo del destino, certo, quel fato che per ben quattro volte impedisce alla loro zattera di essere avvistata dalle navi a pochi chilometri di navigazione e che infine, dopo 117 di navigazione in mare aperto, li mette sulla stessa rotta della Wolmi 306, una nave coreana. 

I mesi successivi al salvataggio sono quanto di più lontano Maurice a Maralyin avevano immaginato per le loro vite: l’assalto della stampa e l’attenzione dell’opinione pubblica li lasciano frastornati, incapaci di trovare un nuovo equilibrio, facendo anzi nascere in loro la nostalgia per il mare aperto e il desiderio di ripartire. L’incidente non aveva infatti scalfito la loro sete di avventura:

 “Nessuno sembrava capire il loro desiderio di tornare in mare e la gente chiedeva spesso perché invece non si compravano una casa. «Se la tua casa va a fuoco, costruisci una casa nuova» rispondeva Maralyn. «La mia casa è affondata, perciò costruirò un’altra casa». 

È sorprendente e spiazzante la fede cieca nel loro sogno, lo stesso che li aveva portati così vicino alla morte. Il 4 luglio del 1975, una nuova nave, la Auralyn II salpò dalle coste del Devon, pronta a un nuovo viaggio.

La coppia questa volta era accompagnata da un intero equipaggio e dalla necessaria strumentazione di bordo. Quello sarebbe stato il loro ultimo viaggio insieme.

L’ultima parte del libro, più nostalgica, è dedicata agli ultimi anni di vita dei due protagonisti, alle difficoltà legate al trascorrere degli anni, al conforto dei ricordi. 

Anche noi lettori veniamo accompagnati, pagina dopo pagina, nel viaggio dei due protagonisti, in quello più avventuroso, in mare aperto, e in quello più interiore, che scava negli equilibri della coppia e nelle risorse che si attivano quando ci prendiamo cura di un’altra persona.

Una volta, un intervistatore chiese a Maralyn in che modo Maurice avesse aiutato lei. «Credo che fosse avere qualcun altro a cui pensare, anziché pensare a me stessa tutto il tempo» disse. «Pensare a lui e aiutarlo». I bisogni di lui erano stati l’occupazione di lei.

In questo senso, il romanzo, nel suo farsi racconto di un’avventura ai limiti dell’incredibile, si traduce in una profonda metafora dei legami umani e in una riflessione su quel sentimento che può tenerci in piedi anche in mezzo alle burrasche.

Qualcuno lo chiama amore. 

Sophie Elmhirst - ilRecensore.it

Sophie Elmhirst è una giornalista e scrittrice britannica.

Scrive per il Guardian, 1843, The Gentlewoman e Harper’s Bazaar.

Nel 2020 ha vinto il premio come miglior feature writer ai British Journalism Awards ed è stata candidata all’Orwell Prize for Journalism. Il suo esordio Un matrimonio in mare aperto (NNE, 2026) ha vinto il Nero Gold Prize 2024 e racconta la vera storia di Maurice e Maralyn Bailey, sopravvissuti per 117 giorni alla deriva nell’oceano Pacifico nel 1973.

Autore

  • Donatella Vassallo

    Insegnante di professione, con una lunga carriera come giornalista, coltivo da sempre l’arte del dubbio e del silenzio. I libri mi permettono di entrare nelle vite altrui e di esplorarne i confini. Quando non leggo, cammino, corro o medito, nel tentativo di gustare fino in fondo ogni attimo del mio tempo. Sono molto selettiva nei gusti letterari: se vi consiglio un libro, vuol dire che mi ha fatto vibrare l’anima. E lo stesso vorrei succedesse anche a voi.

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