Neve di giugno - ilRecensore.it
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Neve di giugno di  Ljuba Arnautović

Neve di giugno: la memoria come ultimo rifugio contro le ferite del Novecento

Vienna, 1934. Sull’Austria si addensano minacciose le nubi del fascismo e del nazismo. Nella speranza di salvarli dalla catastrofe imminente, Eva, militante della resistenza e del “soccorso rosso”, decide di mandare i figli poco più che bambini in Unione sovietica.

Ma proprio nel Paese dell’utopia comunista i due fratelli Karl e Slavko passeranno dai giorni felici di una colonia estiva in Crimea a quelli dell’“Orfanotrofio n. 6” di Mosca, e sperimenteranno i miraggi e i tradimenti della Storia.

Nei vent’anni che seguono, l’esistenza dei due ragazzi sarà segnata non solo dall’impossibilità di tornare in Austria e dalla mancanza di contatti con la madre, ma anche e soprattutto dalle atrocità dei regimi nazista e staliniano, oltre che da una potente voglia di riscatto. Sarà poi l’inferno del gulag – luogo simbolo di annientamento e corruzione morale – a fare da improbabile sfondo all’amore tra Karl e Nina, futuri genitori dell’autrice.

Con questo romanzo autobiografico, Ljuba Arnautović ci regala un’incredibile epopea famigliare, un’odissea che incrocia i destini e i drammi del Novecento, e ci accompagna con una scrittura lucida e altrettanto appassionante attraverso il complesso rapporto fra trauma e memoria, riportando alla luce esistenze e vicende sconosciute – o deliberatamente ignorate – consegnate all’oblio degli archivi o al silenzio delle case.

Neve di giugno è una narrazione di rara bellezza, empatia e profondità nella quale l’autrice sembra volerci ricordare che il tempo non è un deposito ordinato di verità, ma un ammasso caotico di tracce, silenzi e polvere.

Nel corso dell’ultima edizione del Salerno Letteratura Festival ho avuto l’opportunità di incontrare la scrittrice e giornalista austriaca Ljuba Arnautović, una voce ancora poco conosciuta dal pubblico italiano ma già affermata nel panorama della narrativa europea.

Il dialogo con l’autrice ha permesso di approfondire Neve di giugno, il suo primo romanzo tradotto in italiano e pubblicato da Keller, che si colloca in uno spazio peculiare, sospeso tra saga familiare, ricostruzione storica e racconto della memoria.

Innanzitutto, l’attenzione si è focalizzata sul titolo, deliberatamente scelto dalla scrittrice per trasmettere un significato che va oltre il dato meramente naturale.

Le pagine che all’interno del testo ne svelano il significato sono di rara bellezza e quella improbabile nevicata fuori stagione è la metafora di un secolo in cui l’ordine naturale delle cose è stato continuamente sconvolto dalla storia e di una memoria che si deposita nel tempo, lieve e persistente, sfidando la dimenticanza.

Durante il dibattito, il confronto si è esteso anche alla struttura più ampia del suo progetto narrativo, che l’Arnautović definisce una vera e propria “trilogia della memoria”.

Alla mia domanda sul suo grado di coinvolgimento diretto nella storia e sulla scelta di mantenere la propria presenza in secondo piano all’interno del romanzo, l’autrice ha infatti chiarito la natura progressiva di questo percorso: “È una trilogia della memoria di cui “Neve di giugno” costituisce la seconda parte, mentre nella terza parte, attualmente in fase di traduzione in italiano, la storia si estende alla mia vita e questa è stata la parte più importante per me». 

Si tratta, pertanto, di una costruzione narrativa stratificata, in cui il movimento verso l’autobiografia non è immediato ma graduale e mediato dalla ricostruzione delle generazioni precedenti, chiamate a riemergere attraverso la forma letteraria della memoria. 

Anche la risposta alla domanda che le ho posto sul rapporto con il padre ha rappresentato un momento molto significativo, poiché l’Arnautović ha raccontato di un “rapporto che è stato sempre costellato di conflitti. Quando l’ho trasformato in personaggio letterario, si è verificata una sorta di riconciliazione, seppur postuma.” 

Una confessione che offre una chiave di accesso privilegiata alla lettura del romanzo, poiché sottolinea come la scrittura non sia stata soltanto un esercizio di ricostruzione storica, ma anche uno spazio di elaborazione affettiva, in cui la distanza della narrazione ha permesso di rileggere il passato e di ricomporre un rapporto segnato da tensioni e incomprensioni.

La vicenda prende avvio nella Vienna degli anni Trenta, in un clima politico segnato dall’ascesa dei totalitarismi. 

Eva, militante comunista e antifascista, decide di affidare i figli Karl e Slavko all’Unione Sovietica nella convinzione di assicurare loro un futuro migliore, ma quella che avrebbe dovuto essere una separazione temporanea si trasforma in una frattura irreversibile, destinata a ridefinire per sempre i legami familiari.

Sotto questo profilo, il romanzo mi ha ricordato, pur con evidenti differenze storiche e ideologiche,Il treno dei bambini” di Viola Ardone, poiché in entrambe le opere il distacco tra madre e figli nasce da un atto di fiducia nel futuro e nella possibilità di migliorare le condizioni di vita, anche se qui tale gesto si inscrive in una traiettoria storica molto più radicale, in cui la promessa si rovescia in perdita e lo slancio ideologico si trasforma in frattura definitiva.

La figura di Karl rappresenta il nucleo più esposto alla violenza della storia, in quanto la sua esistenza – segnata dallo sradicamento precoce, dall’istituzionalizzazione e dall’ingresso in un sistema repressivo che ne condiziona profondamente la formazione – diventa il simbolo di una generazione travolta dagli eventi storici e dalle scelte degli adulti, nella quale l’identità non riesce mai a stabilizzarsi in forma compiuta.

Accanto a lui, la figura di Nina assume un ruolo decisivo e rappresenta indubbiamente un elemento di rottura sia narrativo che simbolico, poiché la sua presenza introduce un elemento di discontinuità all’interno di un contesto profondamente attraversato da logiche patriarcali e da strutture di potere maschili.

La sua forza è quella di non accettare passivamente le imposizioni di un sistema che pretende di interferire anche nella sfera più intima degli affetti e di rivendicare con coraggio il proprio diritto a vivere pienamente la propria maternità, lottando per tenere insieme ciò che la storia tende a dividere. 

Uno degli aspetti più significativi del romanzo riguarda il rapporto tra lingua, identità e appartenenza e sotto questo aspetto è emblematica la corrispondenza tra Eva e Karl, nella quale si concentra una delle frasi più dolorose del testo

“Per prima cosa voglio che tu sai che scrivere nel tedesco è diventato abbastanza difficile per me. Lo puoi vedere tu come scrivo. Penso russo, scrivo tedesco. Non so cosa viene fuori.” “Sì, cara mamma, pensavamo che un giorno avremmo parlato, madre e figlio, due lingue diverse?”

In questa tensione linguistica si riflette la condizione di chi non appartiene più completamente a nessun luogo e a nessuna lingua.

Non è casuale, allora, che anche la patria nel romanzo perda progressivamente i contorni di una dimensione geografica per assumere quelli della Heimat, intesa come luogo degli affetti e delle relazioni.

Per chi è costretto a vivere in un mondo segnato dallo sradicamento, l’appartenenza si riduce progressivamente a forme minime di memoria condivisa, una voce, un volto, una relazione che resiste alla dispersione.

Particolarmente incisiva è anche la rappresentazione della quotidianità nei contesti di detenzione e deportazione.

Quando un giorno Karl deciderà di raccontare le sue esperienze nel gulag, selezionerà accuratamente i fatti da narrare. Ai figli sembra che voglia riportare solo quelli più spassosi.

Anche l’autrice evita ogni rappresentazione retorica dell’orrore, non spettacolarizza la violenza, ma mostra piuttosto la sua progressiva assimilazione nella quotidianità.

La sopravvivenza finisce per imporre nuove forme di normalità, talvolta finanche grottesche, come accade “quella volta che da infermiere e con l’aiuto di un compago di prigione ha sistemato quattro cadaveri in modo tale che la dottoressa, entrando nella stanza e vedendo i quattro detenuti scansafatiche seduti al tavolo a giocare a carte e a fumare, va su tutte le furie”.

Ancora più forte sul piano simbolico è l’immagine del letto condiviso, poiché, in un contesto in cui ai prigionieri viene progressivamente sottratto tutto, il letto cessa di essere un semplice oggetto e si trasforma in uno spazio vitale.

Un letto non rimane mai vuoto, è l’unico angolo dove poter leggere, giocare a carte, attendere tempi migliori.”.

Quello che in condizioni normali rappresenta uno spazio privato, assume il valore di una casa provvisoria, di un rifugio minimo entro cui preservare una residua dimensione umana.

In una realtà in cui l’appartenenza geografica è stata cancellata, finanche un letto può diventare una forma elementare di Heimat

Dal punto di vista stilistico il romanzo adotta una prosa sobria, misurata, contraddistinta da una notevole coerenza formale e tematica.

La narrazione non procede linearmente, ma è costruita per frammenti che trovano senso solo nella loro aggregazione successiva, così come la memoria non procede per continuità, ma per accumulo di vuoti e di ricostruzioni progressive. 

A questo si aggiunge una marcata polifonia delle voci, poiché ogni personaggio è portatore di una propria prospettiva autonoma e di una storia individuale che contribuisce in maniera indispensabile alla ricostruzione complessiva del mosaico narrativo.

 Ljuba Arnautović - autrice di Neve di giugno - ilRecensore.it -

photograph © leonard hilzensauer / wikipedia

Ljuba Arnautović è nata nel 1954 a Kursk (URSS) e vive a Vienna.

Dopo aver studiato Pedagogia sociale, ha lavorato per l’Archivio di documentazione della resistenza austriaca, come traduttrice dal russo e come giornalista radiofonica.

Il suo primo romanzo, Im Verborgenen (In segreto), è stato selezionato per il Premio austriaco del libro come miglior romanzo d’esordio.

Oltre a Neve di giugno anche il suo ultimo lavoro Erste Töchter, verrà pubblicato da Keller editore.

Autore

  • Paola Vicidomini

    Sono nata a Roma e vivo a Salerno, dove coltivo da sempre l’amore per i libri e la scrittura; avvocato di nome ma lettrice di cuore, quando è possibile preferisco affidare le cause in tribunale a mio marito e occuparmi di quelle che combattono i personaggi dei libri, ascolto le loro voci, ne raccolgo i segreti e li trasformo in recensioni che, da diverso tempo condivido in un gruppo Facebook dedicato ai lettori.
    Il mio stile è insieme analitico e personale poiché intreccio la trama con le mie sensazioni di lettrice, restituendo non solo la storia, ma anche le emozioni e le suggestioni che il libro porta con sé.
    Credo fermamente che “un libro sia un giardino che puoi custodire in tasca”: ogni lettura diventa un viaggio da vivere e condividere.

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