Il Calamity Club: l’ipocrisia dell’America degli anni ’30, il sogno, la rivincita
Sinossi
Mississippi, 1933. A soli undici anni, Margot “Meg” Lefleur ha imparato a sue spese che non può fidarsi di nessuno. Dal giorno in cui improvvisamente la sua adorata madre, Charlie, non è tornata a casa, Meg è diventata una delle bambine “non adottabili” dell’orfanotrofio della città, dove lotta ogni giorno per non perdere la speranza e mantenere vivo il suo spirito indomito.
“È la speranza una creatura alata” recita una meravigliosa poesia che ha imparato a memoria. E quella poesia le ricorda la sua mamma. Quando incontra Birdie, Meg ha finalmente la sensazione che qualcuno si preoccupi davvero del suo futuro. È stata la disperazione a portare Birdie lì a Oxford: la Grande Depressione stringe la sua morsa e, se non paga le rate arretrate del mutuo, rischia di finire in mezzo alla strada.
La giovane intende chiedere un prestito alla sorella, che ha sposato l’erede dei Tartt, una famiglia ricca e ben introdotta nei salotti dell’alta società. Molto presto, però, si rende conto che il loro benessere non è altro che una facciata sostenuta da un’impalcatura di bugie. Ma un giorno il caso conduce Charlie davanti alla porta di Birdie. Vittima di un sistema che l’ha ridotta sul lastrico per poi portarle via la figlia, Charlie non ha più nulla, tranne la sua intraprendenza.
E propone a Birdie un piano audace ed estremamente rischioso, che potrebbe però risolvere i problemi di entrambe. È un’alleanza insolita, quella che si crea in casa Tartt, eppure fortissima, come accade tra persone che possono contare solo su ciò che hanno da darsi reciprocamente, sfidando ipocrisie e convenzioni. E, in un momento in cui alle donne viene negato ogni diritto, il loro piccolo atto di ribellione porterà conseguenze che non avrebbero mai immaginato…
Arguto, commovente e irresistibilmente ironico, Il Calamity Club è una storia indimenticabile di resilienza e amicizia, un inno alla forza delle donne e alla loro capacità di trasformare persino una calamità in un nuovo inizio.
Recensione
Vedi la copertina de Il Calamity Club e pensi “è una bella copertina”, poi leggi il nome dell’autrice, Kathryn Stockett e ti dici “un momento, dove ho sentito questo nome?” e la striscetta chiarisce tutto: l’autrice di The Help torna dopo diciassette anni con questo romanzo…
Diciassette anni sono tanti. E lo noti dalla corposità del romanzo: 744 pagine
Il Calamity Club di Kathryn Stockett ci porta a Oxford nel 1933, tra Grande Depressione e Proibizionismo, dove un gruppo di donne trasforma la disperazione in coraggio e libertà, con due protagoniste: Meg, una bimba orfana di 11 anni e una giovane donna con un nome particolare, Birdie
Contesto storico
Per comprendere appieno il romanzo, il lettore deve sapere alcune vicende storiche degli Stati Uniti che precedono il 1933. Sono gli anni ruggenti, quelli dell’immaginario collettivo di feste, divertimento, il charleston, i capelli corti, le dive spregiudicate del cinema… ma sono anche gli anni in cui ha inizio il Proibizionismo, che porterà al traffico e ai locali clandestini.
Tra il 1924 e il 1927 si fanno avanti le teorie dell’eugenetica e della sterilizzazione: donne ritenute non conformi mentalmente o fisicamente, rischiose per la società, venivano sterilizzate e lo stesso destino potevano averlo le figlie avute prima dell’intervento. Nel ’29 il crollo della Borsa.
E il sogno di Hollywood si inclina a causa dei due grandi scandali: la morte di Virginia Rappe e poi del regista William Desmond Taylor. E nei primissimi anni ’30 è approvato il Codice Hays: al cinema il sesso non doveva essere neppure immaginato, tanto che nei film iniziano ad apparire camere matrimoniali con due lettini; nel frattempo, ecco la nuova stella di Hollywood: Shirley Temple. Oggi, rivedendo i primi film con la Temple notiamo qualcosa di disturbante che sembra contrastare con la morale del periodo: letti separati ma una bambina che ammicca.
Riccioli d’oro: anacronismo o felice intuizione?
Meg guardando dei vestiti penserà a quella mocciosa di Shirley Temple. Ho storto il naso. Siamo nell’estate del 1933, Meg è rimasta chiusa in un orfanotrofio per due anni e non ha visto neppure la sua immagine allo specchio, come conosce una Shirley Temple poco famosa? forse vista in qualche rivista che la bambina rubava alle signore del volontariato?
Non so se la Stockett ne sia stata consapevole scrivendo quelle pagine o si è trattato di una coincidenza favolosa, ma il parallelismo tra la piccola diva che spesso interpretava l’orfanella paffuta dai capelli perfetti, che risolveva tutto grazie a un sorriso e la piccola Meg, rinchiusa in una stanzetta piena di muffa senza uno spiraglio di luce, è perfetto. Cosa molto interessante: la madre di Temple acconciava i suoi capelli ogni giorno, la direttrice Garnett (la cattiva di questa storia) accarezza i capelli biondi di Meg, mentre le sussurra che è una bambina sporca, una sporcizia che non si può togliere.
È un gesto quasi affettuoso nella forma, ma profondamente crudele nel significato: i capelli, simbolo di cura e identità nell’immagine di Temple, diventano per Meg il luogo stesso dello stigma e della vergogna.
Ritmo, ironia, cibo e pensieri
Credo che la Stockett si sia innamorata della storia e che si sia divertita a scriverla. Come accennato, il romanzo è lungo e ci sono capitoli che superano le 100 pagine.
I POV sono due, quello di Meg con le riflessioni di una bambina del 1933 e quello di Birdie una giovane donna che rischia di perdere tutto, chiede un prestito alla sorella Frances e scopre che le cose sono molto più complicate di quel che sembrano.
I POV si alternano con naturalezza e la storia è nel complesso gradevole, spesso anche divertente. Il principale difetto del romanzo, però, sta proprio nella sua tendenza a dilungarsi nelle descrizioni di personaggi, cibo, pensieri e persino dettagli apparentemente insignificanti, come i capelli sudati.
Una scelta che finisce per rallentare il ritmo e, soprattutto, lascia al lettore troppo spazio per interrogarsi su ciò che sta accadendo. Così, alcuni passaggi diventano facilmente prevedibili e si arriva a intuire la conclusione anche un centinaio di pagine prima che venga effettivamente svelata, indebolendo inevitabilmente la suspense.
Ma scoprire il vero motivo per cui Garnett accarezza i capelli della bambina mentre la distrugge psicologicamente mi ha causato una certa inquietudine.
N.B.: Ricordiamoci che Kathryn Stockett ha generato una delle scene letterarie di vendetta scatologica più iconiche in The Help (resa perfetta al cinema grazie all’interpretazione di Octavia Spencer). Ma la sua ironia e il suo lato grottesco trovano un campo fertile in Birdie. Quel personaggio è un vero vulcano. Le sue battute, i suoi pensieri, l’essere così ingenua ma al contempo così arguta, la rendono un personaggio che non vuoi abbandonare e i capitoli da 100 pagine a lei dedicati volano veloci.
Un destino già scritto?
Meg e Birdie credono di avere un destino segnato: la bambina definita non adottabile, che crede che la madre l’abbia abbandonata, pensa che l’unica via di uscita sia andare a lavorare in una fabbrica; a Birdie hanno sempre detto che non si sposerà mai, si sente meno bella della sorella, crede che la sua vita sarà noiosissima. Ma quell’estate tante cose cambieranno!
Le altre donne di questo romanzo non sono da meno: Charlie, la mamma di Meg, che cerca l’alleanza con Birdie per risolvere i loro guai, ostinata e determinata a raggiungere la figlia; Miss Tartt che vive nei ricordi e nella speranza; Lucille e le sue dipendenze, Flossy, Ruby e Virginia personaggi ironici e pieni di umanità. E infine Garnett: odia le donne e le punisce perché loro riescono in quello in cui lei ha fallito.
E gli uomini? Spesso deboli, non prendono vere decisioni, alle volte vittime del sistema, della morale o delle compagne.
La scrittura di Kathryn Stockett è tagliente, alle volte crudele, vera. Le sue donne non sono mai stucchevoli, non sono vittime e non si arrendono alle leggi scritte dagli uomini. Non sono le eroine che una certa letteratura ci ha abituati. Sono le donne che troviamo al supermercato, in chiesa, per strada; sono le nostre madri e le nostre sorelle. Siamo noi quando ci guardiamo allo specchio e non ci riconosciamo e una Flossy e una Ruby ci danno uno strattone e ci dicono “bellezza, muovi il sedere e vatti a riprendere il mondo!”.
Amerai le donne del Calamity Club.
Titolo: Il Calamity Club
Autrice: Kathryn Stockett
Casa editrice: Mondadori
Genere: romanzo storico e sociale, letteratura americana, letteratura femminile
Traduttore: Isabella Polli
AUTRICE
Kathryn Stockett è nata e cresciuta a Jackson, in Mississippi.
Dopo la laurea in letteratura si è trasferita a New York, dove ha lavorato nove anni nell’editoria e nel marketing di periodici.
Attualmente vive ad Atlanta con il marito e la figlia.
The Help, pubblicato originariamente da Mondadori nel 2009 con il titolo L’aiuto, è il suo primo romanzo.



