L’angoscia si aggira come uno spettro. Nell’epoca degli scenari apocalittici (pandemia, catastrofe climatica, paura per un nuovo conflitto mondiale), l’Endzeitstimmung è la tonalità emotiva che pervade l’uomo occidentale.

«Carichi di angoscia, volgiamo lo sguardo verso un futuro tetro. Ovunque manca la speranza»[1].
La filosofia di Byung-Chul-Han è una disanima capillare (per certi versi oserei dire “sistematica”) della malattia del nostro secolo.
Offre una diagnosi di quella che il filosofo coreano chiama società dell’angoscia, società della stanchezza, società della trasparenza, società senza dolore, infocrazia.
A caratterizzare la nostra società è l’erosione della speranza, che in modo ineludibile porta con sé l’erosione della democrazia e l’avvento di una società basata sulla paura, sul sospetto, sul capro espiatorio. L’angoscia, infatti, è «uno strumento di dominio molto diffuso. Rende ubbidienti e ricattabili»[2].
La democrazia, infatti, è incompatibile con l’angoscia, la libertà è incompatibile con l’angoscia.
«L’angoscia può trasformare l’intera società in una prigione, metterla letteralmente in quarantena. Da essa provengono solo segnali di avvertimento e di pericolo. Di contro, la speranza erige, crea segni che marcano una direzione, che indicano un tracciato [Wegmarken]. Solo nella speranza noi siamo in cammino. È lei a darci senso e orientamento. L’angoscia, di contro, rende impraticabile ogni percorso»[3].
Allo stesso tempo, la tonalità emotiva dell’angoscia determina la percezione del tempo dell’uomo post-moderno: un eterno e mai esperito presente. La società dell’angoscia non ha passato: ha dimenticato i riti, le tradizioni; non ha storia. Ma essa è anche priva del futuro, inteso come principio speranza, come apertura ed attesa. L’appiattimento in un presente disancorato dal prima e dal dopo, porta alla fine della narrazione, in favore dell’informazione.
Con un’analisi approfondita e severa dell’uso pervasivo e totalizzante delle tecnologie digitali, Han affronta la perdita del mondo, che la digitalizzazione ha comportato. Si tratta di una critica ai mass media che ha la sua origine filosofica, nella tradizione filosofica tedesca, che partendo da Hegel e Nietzsche arriva ad Heidegger e alla Scuola di Francoforte.
La rivoluzione digitale, che credevamo avrebbe portato libertà d’espressione e autonomia nel reperimento delle fonti di informazione, ha invece partortito un vero e proprio regime dell’informazione, ossia una forma di dominio nella quale «l’informazione e la sua diffusione determinano in maniera decisiva, attraverso algoritmi e Intelligenza Artificiale, i processi sociali, economici e politici»[4].
Ciò concerne la dimensione psicopolitica, cioè la forma di potere neoliberale che controlla gli individui non più attraverso la repressione fisica, ma mediante la manipolazione della loro psiche, nell’instillazione di desideri e bisogni, che portano le persone a farsi sfruttare spontaneamente, in nome di quella che Han definisce la società della prestazione.
Come aveva profetizzato Ernst Jünger nel L’operaio, l’uomo post-moderno si costringe volontariamente ad un lavoro perenne, «un’umanità-formicaio, abbruttita, chiusa nella propria gabbia e dipendente dai bisogni, superficialmente smart, della banale sopravvivenza (mostrarsi, spostarsi, nutrirsi, distrarsi, tenersi in forma…), il più semplificato possibile»[5].
La società della prestazione è una società che non include e non comprende la vita contemplativa, perché l’unica vita dell’uomo contemporaneo è la sopravvivenza, risucchiata in azioni pratiche, e funzionali.
Senza il profumo del tempo, senza narrazione, senza speranza, l’uomo occidentale un uomo digitale che vive senza ancoraggi e senza orizzonti, senza legami e circondato da non-cose.
Se, infatti, l’orizzonte oggettuale aveva il compito di dare stabilità (permanenza) al continuo divenire dell’io, offrendogli un appiglio, oggi non sono gli oggetti, ma le informazioni a predisporre il mondo in cui viviamo.
«Non è possibile indugiare presso di esse. Hanno una validità molto limitata. Si fondano sul brivido della sorpresa. Basta questa loro fuggevolezza a destabilizzare la vita. Oggigiorno, esse richiedono continuamente la nostra attenzione. Lo tsunami delle informazioni getta nell'inquietudine persino il sistema cognitivo»[6].
La digitalizzazione ha messo la parole fine al paradigma oggettuale. Ciò non deve far concludere che il soggetto è rimasto invariato. Avvalendosi dell’analisi compiuta da Heidegger in Essere e tempo, Han mostra che l’uomo non è più un Dasein, non c’è più un Da presso cui soggiornare, ma un Inforg, che funziona comunicando e scambiando informazioni. La rapidità dello scambio incessante di informazioni e il loro consumo bulimico generano l’affaticamento, che è un’altra delle cifre del nostro attuale essere-nel-mondo.
«Tra le prassi impegnative vi è anche l'indugiare. La percezione che aderisce alle informazioni non dispone di uno sguardo lungo e lento. Le informazioni ci accorciano la vista e il respiro. Impossibile indugiarvi. L'indugiare contemplativo presso le cose, quel guardare senza secondi fini che potrebbe essere la ricetta della felicità, cede il passo alla caccia all'informazione. Oggi corriamo dietro alle informazioni senz'approdare ad alcun sapere. Prendiamo nota di tutto senza imparare a conoscerlo. Viaggiamo ovunque senza fare vera esperienza. Comunichiamo ininterrottamente senza prendere parte a una comunità. Salviamo quantità immani di dati senza far risuonare i ricordi. Accumuliamo amici e follower senza mai incontrare l'Altro. Cosí le informazioni generano un modo di vivere privo di tenuta e di durata»[7].
Viviamo in un’atrofia dell’attitudine analitica, della riflessione e della ponderazione.
«La disanima di Han diviene così anche apocalittico ‘urlo’ sulla Fine della Cultura»[8].
La cultura, infatti, presuppone attenzione profonda e concentrazione intensiva su singoli aspetti, mentre oggi viviamo dispersi in una disattenzione estensiva. La fine della cultura implica una fine del ricordo, come momento fondativo condiviso di una comunità. La fruizione rapidissima di informazioni, immagini, video, non lascia traccia nel ricordo: ecco perché l’uomo post-moderno vive in un eterno presente.
Sono tutti questi i sintomi della perdita del mondo, che ha investito l’uomo del XXI secolo. Come dicevamo, infatti
«Il mondo è costituito da cose in forma di oggetti. La parola oggetto viene dal verbo latino obicere, che significa opporre, contrapporre, obiettare. In essa è insita la negatività della resistenza. Originariamente, l’og-getto è qualcosa che mi oppone resistenza [...]. Gli oggetti digitali non pos-siedono la negatività dell’obicere. [...]. Lo smartphone è smart poiché sottrae ogni carattere riottoso alla realtà»[9].
Il mondo, smarrisce la funzione di non-io, ossia negativo, momento dialettico fondamentale per la creazione del per-sé, per divenire riproposizione dell’Uguale. L’oggetto perde la sua caratteristica di Gegenstand (o meglio gegen-stand, cioè che sta contro, che si oppone, che si sottrae) per divenire sempre disponibile, fruibile, consumabile. Nel digitale tutto è fruibile e a portata di mano, «L’oggettualità scompare ed è sostituita dalle immagini»[10]. Tali immagini smettono di essere la copia del reale e diventano il fondamento del reale, capovolgendo in tal modo l’ontologia. Non solo le immagini non sono copie del reale, ma è il reale copia imperfetta dell’immagine digitale, tanto che una serie di accorgimenti vengono sempre più usati dagli uomini per “correggere” l’imperfezione della realtà nella sua riproduzione digitale.
La scomparsa del mondo è anche scomparsa dell’Altro. L’uomo post-moderno non incontra mai l’Alterità. La trasparenza cui la nostra società tende è scomparsa del mistero, della singolarità in favore dell’uniformità. «La società della trasparenza è un inferno dell’Uguale»[11].
Deborah Donato
[1] Byung-Chul-Han, Contro la società dell’angoscia. Speranza e rivoluzione, tr. di Armando Canzonieri, Einaudi, Torino 2025, p. 7.
[2] Ivi, p. 8.
[3] Ivi, p. 9.
[4] Byung-Chul-Han, Infocrazia, tr. di Federica Buongiorno, Einaudi, Torino 2023, p. 3.
[5] Ivi, p. 142.
[6] Byung-Chul-Han, Le non-cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale, tr. di Simone Aglan Buttazzi, Einaudi, Torino 2022, p. 6.
[7] Ivi, p. 11.
[8] Andrea Rondini, Modernismo letterario e pensiero antidigitale nella filosofia di Byung-Chul Han, cit., p. 143.
[9] Byung-Chul-Han, Le non-cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale, cit., p. 57.
[10] Andrea Rondini, Modernismo letterario e pensiero antidigitale nella filosofia di Byung-Chul Han, cit., p. 144.
[11] Byung-Chul-Han, La società della trasparenza, tr. di Federica Buongiorno, Nottetempo, Milano 2014, p. 10.


