Il mio vero nome è Elisabeth: indagine familiare e storia politico-sociale nel romanzo rivelazione di Adèle Yon
Sinossi
Tutto ha inizio con un uomo di successo, ancora sano e di mente lucida, che si getta dalla finestra. Ha pianificato ogni dettaglio: l’affitto dell’appartamento a un piano alto, la lettera che dà conto di una premeditazione lunga cinquant’anni, le chiavi di un’auto con cinque libri e una fototessera nel portabagagli. La foto di una donna anziana, lo sguardo perso e due cicatrici tonde sulle tempie. La foto di Betsy, sua madre.
La narratrice non ha mai conosciuto Betsy, morta prim’ancora che lei nascesse. Della sua bisnonna sa soltanto quel poco che si dice nella loro rispettabile famiglia cattolica. Era sempre lontana, ma qualche volta d’estate tornava. Chiedeva sempre di suo marito André. Diceva cose buffe, nuotava in modo scomposto. Ha avuto sei figli. Ogni tanto gridava. Si arrabbiava da morire. Era triste. Era malata. L’hanno lobotomizzata. È un fantasma.
Ma a un tratto ricostruire la storia di Betsy diventa cruciale, una questione di sopravvivenza, l’unica arma per combattere il terrore di una follia atavica. Nessuno dei parenti parla volentieri: Betsy è un buco nero che, a più di trent’anni dalla sua morte, risucchia ancora ricordi, parole, vite.
È un’autentica indagine a prendere corpo in queste pagine, con testimoni, referti medici, documenti privati e pubblici, una ricerca che procede con ostinazione e coraggio verso la sconvolgente verità finale.
Romanzo famigliare, atto di resistenza, gesto di riparazione, tributo alla memoria, grido di rabbia, inchiesta sociale, manifesto femminista, storia della malattia mentale, true crime: Adèle Yon ha scritto tutto questo in un solo libro, che è un’autentica rivoluzione.
Recensione
In quasi tutte le genealogie familiari ci sono degli esclusi: figli abortiti, criminali, vittime di guerra, o semplicemente persone marginalizzate dal sistema familiare per un vissuto fuori dagli schemi. Nel romanzo di Adèle Yon – Il mio vero nome è Elisabeth – l’esclusa è Betsy, bisnonna dell’autrice, una donna la cui storia appare all’inizio frammentata, avvolta da segreti, mezze verità e da un senso di vergogna che induce i suoi discendenti a tacerne.
Mossa dal desiderio di restituirle un’identità e forte della sua esperienza nelle ricerche storiche, l’autrice compie un viaggio nella memoria intervistando i suoi parenti, spulciando negli archivi degli ospedali dove Betsy è stata più volte ricoverata per una diagnosi di schizofrenia e ricomponendo le tessere di un mosaico scomposto.
Un gesto di restituzione, volto probabilmente a evitare che quel vissuto, così silenziato, possa trasmettersi nelle generazioni a venire.
“Non sarò pazza anch’io?”, si chiede più volte l’autrice all’inizio dell’indagine. La paura è infatti quella: che la malattia mentale della bisnonna possa essere la pesante eredità giunta fino a lei. Del resto, Jean-Louis, fratello della nonna materna, non si era suicidato nel 2023 conservando una fototessera di Betsy nel bagagliaio?
Una foto che la ritraeva con lo sguardo perso nel vuoto e due cicatrici tonde sulle tempie, segni della lobotomia alla quale era stata sottoposta, secondo una pratica psico-chirurgica che, nella prima metà del Novecento, pretendeva di guarire le malattie mentali recidendo parte dell’emisfero cerebrale.
Malgrado la violenza subita, sorprende l’immagine della donna trasmessa dai suoi discendenti: la nonna materna, prima che con lei, non aveva mai parlato di sua madre né con le sorelle né con i fratelli; un nipote la ritrae invece come un giullare, un buffone di corte “Rideva della sua stessa condizione”; il padre, intervistato alla fine del libro, le dice che era una donna in pace. Solo un altro nipote le dice: “Ho capito molto tardi che cosa, quanta violenza nascondeva quel riso, quell’ironia; e il giorno in cui l’ho capito” — lo apprende attraverso la fede, la religione — “me lo sono preso in pieno viso”.
L’autrice comprende così che la lobotomia cui era stata sottoposta Betsy l’aveva di fatto dissociata da ciò che provava.
È interessante la digressione sulla nascita e la diffusione di questa pratica chirurgica: è qui che il racconto familiare si trasforma in indagine storico-sociale, smette di essere un episodio privato per diventare storia del controllo del corpo femminile
La lobotomia, nata negli anni Trenta del Novecento dalle sperimentazioni del neurologo portoghese Egas Moniz, si diffuse successivamente oltreoceano grazie a Walter Freeman che trasformò questa procedura in un vero e proprio spettacolo itinerante. Si parla di “chirurgia dell’indifferenza”, usata non a scopo terapeutico, ma sociale.
Circa l’80-85% dei pazienti sottoposti a lobotomia erano donne, i criteri con i quali veniva applicata erano misogini.
“Le fotografie pre e post operatorie pubblicate da Freeman per illustrare il successo della sua procedura traducono in immagini quello che questi resoconti esprimono a parole. Raffigurano in schiacciante maggioranza donne, le cui fotografie scattate dopo l’operazione mostrano volti placati, docili. Brave mogli. Brave madri”.
Betsy era stata internata il 5 luglio 1951, a 34 anni, con una diagnosi di schizofrenia, tra l’altro non perfettamente leggibile nel modulo di ammissione della clinica di Fleury, dove era rimasta per 17 anni. Quella che appare più chiara era la sua volontà di essere una donna libera, come evidente da una lettera del 27 luglio 1940 inviata al marito André: “Perciò sono costretta a chiederLe di considerami per come sono: una persona che ha bisogno di molta aria, fisicamente e moralmente; non posso vivere chiusa in un barattolo. Sfortunatamente, non ho nulla della ragazza dolce e soave. Le obbedirò sempre ma ho bisogno di molta libertà, più della maggior parte delle ragazze”.
Libertà che il marito non pare disposto a concederle se in una lettera del 1942 le risponde: “Credo che sia questo il motivo per cui la Chiesa chiede alla moglie di obbedire al marito. Le chiedo di riflettere seriamente su quest’idea, credo che la sua messa in pratica migliorerebbe molto la nostra vita coniugale”.
La lobotomia, come emerge dal romanzo, era quindi solo l’ultima tappa di un processo di negazione dell’altro già insita nei rapporti familiari.
L’intervento chirurgico, in questo senso assolveva la responsabilità della malattia dalla società e dalla famiglia: “se la malattia mentale viene dal corpo, non ci sono colpevoli”. Il libro si configura quindi come un atto di denuncia politico-sociale, come una contro-storia, di fronte alla storia “ufficiale”, dettata da una società patriarcale che mirava al controllo delle emozioni e dei corpi delle donne.
Lo stile del romanzo è incalzante, dettato dall’urgenza dell’indagine, da quell’euforia dell’ignoranza che Carlo Ginzburg riconosceva come un motore fondamentale di qualsiasi ricerca storiografica. L’autrice non trascura niente: spulcia lettere, interroga figli e nipoti di Betsy, viaggia in continuazione per ben quattro anni tra Francia, Spagna e Portogallo. Intreccia le memorie personali ai documenti pubblici, conferendo all’intero romanzo una vivacità che una mera indagine d’archivio avrebbe probabilmente spento.
Al termine della ricerca ne uscirà più pacificata rispetto a quando ha cominciato? Non si direbbe, se alla fine ammette:
“Capire non risolve niente. […] La storia di Betsy mi ha mandata fuori di me. Intensamente e integralmente fuori di me. La rabbia è arrivata lentamente, qualche giorno al mese, poi qualche giorno alla settimana, e poi si è insediata. La rabbia è quella che condividiamo, noi, i discendenti di Betsy, è quello che aveva lei, prima, che noi le abbiamo portato via e che ci rigurgita ancora dentro”.
La stessa rabbia che perseguita anche noi lettori al termine di un libro che non smette di interrogarci sul peso delle eredità familiari, sulla segregazione femminile, sullo stigma sulle malattie mentali, facendoci sentire un po’ tutti discendenti di Elisabeth. Incompresi nel nostro mistero.
Titolo: Il mio vero nome è Elisabeth
Autrice: Adèle Yon
Traduttrice: Sonia Folin
Editore: Neri pozza
Genere: Romanzo familiare– narrativa straniera – indagine storio-sociale
Autrice

Adèle Yon, nata a Parigi nel 1994, con una laurea all’Ècole Normale in studi cinematografici.
È ricercatrice, scrittrice, chef.
Il mio vero nome è Elisabeth è il suo esordio letterario, che ha suscitato il clamore della critica e conquistato il grande pubblico.


