La regina dell'isola di fango - ilRecensore.it
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La regina dell’isola di fango di Donal Ryan

La regina dell’isola di fango: una storia frammentata di resilienza, solitudine e umanità

In un paesino dell’Irlanda rurale, la giovane Eileen dà alla luce la figlia Saoirse; pochi giorni dopo, suo marito perde la vita in un incidente stradale. Rimasta sola, l’unica persona su cui Eileen può fare affidamento è la suocera Mary Aylward: una donna forte, volitiva e senza peli sulla lingua, proprio come lei.

La piccola Saoirse cresce così circondata da un grande affetto sotto l’ala protettiva della madre e della nonna. Nonostante i continui battibecchi, le due donne sono profondamente legate e non permettono a nessuno, nemmeno agli altri familiari, di accedere al loro cerchio magico.

Finché la famiglia si allarga ancora: a sedici anni Saoirse rimane incinta e partorisce Pearl, che diventerà presto fonte di immensa felicità per tutte.

Le donne Aylward stravedono l’una per l’altra, anche se spesso si direbbe piuttosto il contrario; i vicini vociferano di urla, litigi e scenate drammatiche, ma chi le conosce davvero sa che la loro casa è un luogo di pace, pieno di amore, un rifugio dalla tristezza e dalla crudeltà del mondo. La loro storia inizia con una fine e termina con un inizio. È una storia di lealtà furiosa e tradimenti indicibili, di isolamento e unione, di trasgressione, di perdono, di desiderio e amore.

“L’isola che dava il nomignolo spregiativo alla tenuta e all’intera suddivisione era al centro di un laghetto a valle dell’antica fattoria a tre piani in cui la mamma aveva trascorso la sua infanzia. In realtà non era altro che una montagnola di terra marroncina.”

La regina dell’isola di fango parte da un’idea interessante, quasi seducente, quella di raccontare una vita, anzi più vite, come se fossero una manciata di fotografie trovate in una scatola di latta, attraverso una costellazione di frammenti, piccoli lampi di quotidiano che durano lo spazio di due pagine.

Donal Ryan, infatti, costruisce il romanzo in 120 capitoli brevissimi, ciascuno di 500 parole, restituendo la percezione di minuscole istantanee che catturano un gesto, un ricordo, un cambio di stagione emotiva. 

È una scelta coraggiosa, ma anche un’arma a doppio taglio poiché quella frammentazione così scrupolosamente perseverata finisce per spezzare la linearità narrativa e lascia addosso la sensazione che molte cose restino appena sfiorate.

Il serrato incalzare di capitoli così brevi, infatti, se, da un lato, crea indubbiamente tensione e curiosità, dall’altro non illumina, ma sbriciola e interrompe continuamente il ritmo, inceppa la fluidità del racconto e svuota di peso emotivo momenti che meriterebbero ben altro respiro.

È come guardare una vita attraverso una serie di click rapidi, troppo rapidi, con il risultato che l’immagine arriva, ma non resta del tutto impressa.

L’autore utilizza una narrazione in terza persona, ma con un punto di vista interno e focalizzato quasi in modo esclusivo su Saoirse, poiché, sebbene non sia lei a raccontare direttamente, la storia è filtrata costantemente attraverso la sua coscienza. Una scelta narrativa che avrebbe dovuto dare profondità e invece amplifica la passività poiché ci si ritrova a guardare il mondo attraverso i suoi occhi, ma gli occhi di Saoirse sono velati, esitanti, come se registrassero gli eventi senza mai davvero entrarci dentro.

Si ha la sensazione che Ryan voglia “utilizzarla” per farne uno sguardo disincantato sul mondo, ma il risultato è un personaggio che non trascina, non sfida, non innesca nulla; Saoirse è fin troppo passiva, quasi anestetizzata, lascia che tutto le scivoli addosso e si rivela una protagonista che rimane ai margini del proprio stesso racconto, un personaggio che osserva ma non incide, un centro che non regge il proprio stesso romanzo.

Raccontare il mondo da un’angolatura fragile finisce per indebolire il nucleo emotivo del romanzo e l’intera narrazione eredita la sua inerzia nel senso che procede, ma raramente affonda, lasciando vuoti spazi e temi che avrebbero meritato un approfondimento.

Paradossalmente la storia entra davvero nel vivo solo quando entrano in scena la nonna Mary e la madre Eileen, le uniche figure davvero in carne e ossa; sono loro a portare ritmo, conflitto, ironia e dolore, sono loro le spine dorsali, le voci che rimbalzano, le presenze che scaldano e feriscono, le vere regine del fango e del quotidiano. 

Il loro rapporto, fatto di testardaggine e di una complicità che non ha bisogno di essere dichiarata, è il cuore pulsante del libro, un legame ruvido e tenero, pieno di stoccate e di affetto, di silenzi pesanti e di battute brillanti. 

Accanto a loro i personaggi maschili sembrano proiezioni sbiadite, figure che passano, lasciano qualche graffio o qualche carezza, ma senza mai incidere davvero, ombre di contorno più che presenze, quasi funzionali a mettere in risalto, per contrapposizione, la forza resistente delle donne della famiglia.

I padri in vita, dunque, non erano un granché. Meglio avere una mamma che fumava e portava gli occhiali scuri anche quando non c’era il sole e aveva i capelli lunghi, non come le altre madri, che li tenevano quasi tutte corti come quelli dei mariti, e una nonna che era la suocera di tua mamma e che veniva a trovarti quasi ogni giorno, e un papà morto ed eternamente giovane, seduto a un tavolo insieme a suo padre e a tutti i suoi parenti morti, a giocare a carte e attendere il giorno del giudizio.”

L’espediente metanarrativo di inserire il romanzo scritto da Josh dentro al romanzo, unitamente a quello scritto da Saoirse crea un gioco di specchi che non mi ha convinta del tutto.

Un’idea elegante sulla carta, ma nella pratica si rivela un artificio gratuito che aggiunge un ulteriore strato alla già forte frammentazione del libro e, invece di approfondire, moltiplica le superfici apparendo più un intrico di forme che un reale movimento narrativo.

Una matrioska che non aggiunge significato, ma distrae e complica, allontanando il lettore invece di avvicinarlo.

Certo, ci sono anche pagine che brillano, frasi che colpiscono, momenti in cui Ryan mostra di saper raccontare il non detto con precisione chirurgica, ma sono isole sparse in un paesaggio che rimane troppo spezzato, troppo irregolare, troppo privo di quella densità che la storia avrebbe meritato e lasciano la percezione di arrivare alla fine con la sensazione di aver intravisto qualcosa di forte, ma senza averlo davvero afferrato.

La regina dell’isola di fango inizia con una fine e finisce con un inizio, ma spesso si smarrisce proprio nel tragitto tra i due, visto che in mezzo ci sono troppi vuoti, troppo rumore di fondo e troppe ombre che non diventano mai figure.

Le uniche a resistere, a restare, a imporre la loro voce sono Mary ed Eileen, mentre tutto il resto – la struttura, la metanarrativa, le figure maschili, la stessa Saoirse – svanisce rapidamente, come fango asciugato al sole.

Lo stesso linguaggio che Ryan affida ai suoi personaggi è ricco di metafore e di immagini poetiche che dovrebbero svelare qualcosa, ma che, al contrario risultano nebulose, autoreferenziali, quasi compiaciute.

Si rendeva conto che lei e sua madre in realtà non parlavano mai sul serio. Che gran parte dei discorsi della mamma erano indiretti, frasi lanciate qua e là come manciate di coriandoli, a caso, senza una destinazione precisa.”.

“Saoirse non riusciva a seguire bene le parole della nonna. Sembravano un ruscello d’acqua scintillante su cui il sole splendeva così intensamente che non si riusciva a vedere il ruscello stesso, ma solo la sua luce, che saliva dalla terra e ti illuminava gli occhi, come il ruscello che scendeva dalle colline, attraversava il villaggio e si riversava nei callagh dove incontrava il lago. Un ruscello di tristezza, pensò, ed era felice di quelle parole, pensando che avrebbe dovuto scriverle da qualche parte.”

Quando, ad esempio, Saoirse dice che “la madre parlava solo per discorsi indiretti” e che la nonna aveva “un linguaggio simile a un ruscello d’acqua scintillante”, viene spontaneo chiedersi che cosa significhi davvero; indubbiamente si tratta di un’immagine attraente, ma altrettanto vaga che non descrive, non chiarisce, non avvicina, è una frase che vuole evocare e invece sfuma, come se la forma avesse preso il sopravvento sulla sostanza.

Tra le pagine misurate con cura quasi matematica di La regina dell’isola di fango emerge il fascino di un libro che, seppur ricco di momenti di autentico splendore, resta prigioniero del suo stesso disegno, un romanzo sempre sul punto di promettere più di quanto davvero conceda. 

Donald Ryan autore di la regina dell'isola di fango - ilRecensore.it

Donal Ryan è nato nel 1976 a Nenagh, nella contea di Tipperary.

Pluripremiato e tradotto in venti lingue, ha pubblicato sette romanzi e una raccolta di racconti ed è stato per due volte finalista al Booker Prize.

È docente di Scrittura creativa all’Università di Limerick, città in cui vive con la moglie Anne Marie e i due figli.

La regina dell’Isola di fango, il suo ultimo romanzo, in Irlanda ha conquistato il primo posto in classifica.

Autore

  • Paola Vicidomini

    Sono nata a Roma e vivo a Salerno, dove coltivo da sempre l’amore per i libri e la scrittura; avvocato di nome ma lettrice di cuore, quando è possibile preferisco affidare le cause in tribunale a mio marito e occuparmi di quelle che combattono i personaggi dei libri, ascolto le loro voci, ne raccolgo i segreti e li trasformo in recensioni che, da diverso tempo condivido in un gruppo Facebook dedicato ai lettori.
    Il mio stile è insieme analitico e personale poiché intreccio la trama con le mie sensazioni di lettrice, restituendo non solo la storia, ma anche le emozioni e le suggestioni che il libro porta con sé.
    Credo fermamente che “un libro sia un giardino che puoi custodire in tasca”: ogni lettura diventa un viaggio da vivere e condividere.

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