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Il maestro della luce – Viaggio nell’arte di Segantini di Michael Krüger

Il maestro della luce - Viaggio nell'arte di Segantini - di Michael Krüger - ilPensatore - ilRecensore.it

«Voglio vedere le mie montagne». Con queste parole Giovanni Segantini si congeda da una vita tutt’altro che ordinaria: apolide fin dall’infanzia, cresciuto tra privazioni e isolamento, nella luce delle Alpi trovò la sua vera patria e nella pittura la sua voce.

Dalla Milano di Brera ai paesaggi abbacinanti dell’Engadina, il pittore inseguì un’idea radicale di luminosità, sino ad avvicinarsi a una tecnica – il divisionismo – capace di restituire l’abbagliante purezza dell’alta quota e a un linguaggio – il simbolismo – con cui esprimere un’inquietudine mai sopita.

Nella sua breve esistenza, conclusa a quarantun anni in una baita sopra Pontresina mentre lavorava all’ambizioso Trittico delle Alpi, conquistò la fama, per poi essere dimenticato e infine riscoperto e celebrato come uno dei grandi innovatori della pittura moderna, fonte di ispirazione, tra gli altri, per Joseph Beuys e Anselm Kiefer.

In queste pagine Michael Krüger – scrittore, editore, osservatore raffinato – racconta Segantini con partecipazione e profondità, intrecciando biografia e riflessione estetica. Il risultato è un ritratto colto e insieme confidenziale, in grado di rievocare la forza visionaria di un artista che ha trasformato la montagna in un’esperienza spirituale.

Si può apprezzare, amare, vivere l’opera di un artista senza conoscerlo a fondo, per poi maturare ed approfondire questa sensazione, oppure la si può cambiare quando lo si penetra più a fondo.

In questa sintetica ma densa monografia sul pittore Giovanni Segantini si avverte chiaramente sin dalle prime pagine il profondo amore dell’autore per questo artista, che diventa quasi un compagno di vita, una sua piacevole e costante ossessione.

Il quesito che scaturisce da questo piacevole tormento e che permea tutto il libro è fondamentalmente perché: perché l’autore è così innamorato di Segantini, perché ancora oggi la vera essenza dei dipinti di questo pittore ci sfugge, perché a fine ottocento, in un’epoca di profondi e repentini cambiamenti culturali, sociali ed economici, riscuotono così tanto successo le opere apparentemente bucoliche e “semplici” di questo artista?

Rispondere a questi quesiti non è facile ma l’autore prova a fornirci qualche responso, anche attraverso l’analisi di alcuni celebri dipinti.

Krüger non è uno storico dell’arte, ci tiene a ribadirlo (forse anche con troppa insistenza), ma giocoforza, nonostante sia mosso dall’anelito di farci partecipi della sua passione, cede a certe analisi e commenti stilistici con un vocabolario da esperti del settore, ma questo non fa altro che arricchire il lessico del libro, rendendolo quasi palpitante, alla stregua di taluni risultati pittorici di Segantini stesso.

E’ un viaggio essenzialmente dialettico, dove si procede per tesi subitamente messe in discussione: Segantini è il pittore delle montagne, del silenzio delle alpi, della vita semplice e sana dei contadini; ma nei suoi aratri, nelle modelle a lui più care, le pecore, nei dolci profili montani egli trascende questa apparente semplicità per giungere a qualcosa di più intenso, quasi misticamente religioso, arcano, primordiale e per questo ben più potente.

Segantini vive come un eremita rifugiato nelle sue valli alpestri, ma è ben attento ai movimenti artistici e culturali a lui coevi.

Sa come sfruttare determinate conoscenze per vendere i suoi dipinti, e ama circondarsi dei suoi compaesani per raccontare loro la sua vita e la sua estetica. Segantini è un apolide senza famiglia di origine né educazione, ma impara a scrivere e a scrivere bene, diventando il primo critico favorevole di se stesso.

Mittag in den Alpen, 1891, 77.5x71.5cm, Segantini Museum, St. Moritz
Mittag in den Alpen, 1891, 77.5×71.5cm, Segantini Museum, St. Moritz

Le sue contraddizioni si rivelano in molte delle sue opere, che siano le immagini apparentemente idilliache prima, o gli esiti più propriamente simbolisti dopo, in quanto, anche nel contesto più sereno aleggia sempre l’idea della morte, e dove anche la figura più positiva, vale a dire l’incontaminata fanciulla di montagna, porta con sé tratti inquietanti e mai totalmente sereni.

La reale visione estetica dell’artista ci viene spiegata dall’autore attraverso l’espediente narrativo dei pensieri espressi della fanciulla che abita in uno dei masi alpini ritratti da Segantini , la quale non riesce a comprendere come l’artista e i suoi “simili” si interessino così tanto alle montagne, a quella vita apparentemente così semplice da risultare piatta, loro che invece vengono dalla ben più moderna e stimolante città.

Non si tratta infatti solo di un elogio della campagna, paragonabile agli esiti paralleli della pittura naturalista europea, poiché dietro questa apparente semplicità si cela una volontà ben più sofisticata, pianificata ed ambiziosa.

Io non credo di far cosa che non sia strettamente ed imperiosamente volontà del fato e stabilita nell’armonia generale dell’universo nel tempo e nello spazio…

Segantini infatti non è l’eremita isolato che porta avanti una sua poetica lontano dal mondo, ma risulta ben vicino a certi assunti della filosofia di Nietzsche, ed è quindi convinto che il pittore abbia la missione di coniugare, attraverso l’arte, la natura con lo spirito, la bellezza con la realtà, l’essere artista con il compito di vate rivelatore e custode delle verità dell’universo.

Il pensiero dell’artista non deve più volgersi al passato, ma spingersi verso l’avvenire, preconizzandolo. L’arte deve rimpiazzare il vuoto lasciato in noi dalle religioni; l’arte dell’avvenire dovrà avvenire come scienza dello spirito, essendo l’opera d’arte la rivelazione di esso…

Grazie ad un lessico appropriato e scorrevole e alla genuina passione che lo anima, l’autore riesce a fornirci un ritratto di Segantini che esula dai manuali di storia dell’arte che spesse volte lo inquadrano asetticamente tra il naturalismo di fine ottocento e il coevo simbolismo nascente, per ambire a restituirci l’immagine di un uomo frutto dei suoi profondi traumi, che dalla sua vita isolata vuole assurgere a superuomo portavoce di verità, bellezza e trascendenza.

Si può guardare all’arte di Segantini cercando di squarciare il velo dell’apparenza (non c’è solo Nietzsche in questo, bensì anche la filosofia di Schopenhauer) per immergerci nella sua inquietudine, e certi suoi esiti pittorici ci invitano a fare questo; veniamo infatti magneticamente attratti dal manto di neve che come un sudario copre ed eterna i sentieri di montagna, dalle scalinate impervie che celano volutamente  ma in modo inquietante il punto di arrivo, o ancor di più dai rami nodosi cui si avviluppano le madri cattive, le figure femminili negative, cui fanno invece da contraltare le madri buone, sunto della madre che troppo poco il pittore ha conosciuto.

La natura dell’alta montagna possiede una grandezza primordiale, stilisticamente sublime. Il cielo si tende come una cupola d’acciaio sopra cristallini laghi blu e i prati verdi percorsi da un brivido di freddo

Ave Maria a Trasbordo, 1886, olio su tela, St. Moritz, Museo Segantini
Ave Maria a Trasbordo, 1886, olio su tela, St. Moritz, Museo Segantini

Ed è altresì vero che anche nei quadri apparentemente più idilliaci l’insidia può incrinare il momento raffigurato, ma forse, consci di tutto questo, per un attimo è possibile provare a sfrondarci da tutti questi dettami estetici, dalla parole mirabolanti dei figli di Segantini che portano avanti un’apologia anche troppo celebrativa del padre  prematuramente scomparso, per provare a godere semplicemente e misticamente di certi suoi esiti pittorici, in primis e in summis l’Ave Maria a trasbordo della copertina.

Scevri da ogni analisi stilistica e da sovrastrutture teoretiche, si può essere storici dell’arte (ma forse questo l’autore non lo sa) godendo semplicemente di questa luce del meriggio, di questo arco sublime che unisce cielo e acqua, di queste figure umane chiuse in un silenzio quasi assordante da quanto è intimo e raccolto, e da queste pecore ignare e magistralmente materiche che vogliono soltanto abbeverarsi.

Perché, prima di ogni conoscenza, analisi o disquisizione, un’opera d’arte deve colpire, emozionare, lasciarsi percorrere, in quel raccoglimento che Segantini tanto amava e a cui noi, osservatori lontani ed ignari, dobbiamo ambire.

Il potere principale dell’arte è quello di smuovere, che sia in impeto, in gioia profonda o attraverso una malinconica e solitaria lacrima, che, come una lieve goccia può adagiarsi soavemente in questo dipinto sull’acqua lievemente increspata, oppure indugiare sulla guancia di questa giovane madre, unita al suo bambino in un’immagine così potente da lasciarci attoniti, stupiti, spiritualmente silenti e soprattutto emotivamente arricchiti, perché, Segantini stesso affermava, “la natura che si manifesta esige silenzio”.

Michael Krüger è uno scrittore tedesco, vincitore del Premio Nonino nel 2025.

Figura di spicco della vita editoriale tedesca, dalla metà degli anni Settanta si fa conoscere come poeta, romanziere e saggista.

Tra le raccolte di liriche si ricordano Di notte tra gli alberi (Nachts unter Bäumen, 1996) e Poco prima del temporale (Kurz vor dem Gewitter, 2003); tra i numerosi volumi di prosa La fine del romanzo (Das Ende des Romans, 1990), Il ritorno di Himmelfarb (Himmelfarb, 1993), La violoncellista (Die Cellospielerin, 2000) e La commedia torinese (Die Turiner Komödie, 2005, nt), un romanzo sulla futilità dello scrivere, denso di autoironia.Tra gli altri titoli La casa dei pazzi (La nave di Teseo, 2020), Il Dio dietro la finestra (La nave di Teseo, 2024).

Autore

  • Francesca Vaselli

    Sono Francesca e sono nata e cresciuta nei campi di Campo, un paesino pisano nei cui ampi spazi aperti, per l’appunto, ho iniziato sin da bambina a correre, a rubare i grappoli d’uva, a graffiarmi nei rovi di more e ad immaginare e fantasticare tante vite possibili, tante quante i libri che da sempre viaggiano con me. Libri di tutti i tipi, formati, generi e gusti, con una predilezione per i grandi classici russi e francesi, da leggere anche in lingua originale. 

    Volevo diventare pittrice ma non so disegnare una riga diritta, quindi mi sono data alla teoria, e dell’Arte ho fatto l’altra mia passione. Mi diletto a raccontare quello che un’opera figurativa mi trasmette, con parole il più possibile semplici ed evocative. Perché non tutti siamo critici d’arte ma ognuno di noi può essere trasportato da un’immagine, da un colore, da un gesto o da uno sguardo verso qualcosa di più profondo ed autentico. 

    Mi piace cucinare, mangiare e bere bene, ma sono allergica alle melanzane, all’anice e alla Tachipirina.

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