Grande ragazza, piccola città: una voce scomoda dall’Irlanda del Nord; corpo, routine e resistenza contro “gli altri”
Sinossi
Majella O’Neill ha ventisette anni e vive con la madre alcolizzata in un’immaginaria cittadina dell’Irlanda del Nord: Aghybogey. Passa le giornate al lavoro in un chip shop dove è spettatrice delle vite tragicomiche dei suoi concittadini, spesso ubriachi e scortesi, e a casa dove trascorre gran parte del tempo a guardare vecchi episodi di «Dallas», a bisticciare con la ma’ e ad abbuffarsi di cibo fritto che si porta dal lavoro.
Non ha amici, non ha peli sulla lingua, ha manie e tic, non è interessata ai pettegolezzi che le racconta ogni giorno il collega Marty, e alla cupezza della routine, e più in generale della vita nel Nord Irlanda – siamo nel 2004 e i Troubles sono finiti da poco, ma la comunità è ancora sconvolta e divisa dalla violenza –, reagisce con una certa causticità. La sua vita cambia con la morte dell’amata nonna, dopo un’aggressione misteriosa, e questo dolore, insieme a una sorprendente rivelazione, le farà capire che Aghybogey non è il centro del mondo…
Majella O’Neill è un personaggio indimenticabile e Michelle Gallen ce lo fa conoscere con un dark humour tutto suo e con una lingua espressiva, frizzante, che esplode quando a prendere la parola sono gli strampalati abitanti di Aghybogey. Una storia piena di ritmo che alterna momenti comici e drammatici ed esplora le possibilità del futuro che attende ciascuno di noi.
Recensione
“Grande ragazza, piccola città” è un romanzo che costruisce il proprio baricentro su una protagonista radicalmente disallineata: Majella vive in una cittadina immaginaria dell’Irlanda del Nord, lavora in una friggitoria e attraversa il mondo con un corpo e una mente costantemente in stato di allerta:
“… sfarfalla le dita e si dondola avanti e indietro per cercare di rallentare il battito cardiaco quando il panico prende a martellate il suo petto.”
Questi gesti ripetitivi e ripetutamente citati non sono semplici tratti caratteriali, ma il linguaggio primario attraverso cui l’autore ci racconta una soggettività che rifiuta di adattarsi ad un contesto segnato da tensioni storiche e sociali ed in cui tante certezze e altrettanti punti di riferimento sono stati radicalmente sradicati.
La scrittura è irriverente, sorretta da un umorismo trattenuto che non alleggerisce mai davvero, ma serve piuttosto a smussare l’attrito con la realtà
Lo stile è molto particolare in quanto riproduce un parlato scomposto, a tratti strascicato, che restituisce l’oralità di una compagine popolare sopravvissuta fisicamente, ma irrimediabilmente segnata nel suo intimo, che sceglie più la passività che non l’azione.
«Chettidò? Un menu pesce e due coche grazie Un menu salsiccia impastella colle patatin al curry quando puoi Un babboburger e anelli di cipolleppatatine colla salsa gravy Essù mettici delle patatine impiù Jellybaby vabbene? Suddai giusto qualche patatina impiù…»
La struttura del romanzo è rigorosa nella sua apparente semplicità: una settimana suddivisa in giorni, frammentata in sotto capitoli che spesso assumono la forma di liste; l’incipit, infatti, ci riporta fin da subito gli elenchi di ciò che Majella detesta, di ciò che tollera, di ciò che le dà un minimo di conforto e queste liste diventano immediatamente una strategia di sopravvivenza, un tentativo di imporre ordine a una realtà percepita come eccessiva, rumorosa, invadente.
“Nella sua testa Majella aveva una lista di cose che non le
andavano a genio. In sette anni la top ten non era mai
cambiata:
La lista completa delle cose che a Majella non andavano a genio s’estendeva a novantasette voci, con sottocategorie per ciascuna voce […] La lista delle cose che per Majella invece avevano un senso era molto più corta: mangiare, Dallas, Pa, Nonnina, Smithwick’s, antidolorifici, pulire, sesso, phon.”
In un mondo in cui domina l’imperativo assoluto di conformarsi ad un modello precostituito, che sia fisico o morale, Majella è l’elemento dirompente, sovrappeso, libera da legami affettivi stabili, cinica a volte, ma indiscutibilmente vera e autentica.
“Certe volte Majella pensava che avrebbe dovuto condensare l’intera lista delle cose che non le andavano a genio in un’unica voce: + Gli Altri.
Erano gli altri a sparare cazzate. Erano gli altri a inventarsi regole secondo le quali sei fico o no in base a come ti vesti.
Erano gli altri a giudicare una metà della razza umana perché non si trucca e l’altra metà perché si trucca. Erano gli altri ad accendere luci, a fare rumore, a sudare e a litigare, a piangere e a urlare. Majella lo sapeva che alla fin fine erano gli Altri a non andarle a genio”.
Nel romanzo, Grande ragazza, piccola città, assume un ruolo centrale il conflitto con “gli Altri”, una massa indistinta, giudicante, rumorosa, che impone regole arbitrarie su come si deve apparire, parlare, vivere.
I vicini che la spiano di sottecchi e i variegati clienti della friggitoria – identificati da soprannomi crudelmente calzanti – incarnano questa alterità minacciosa.
Il bancone diventa una linea di confine e il rituale ripetitivo del lavoro una forma di difesa; la comunicazione è ridotta al minimo indispensabile, il resto è respinto con silenzi, spalle alzate, frasi automatiche.
La vita di Majella è scandita da una routine immobile, il lavoro al pub, la difficile gestione della madre alcolizzata, l’ossessione per le pulizie, le serate passate sotto il piumone davanti a vecchie puntate di Dallas smangiucchiando cene riscaldate nel microonde; in questa ritualità non c’è nessuna aspirazione al cambiamento, ma una continua negoziazione con il presente, fatta di piccoli gesti e consolazioni minime.
Anche la pioggia, presenza costante nel plumbeo cielo irlandese, assume un valore simbolico, non purifica né rinnova, ma accompagna, insiste, pesa; una pioggia esistenziale di fronte alla quale non si può che restare impotenti.
Sul fondo, quasi in sordina, affiorano i Troubles poiché – seppur vengano citati attentati, esplosioni o si faccia menzione di strade e ponti fatti saltare, di assenze familiari che emergono come frammenti non elaborati, mai spiegati fino in fondo – la storia resta marginale, ma contribuisce a creare un clima di precarietà latente, come se il disagio individuale di Majella fosse inseparabile da un contesto collettivo segnato dalla violenza e dalla perdita.
Il finale che sfuma in molte possibilità non porta a una rottura drammatica né a una fuga dalla sua terra, ma è piuttosto da intendere come un atto misurato, ma prepotentemente radicale nella sua concretezza, un passo – il primo ed il solo – verso l’autodeterminazione, un modo per reclamare il controllo su ciò che le appartiene e su come stare al mondo.
Dopo settimane scandite da una routine estenuante, friggitoria, liste e piccoli conforti, quel gesto rappresenta la prima scelta realmente sua, lontana da imposizioni sociali o familiari, è il tentativo di sottrarsi ad una trasmissione muta e coercitiva, non di negarla; è il segnale che Majella può finalmente decidere, senza ribellioni plateali né melodrammi, cosa fare del proprio spazio, della propria vita e del proprio legame con la terra che abita.
“Grande ragazza piccola città” non racconta una redenzione spettacolare né un percorso di crescita convenzionale, preferendo restare fedele a una voce scomoda, ostinata, profondamente autentica ed è proprio in questa coerenza, nel non addolcire né spiegare troppo, che il libro trova la sua forza e la sua voce più autentica.
#donnedirlanda
Titolo: Grande ragazza piccola città
Autore: Michelle Gallen
Editore: Keller
Traduzione: Elvira Grassi
Autrice

Michelle Gallen è nata nel 1975 nella contea di Tyrone, Irlanda del Nord. È cresciuta durante i Troubles a pochi chilometri dal confine con la Repubblica d’Irlanda.
Si è laureata in Letteratura inglese al Trinity College di Dublino e in Editoria alla Stirling University in Scozia. Ha iniziato la sua carriera di scrittrice nel 2006 con un racconto per la rivista irlandese «The Stinging Fly».
Grande ragazza, piccola città è uscito nel 2020 per la casa editrice inglese John Murray ed è stato finalista agli Irish Books Awards come esordio dell’anno, al Costa First Novel Award, al Comedy Women in Print.
Il secondo romanzo, Factory Girls, uscito nel 2022 sempre per John Murray, ha vinto il premio Comedy Women in Print ed è stato in short list al Royal Society of Literature Encore Award 2023. Entrambi i romanzi sono usciti in America e in Francia.
Ha pubblicato racconti su varie riviste, tra cui «Mslexia», «The Stinging Fly», «Cyphers», «QWF» e ha vinto l’Orange/NW Short Story Award. Vive a Dublino con il marito e i due figli. Attualmente lavora al terzo romanzo e alla sceneggiatura delle serie tv per la BBC tratte dai suoi due libri.


