Duramadre: la terra che trattiene
SINOSSI
Il primo giorno di scuola, Celeste entra in aula e non trova nessuno ad aspettarla. Nessun bambino. Nessuna famiglia ha avuto il coraggio di mandare i figli dalla nuova professoressa: una donna, nubile, quasi quarantenne, venuta da Napoli. In quel paese della Calabria basta un dettaglio per segnarti, uno sguardo per condannarti.
Celeste è arrivata lì per amore. Credeva che accanto a Tonio avrebbe trovato un approdo sicuro. Invece anche nella nuova casa nessuno la vuole: la madre la sopporta appena, le sorelle la escludono e persino Tonio, giorno dopo giorno, sembra sfuggirle.
A tratti Celeste non lo riconosce. A tratti non riconosce nemmeno sé stessa. Fuori, l’Italia corre verso il boom economico: arrivano i telefoni, cresce la speranza. Ma non lì. Non in quella terra aspra e dura come una madre che non perdona. Non in quel paese immobile, dove una maledizione grava sulla famiglia di Tonio.
Celeste è un corpo estraneo: troppo moderna, troppo diversa. Più volte è tentata di andarsene. Eppure, lei ha passato la vita a cavarsela da sola. È fatta per resistere, non per fuggire. Ma questa volta porta in sé una verità che non ha avuto il coraggio di confidare a Tonio. Una verità che potrebbe cambiare ogni cosa. E che presto non potrà più restare taciuta.
RECENSIONE
«Tonio si vergognò. Questo succede nei posti in cui sei l’unica persona sola mentre gli altri sembrano un corpo unico, vicini come i rami di un solo albero. Ora lui e la sua famiglia erano rami marci, che l’albero aveva deciso di lasciar cadere. Erano diventati una cosa staccata dal resto del paese.»
Certi romanzi, fatichiamo a scrollarceli di dosso. Le sensazioni che proviamo, mentre leggiamo, ci invadono i pensieri e si mescolano alle nostre emozioni. In Calabria – purtroppo – non vi ho mai messo piede, eppure è come se una parte di me, quei luoghi, li avesse vissuti.
Questo è il bello della lettura: puoi essere chi vuoi, quando e dove vuoi. Se mi sono immedesimata così a fondo nella storia, però, il merito è solo della giovanissima autrice che ha architettato questo piccolo teatro, costruendo un mondo che è simile al nostro, in cui si muovono dei personaggi di cui forse sappiamo di più di quello che è dato capire, a loro, di loro stessi.
Leggendo Duramadre diventiamo gli osservatori silenziosi di certe dinamiche familiari consolidate che intrappolano tutti i personaggi, inscindibili dalla terra a cui appartengono. Per terra, s’intende la Calabria, protagonista indiscussa, e s’intende la terra dura del paese, opposta all’asfalto della città – la dura madre, in una delle sue possibili interpretazioni – che costringe ogni suo figlio all’obbedienza, al silenzio e alla vergogna.
Duramadre è, a questo proposito, anche una storia di confine e di continui sconfinamenti.
Tutti i personaggi varcano una soglia: c’è chi parte, abbandona la terra e la famiglia, nel tentativo di fuggire dall’immobilità; chi arriva, sconfinando in un territorio incapace di accettare ciò che non gli è figlio. La duramadre stessa è rappresentazione del pensiero confinato, intrappolato in vecchie credenze e nel giudizio di occhi abituati a guardare solo la terra che gli sporca i piedi.
Celeste, che viene dalla città per sposare Tonio, resta tagliata fuori ancora prima di giungere al paese; lei non conosce nessuno ma tutti sanno già chi è. Viene da Napoli, è più vecchia del suo futuro sposo ed è l’incarnazione della modernità, rappresenta tutto quello che il Paese Nuovo si sta perdendo in favore di un’ostinata fedeltà alla terra e alle sue origini.
Celeste, che giunge in un paese che è già in putrefazione, incarna l’imminente distruzione di un’epoca ormai marcia.
Annienta ogni confine fin dal nome, che è parlante e non appartiene ma si oppone alla terra: Celeste, come il cielo, è troppo in alto rispetto agli altri, non in senso spirituale, ma in un senso più borghese di elevazione sociale.
Si accorge fin da subito che nessuno la vuole, per quello che rappresenta, eppure resiste. Ancora una volta, sconfina. Fa ciò che non ci aspettiamo: non fugge, ma resta, si sacrifica in nome dell’amore che prova per Tonio, e in nome della modernità che rappresenta. Compie addirittura una vera e propria «missione di evangelizzazione» pellegrinando per tutto il paese alla ricerca dei suoi studenti, tutti assenti per il primo giorno di scuola, nel primo anno in cui la scuola è obbligatoria. Si oppone al paese e alla sua stagnante gerarchia, in cui tutti devono attenersi al proprio ruolo senza mai sconfinare.
Anche l’amore tra Celeste e Tonio è uno sconfinamento: dalla norma, per via dell’età, dell’appartenenza e dall’autoimposta credenza che nessuno, nella famiglia di Tonio, meriti la felicità. Sono tutti «rami marci», obbligati a scontare un peccato originale per colpe che non sono le loro.
Per Laura, madre di Tonio – una presenza ingombrante: capace di occupare tutto lo spazio e dura come la terra, letteralmente dura madre – è più facile credere alle maledizioni piuttosto che accettare di fare i conti ogni giorno con la vergogna degli errori passati.
Così, non c’è nessuno in tutto il romanzo che non cammini sul filo, nessuno che non cerchi di restare in equilibrio perfetto, per non travalicare i confini della norma, dell’obbedienza. Non c’è nessuno che corra il rischio di smuovere il cemento armato che l’avvolge. Eppure, in ogni personaggio c’è il desiderio di fuggire da una condizione che è prima di tutto esistenziale.
Anche le due linee temporali su cui si articola la narrazione prendono le mosse dal valico di certi confini: nel passato vediamo Vincenzo, il padre di Tonio, che ritorna a casa dopo essere fuggito; nel presente Celeste che arriva per la prima volta al paese. Tutti e due, a modo loro, spezzano gli equilibri e infrangono la fissità che intorpidisce ogni cosa. Nessuno di loro, per questa rottura, è ben visto né accettato. Non esiste lo spazio, né al Paese Vecchio né al Paese Nuovo, per la diversità e per un po’ di umanità. I confini sono disumani e ben tracciati.
La scrittura è scorrevole e incalzante, ogni pagina è densa di movimento e azioni, che si oppongono – e per questo rivelano – l’immobilità e il silenzio dei personaggi. La tensione è costruita magistralmente per dar vita ad una sorta di thriller in cui i nodi, prima di sciogliersi, devono necessariamente intricarsi e ingarbugliarsi ancora di più.
Le vicende private si mescolano alla questione sociale, il racconto di un nuovo amore diventa la scusa per dipingere la reazione di un intero paese al progresso tecnologico e l’effetto della modernità sugli italiani. Duramadre è, fra le altre cose, anche il reportage di un momento culturale fondamentale della nostra Storia, in cui Celeste è il simbolo per eccellenza dell’emancipazione femminile.
Questa storia, che ci sembra così lontana, nasconde dinamiche familiari e relazionali sempre attuali e testimonia come il tempo, che ammoderna, non è però capace di modificare la natura umana con le sue qualità e le sue storture.
Tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo sentiti sbagliati, o incompresi; tutti abbiamo dovuto fare i conti con certi muri, e oltrepassare certi confini. Questo, che Erica ci ha raccontato, è stato il modo di Celeste, Tonio e di tutti gli altri.
Ci siamo persi nelle loro vite ed è questo che fa la narrazione: ci permette di smarrirci, di varcare confini che altrimenti nemmeno sapremmo che esistono.
Titolo: Duramadre
Autore: Erica Cassano
Editore: Garzanti
Genere: romanzo storico, formazione
AUTRICE
Erica Cassano è un’autrice italiana.
Dopo il liceo classico, ha conseguito la laurea triennale in Lettere Moderne e la magistrale in Filologia Moderna presso l’Università Federico II di Napoli.
Ha inoltre frequentato un master in Scrittura e narrazione.
Oltre ai libri, ama l’arte, la fotografia e i gatti, di cui si è sempre circondata.
La Grande Sete è il suo romanzo d’esordio, pubblicato da Garzanti nel 2025.


