Darkness: tra déjà-vu narrativo e tensione prevedibile, il buio non sorprende più.
Sinossi
La giovane Ira lavora per il quotidiano più popolare della Finlandia insieme al padre Arto, al quale si è da poco riavvicinata. Dopo un passato tormentato la sua vita sembra scorrere tranquilla, finché un ricordo sconvolgente non riaffiora: ha ucciso un uomo con una scure.
È solo un’allucinazione, un terribile incubo… o è accaduto davvero?
Il dubbio inizia a perseguitarla e si fa ancora più acuto quando lei si ritrova a scrivere su casi di cronaca nera che hanno troppi punti in comune con ciò che è convinta di ricordare.
A indagare su un omicidio c’è anche l’ispettrice Kerttu, una mente affilata che è pronta ad assicurare un ultimo criminale alla giustizia prima di andare in pensione. Ma la vittima che si trova davanti e che è stata uccisa con violenza inaudita è anche la custode di un diario. Un diario scritto senza alcun dubbio dal killer e che lascia intuire una verità agghiacciante: quell’omicidio non è stato il primo, e non sarà l’ultimo.
Per fermare la scia di morte non le resta che un’ultima carta: rivolgersi all’unico giornalista di cui si fidi.
Arto, da parte sua, ha capito che Ira è in pericolo, ma non è sicuro di riuscire a proteggerla, impegnato com’è ad affrontare fantasmi che pensava di avere seppellito, e che invece gli si ripresentano davanti, in carne e ossa…
Dopo il successo di Butterfly, Martta Kaukonen torna con un thriller in cui la linea tra realtà e illusione si fa sempre più sottile, e nel quale l’unico modo per salvarsi, forse, è affrontare ciò che la mente cerca di seppellire…
Recensione
Ci sono sequel che ampliano un universo narrativo e altri che lo ripercorrono. Darkness di Martta Kaukonen appartiene, purtroppo, più alla seconda categoria.
Dopo l’impatto quasi brutale di Butterfly, era inevitabile che il secondo capitolo si portasse addosso un doppio peso: quello delle aspettative e quello della ripetizione. Ed è proprio in questa tensione irrisolta che il romanzo finisce per smarrire la sua forza.
“I miei omicidi erano opere d'arte. E io ero la temeraria artista. Niente compromessi.”
L’incipit è dichiarazione di intenti e insieme trappola narrativa. Dentro questa frase c’è già tutto: il delirio di controllo, l’estetizzazione della violenza, l’idea di una mente lucida e calcolatrice. Eppure, fin dalle prime pagine, questo controllo stride con la figura che ci viene immediatamente proposta come possibile colpevole: Ira.
E qui si innesta il primo nodo critico.
Ira è ancora lei: fragile, spezzata, sospesa tra autodistruzione e sopravvivenza. Anoressia, pulsioni suicide, una percezione della realtà continuamente incrinata. Accanto a lei, Arto: padre irrisolto, giornalista sul ciglio del baratro e l’ispettrice Kerttu, prossima alla pensione, che porta con sé un’idea di indagine più istintiva che procedurale.
Ma il vero problema non è chi sono i personaggi. È cosa fanno, o meglio, cosa rifanno.
Il dubbio che Ira possa essere un’assassina non è più un detonatore narrativo: è un’eco. In Butterfly era vertigine, qui diventa meccanismo riconoscibile. Il lettore esperto non viene destabilizzato, ma guidato lungo binari già tracciati. E in un thriller, questo è un limite strutturale.
Va fatta una premessa onesta: il thriller è uno dei generi più saturi. Costruire una trama davvero originale è difficile e Kaukonen, nel suo esordio, c’era riuscita con sorprendente lucidità.
Darkness sceglie invece una strada diversa: non reinventa, ma rielabora.
Mantiene la moltiplicazione dei punti di vista, l’inaffidabilità dei narratori, la frammentazione in capitoli brevi e incisivi, la destabilizzazione percettiva. Tutti elementi solidi, ma qui applicati senza una reale evoluzione.
Il risultato è un effetto di déjà-vu narrativo. Non è un difetto tecnico, ma diventa un limite esperienziale: chi legge ha già imparato le regole del gioco. E quando conosci le regole, anticipi le mosse.
Uno degli assi portanti resta il tema della memoria e la domanda è quella più destabilizzante: quanto possiamo fidarci di ciò che ricordiamo?
Il romanzo insiste su questo terreno, costruendo una tensione che non nasce tanto dal “chi è stato”, quanto dal “è successo davvero?”.
In teoria, è una scelta forte. In pratica, perde incisività. Gli indizi risultano troppo leggibili, alcune svolte sono intuibili con largo anticipo e il gioco psicologico non raggiunge mai la complessità del primo libro. L’impressione è che l’autrice voglia mantenere il controllo, proprio come la sua killer, senza mai rischiare davvero.
Se in Butterfly ogni voce aveva un peso specifico, qui i protagonisti sembrano sfumare dentro una sequenza narrativa più piatta.
Ira resta il fulcro emotivo, ma non evolve davvero. Arto ripropone il conflitto già noto, senza nuovi scarti significativi. Kerttu è forse l’elemento più interessante, ma entra in gioco con dinamiche che non sempre risultano organiche. Alcuni personaggi secondari, soprattutto femminili, appaiono più funzionali che necessari, inseriti per sostenere la trama piuttosto che per arricchirla.
Uno degli elementi più potenti di Butterfly era il suo sottotesto, la capacità di portare alla luce temi reali e disturbanti della società finlandese, come il tasso di suicidi o gli abusi sui minori. Quel romanzo aveva una voce, un’urgenza.
Darkness, invece, sembra perdere questa tensione. Resta il trauma, resta la psiche, ma manca la direzione. È come se la storia trascinasse i resti di qualcosa che aveva già detto tutto, senza riuscire a trasformarlo in una nuova visione.
Va detto con chiarezza: il libro è scritto bene. La prosa è asciutta, controllata, coerente con lo stile dell’autrice. Ma proprio questa misura diventa un limite.
Dove Butterfly era un urlo, Darkness è un esercizio. Dove prima c’era rischio, ora c’è prudenza. E nel thriller, la prudenza si sente.
Il problema della prevedibilità…
Recensire un thriller implica sempre un patto di fiducia, perché non si possono svelare i nodi cruciali della trama. Ma si può dire questo: alcune scelte narrative risultano immediatamente leggibili.
Quando il lettore intercetta presto l’inganno su cui l’autore costruisce la tensione, qualcosa si incrina. Non perché la trama sia debole, ma perché perde la sua funzione primaria: sorprendere.
Darkness è un buon thriller, ma è anche un passo indietro. Non perché manchi di qualità, ma perché manca di coraggio.
Martta Kaukonen resta un’autrice interessante, capace di lavorare sulla psicologia e sulla struttura con intelligenza. Ma qui sembra aver scelto di giocare in difesa, forse schiacciata dal successo di Butterfly.
E il risultato è un romanzo che si legge, che funziona… ma che non lascia traccia.
Non disturba davvero e non sorprende davvero.
E per un thriller, è esattamente ciò che non dovrebbe accadere.
TITOLO: Darkness
AUTRICE: Martta Kaukonen
EDITORE: Longanesi
GENERE: thriller nordico , thriller psicologico
AUTRICE

MARTTA KAUKONEN vive a Helsinki.
Prima di diventare una scrittrice a tempo pieno è stata critica cinematografica per i più importanti giornali nazionali.
Il suo romanzo d’esordio, Butterfly, è stato un grande successo di pubblico e di critica in Finlandia e in tutta Europa: tradotto in 16 paesi, arrivato in vetta alle classifiche dello Spiegel in Germania, presto diventerà una serie tv.

