I Lázár – oltre l’hype editoriale: la straordinaria maturità di scrittura dello scrittore svizzero non basta a fare de “I Lázár” un romanzo pienamente compiuto.
Sinossi

All’alba del Novecento, nel loro castello nel sud dell’Ungheria, i Lázár accolgono l’ultimo nato, al tempo stesso miracolo e maledizione.
Il piccolo Lajos von Lázár non assomiglia ai genitori: pelle quasi trasparente e occhi azzurri come l’acqua, viene subito considerato estraneo, inquietante, di cattivo auspicio. Sándor, il padre patriarca, si vergogna di suo figlio, la cui presenza sembra risvegliare forze oscure e soprannaturali nel visionario zio Imre. Ma l’arrivo di Lajos è solo l’inizio.
Segreti, passioni proibite, colpe indicibili e traumi si intrecciano e si tramandano di generazione in generazione per oltre mezzo secolo, dalla fine dell’Impero asburgico al 1957, passando per due guerre mondiali, l’avvento dei totalitarismi, le rivoluzioni, la persecuzione degli ebrei.
La Storia entra nelle vite dei protagonisti, le loro vicende private convivono con la violenza del reale: mentre il mondo attorno a loro cambia irrimediabilmente, anche i Lázár sono travolti da tragedie e sconfitte, ma non rinunciano mai a una struggente, incessante ricerca dell’amore.
Una magistrale opera-mondo con il ritmo che solo uno scrittore ventenne sa imprimere alla Grande Storia, raccontando l’impetuoso destino di una nazione attraverso la saga di una famiglia straordinaria. Un romanzo che ha il sapore di un classico e consacra Neilo Biedermann come una delle voci più originali e profonde della narrativa europea contemporanea.
Recensione
“Ai margini dell’oscuro bosco c’era ancora la neve del secolo defunto, quando Lajos von Lázár, il bambino trasparente dagli occhi azzurri come il mare, intravide per la prima volta l’uomo che, a lungo anche dopo la sua morte, avrebbe creduto essere suo padre”.
Inizia così questo romanzo attorno al quale si è creata un’attenzione mediatica vorticosa che, tuttavia, rischia di sviare l’attenzione dalla reale natura del testo.
La giovanissima età dell’autore – che avrebbe iniziato a scrivere questo romanzo ad appena sedici anni, attingendo almeno in parte alla storia della sua famiglia – è stata spesso usata dalle cronache come un elemento prodigioso, finendo per sostituire l’analisi del libro con la storia del suo creatore.
Una lettura critica onesta, però, impone di liberare l’opera da questa cornice biografica per valutarne con chiarezza il valore narrativo e la tenuta complessiva.
Ad un primo impatto il talento di Biedermann è indiscutibile, la sua scrittura è ricca, precisa e dotata di una sorprendente attenzione ai dettagli, tuttavia, la riuscita di un romanzo non si misura soltanto sulla bellezza della singola pagina, ma sulla capacità della struttura di sostenere la storia e i suoi temi.
Dal punto di vista narrativo, “I Lázár” si inserisce pienamente nella tradizione del romanzo di decadenza familiare, inquadrata in un contesto storico ampio e preciso.
La topografia del racconto si regge su un’opposizione simbolica fondamentale: lo spazio chiuso del castello e del bosco contro lo spazio aperto della Storia.
La narrazione si apre con un’immagine di straordinario impatto visivo, in quanto la foresta funziona come una presenza soffocante che isola la dinastia dei Lázár, costringendola a vivere in una bolla autosufficiente e anacronistica; è un’intuizione efficace, mirabilmente sintetizzata dal dettaglio del padre che legge i giornali con un giorno di ritardo, come se si trattasse di un rifiuto cosciente della contemporaneità per rifugiarsi in un tempo sospeso, creando uno scarto temporale che attutisce l’impatto con il presente.
In questo perimetro isolato si consuma la doppia stasi della casata, al contempo biologica e sociale.
Da un lato vi è l’immobilità di una classe aristocratica incapace di leggere le trasformazioni del Novecento, arroccata nel privilegio di un ordine sociale in via di dissoluzione; dall’altro, questa paralisi si riflette direttamente sulla carne e sul sangue della stirpe.
L’immagine del neonato dalla “pelle così trasparente da lasciar intravedere i piccoli organi”, si colloca nella migliore tradizione del decadentismo mitteleuropeo, poiché la fragilità estrema e la diafanità del corpo diventano la traduzione biologica di una dinastia che ha esaurito la propria linfa vitale, incapace di rinnovarsi sia sul piano genetico che su quello storico.
Eppure, l’elemento magico e visionario che viene anticipato con così tanta forza tanto nella sinossi quanto nell’incipit, non sempre appare integrato nel modo giusto nel testo, tendendo a ridursi ad una serie di atmosfere suggestive ma isolate, che non sono efficacemente integrate nella progressione della trama.
Anche sul piano della psicologia dei personaggi si avverte una spaccatura stridente.
Il narratore resta onnisciente ma si muove con eleganza nei pensieri dei protagonisti, toccando momenti di grande finezza, come accade ad esempio quando si spinge ad indagare il tema dello sguardo e del voyeurismo come uniche vie di conferma dell’esistenza.
È il caso del ritratto di Maria, in cui l’identità si rivela del tutto dipendente dalla percezione altrui: “Vedere ed essere vista erano la sua cura, lo sguardo altrui l’unico rimedio contro la sensazione di non esistere veramente, di essere solo una costruzione di parole e pensieri”.
Poco dopo, il mondo che oltre il castello “tornava ora a dispiegarsi di fronte a lei” traduce visivamente un mutamento interiore attraverso l’aprirsi dello spazio.
In queste pagine si riconosce una sensibilità forte, capace di trasformare il paesaggio in una proiezione dello stato d’animo.
Ciononostante, a mio avviso, si percepisce una distanza incolmabile tra la sottigliezza della voce narrante e la reale consistenza dei personaggi.
I protagonisti appaiono spesso sfocati, protetti da una nebbia che ne impedisce il reale sviluppo emotivo.
Fin dall’inizio la nascita di Lajos è immersa in un clima di freddezza, infedeltà e vergogna e i Lázár si presentano come figure infelici, incapaci di stabilire legami autentici, chiuse in un mondo in cui perfino l’affetto sembra essersi consumato.
Questa durezza avrebbe potuto essere terreno fertile per un’indagine psicologica incisiva, mentre invece lo slancio si perde in una complessità non sempre convincente che, più che avvicinare il lettore ai personaggi, lo allontana.
Il bambino dalla pelle trasparente, che avrebbe potuto essere una figura chiave per il suo valore simbolico, resta un’immagine incompiuta, una figura sfuggente le cui contraddizioni non sembrano nascere da un vero conflitto interiore ma da una debolezza nella caratterizzazione del personaggio che l’autore confonde con il mistero.
Questa debolezza si nota in modo particolare quando la narrazione incrocia i drammi del Novecento, in particolare quando si muove tra persecuzioni razziali e deportazioni.
La passività del protagonista di fronte al nazismo viene presentata come un’inerzia aristocratica, configurando una sorta di “male per inerzia”.
Tuttavia, senza un vero approfondimento morale, questo vuoto di reazione smette di funzionare come riflessione sulla complicità e si rivela per ciò che è, un’incompiutezza spiacevole nella costruzione del personaggio.
Un discorso analogo vale per le scene di sesso feticista e per la violenza dei frequenti episodi di stupro, poiché non è tanto la presenza di episodi disturbanti a lasciare perplessi, quanto il fatto che non sempre se ne avverte una reale necessità narrativa.
La sola crudezza dell’episodio non è sufficiente a conferire profondità a ciò che viene narrato se non è accompagnata da un’elaborazione in grado di illuminare la psicologia dei personaggi o di incidere sul senso complessivo della storia.
Resta l’episodio nella sua gratuità e la provocazione rischia di rimanere un fatto puramente esteriore, utilizzato per dare una falsa impressione di profondità.
Perfino il titolo cela un’ironia di fondo, dal momento che il suggestivo richiamo biblico ad un’idea di resurrezione riconduce all’idea di una famiglia che tenta di sopravvivere alla propria decadenza, pur se poi nel romanzo questa promessa viene continuamente smentita da una dissoluzione senza miracoli.
Il tanto acclamato confronto con “I Buddenbrook” di Thomas Mann, allora, nasce spontaneo per via del tema comune del declino familiare, ma evidenzia una differenza fondamentale, poiché se Mann racconta la decadenza attraverso la trasformazione interiore e la sofferenza dei singoli individui, Biedermann, al contrario, muove i suoi personaggi come tessere di un disegno già deciso in partenza, con i Lázár che diventano simboli della rovina, più che persone in grado di suscitare una vera empatia. Anche il ritmo della narrazione segue un andamento discontinuo e infatti, dopo un avvio rapido e coinvolgente, la trama perde colpi, la tensione si attenua e alcuni passaggi assumono un carattere ripetitivo.
I bruschi salti temporali finiscono per sfilacciare il filo della storia, senza offrire una prospettiva coerente con le vicende individuali.
Si ha la sensazione di assistere ad una successione di destini senza riuscire mai del tutto ad entrare nella coscienza di chi li subisce; la saga procede, i decenni scorrono, la famiglia si disgrega, ma il coinvolgimento emotivo resta debole.
Biedermann è in grado di evocare il tormento dei suoi personaggi, ma evocarlo non vuol dire automaticamente renderlo comprensibile e una prosa raffinata non può sostituire ciò che manca alla loro costruzione.
“I Lázár” resta un libro d’esordio notevole per ambizione e qualità della scrittura, la prosa di Nelio Biedermann possiede una bellezza indiscutibile, capace di creare atmosfere suggestive e cogliere sfumature psicologiche preziose.
Tuttavia, la riuscita di una grande saga familiare richiede un equilibrio fondamentale tra l’eleganza dello stile e la verità dei personaggi.
Quando la prosa si separa da questa verità, rischia di trasformarsi in una bella architettura priva di vita.
Biedermann ha ampiamente dimostrato di saper padroneggiare la parola, gli resta ora da conquistare la maturità necessaria per dare un vero spessore umano e drammatico alle creature che escono dalla sua penna.
Titolo: I Lázár
Autore: Nelio Biedermann
Editore: Guanda
Traduzione: Leonella Basiglini
Genere: Saga familiare, Narrativa storica, Decadentismo mitteleuropeo
Autore
Nelio Biedermann è nato nel 2003 ed è cresciuto a Thalwil, sul lago di Zurigo
La sua famiglia paterna proviene dalla nobiltà ungherese, i suoi nonni si sono rifugiati in Svizzera negli anni Cinquanta. Studia Germanistica e Scienze cinematografiche all’università di Zurigo.
I Lázár è in corso di pubblicazione in più di trenta Paesi, è stato tra i finalisti dello Schweizer Buchpreis 2025 e ha vinto il Premio dei Librai indipendenti.

