I volti: discesa nella follia e le gabbie invisibili della normalità
Sinossi
Nella Copenaghen di fine anni Sessanta, Lise Mundus è scrittrice di libri per ragazzi e madre di famiglia: due ruoli che fatica a conciliare. Ha avuto tre figli da mariti diversi, l’ultimo dei quali è Gert.
Il loro non è un matrimonio felice: l’uomo vive il successo della moglie come un affronto personale, da tempo ha smesso di toccarla e non fa mistero di portare avanti ben due relazioni extraconiugali, con la collega Grete e con la donna di servizio Gitte.
La crisi di coppia e le continue tensioni con i figli ricadono inevitabilmente sul lavoro di Lise, che non riesce più a scrivere. La donna perde il controllo, si sente odiata da tutte le persone con cui vive, sviluppa una mania di persecuzione e si mette in testa che Gert e Gitte stiano complottando ai suoi danni. La notte è il momento peggiore: i pensieri corrono veloci, sempre più difficili da tenere a bada, e la visione di volti deformati comincia a tormentarla. Sono volti che stanno per cadere, come maschere, pronti a rivelare tutta la finzione che nascondono.
Il crollo psichico è rapido. Mentre sprofonda in un mondo fatto di pillole e ospedali, Lise comincia a chiedersi se la follia sia davvero qualcosa da temere o porti con sé una sorta di libertà.
Dopo la Trilogia di Copenaghen continua la riscoperta di Tove Ditlevsen: I volti è un romanzo sconvolgente che racconta la storia di una donna sull’orlo del baratro, ritratta con tutta la vividezza dell’esperienza vissuta. Con una scrittura ammaliante, Ditlevsen mette a punto un’acuta esplorazione del matrimonio e del divorzio, dell’amore e della follia, della paura e del male.
Recensione
«Anelava alla pace, e cercò d’immaginare il significato di questa parola. […]
Pace significava non esistere nella mente altrui.»
Quanto può essere sottile la linea che divide l’interpretazione del mondo, che chiamiamo senso comune, e la follia, ovvero, alla fine, un diverso modo di spiegare i fenomeni che ci circondano? E può quest’ultima significare la liberazione dalle aspettative sociali che ci incatenano al nostro essere fedeli a noi stessi e all’immagine di noi che vogliamo restituire al mondo?
Lise è una donna infelice, costretta in una realtà soffocante, fatta di ruoli che cerca di non disattendere, a costo di sacrificare se stessa: moglie di un marito infedele, madre di tre figli che percepisce sempre più distanti, una carriera da autrice in pausa dopo un inaspettato (e neanche troppo desiderato) successo
La situazione esplode dopo un evento apparentemente tangenziale, che avvia una serie di conseguenze concatenate che la spingeranno a tentare il suicidio, non alla ricerca della morte ma di una via di fuga che sembra quasi obbligata. Così avviene il ricovero in una struttura psichiatrica, reparto “chiuso”, con utilizzo di contenzioni fisiche.
Il lettore, messo di fronte all’antonomasia del narratore inattendibile, viene a conoscere le allucinazioni vissute dalla protagonista nel proprio delirio paranoide.
Addentrandosi nella struttura di un romanzo claustrofobico, ottiene il destabilizzante risultato di vedere sfumare il confine tra effettivo e immaginario. Il fatto che un avvenimento si realizzi solo nella mente della protagonista, lo rende davvero meno reale, se proprio lì troviamo le coordinate dell’intera vicenda?
La parabola narrativa prende avvio dalla sensazione di estraneità vissuta da Lise nell’osservare volti noti, persino quelli dei propri figli:
«Quando incrociava persone che non vedeva da anni, i loro volti erano cambiati, estranei, invecchiati, senza che nessuno avesse cercato d’impedirlo. Non erano stati ben curati, erano scivolati via dalle mani protettive che avrebbero dovuto tenerli al di sopra della superficie del mare affinché non annegassero. Impegnati in altro, non ci si era occupati di questo volto, che all’ultimo momento era stato sostituito da un altro, rubato a un morto o a un dormiente, che poi doveva cavarsela alla meglio. Andava largo o stretto, e portava i segni di una vita che non era quella del nuovo proprietario»
Inizia così un progressivo distanziamento dal senso comune delle cose, che la porta, attraverso un doloroso viaggio fatto di allucinazioni uditive, apatia e isolamento, a dimostrare a se stessa, in assoluta certezza, che il marito Gert e la cameriera Gitte stiano complottando il suo omicidio, con la complicità del personale dell’ospedale psichiatrico.
Sappiamo come le voci che Lise sente non siano reali, ma non possiamo fare a meno di cercare insieme a lei l’altoparlante nascosto nel cuscino appositamente per causarle sofferenza e alienazione. È questo il potere della letteratura: permetterci l’incarnazione in vicende distanti dalla nostra, l’empatia con personaggi che nella vita additeremmo come estranei e cercheremmo di frapporre tra noi e loro il massimo della lontananza, se non altro per non rischiare di essere visti come altrettanto folli.
Ditlevsen riesce a condurci, per mano a Lise, nei corridoi “inclinati verso l’interno” del reparto di psichiatria, e compie la magia mediante abili descrizioni di stati mentali, luoghi e atmosfere, diffondendo una sensazione di bellezza che riappacifica il lettore con il dolore della storia narrata.
Vi è infine lo scioglimento della parabola narrativa, con un attesissimo ritorno alla vita quotidiana, alla scrittura e alla cura della famiglia (rappresentata dallo “sfornare sfilatini”, espressione che occorre nel testo con una frequenza preoccupante).
Un tale epilogo, per quanto desiderabile, non può che lasciare con una punta di amaro in bocca: davvero una protagonista dotata di una tale sensibilità, disposta a condurre se stessa sulla via dell’insania pur di sfuggire a una vita conformista e insoddisfacente, può semplicemente tornare a ciò che con tanto dolore era riuscita a sfuggire? A quanto pare sì, sebbene solo temporaneamente, come viene fatto chiaramente presagire al lettore.
Per quanto banale e riduttivo, è impossibile evitare un parallelo con la vicenda biografica dell’autrice: Tove, sposata per quattro volte, è stata ricoverata in ospedale psichiatrico, e, nell’arco della sua tormentata esistenza, ha dovuto continuamente fronteggiare i temi che ricorreranno nella propria produzione letteraria, come la dipendenza da sostanze, gli aborti illegali, i tradimenti da parte dei consorti, la convivenza coi figli nati dalle unioni precedenti, forti episodi depressivi
L’autrice finirà per togliersi la vita con un’overdose di sonniferi all’età di 58 anni.
D’altra parte, ella non ha mai fatto mistero dell’ispirazione che traeva dalle proprie vicende biografiche per la composizione delle opere, arrivando ad ammettere che spesso si sentiva un clown che intratteneva il pubblico con i retroscena degli episodi che viveva.
Si tratta a tutti gli effetti di una scrittura autobiografica, quasi documentaristica, che riporta alla mente sia nei temi che nello stile La campana di vetro di Sylvia Plath: entrambe le maestre sono state capaci di portare nella letteratura l’autenticità della propria esperienza di vita, tingendola di sfumature poetiche e rendendo universale ciò che, per definizione, è personale.
Troppo spesso derubricata a racconto intimistico, questo tipo di scrittura trova la propria radicalità nell’espressione di vere e proprie questioni sociali; l’esplorazione dell’interiorità femminile, della malattia mentale e della dolorosa e inevitabile frattura tra norma sociale e aspirazione personale, vissuta sulla pelle delle donne di ogni epoca, rende la brutale onestà dei racconti fatti dalle autrici un vero e proprio vessillo della questione di genere.
I volti è un’opera snella e attuale, che, in 144 pagine, ci invita a vestire i panni di una persona che scende nell’inferno della malattia psichica, letteralmente una matta da legare, costringendoci ad un esercizio di prospettiva che prende rapidamente la forma di un vortice inarrestabile.
Tra tonalità liriche e citazioni colte, Tove Ditlevsen ci trascina nella vita di Lise senza censure, dando al lettore la possibilità di sperimentare un’esistenza sofferta e brutale, e le domande che da essa scaturiscono, dal sicuro della propria poltrona.
Autorə: Tove Ditlevsen
Traduttorə: Alessandro Storti
Editore: Fazi
Genere: Narrativa straniera, Romanzo introspettivo – autofiction
Autorə

È stata una celebrata poetessa e romanziera danese.
La sua opera più importante è la Trilogia di Copenaghen composta dai libri autobiografici Infanzia, Gioventù e Dipendenza, recentemente riscoperti e celebrati a livello internazionale come capolavori.
Eterna outsider del mondo letterario, quattro matrimoni e quattro divorzi alle spalle, per tutta la sua vita adulta ha avuto problemi di dipendenza da alcol e droghe ed è morta suicida nel 1976.
Pubblicato per la prima volta nel 1968, I volti, uno dei suoi romanzi fondamentali, è oggi in fase di pubblicazione in diciassette paesi.

