La conquista dell'infelicità - Abbiamo letto - ilRecensore.it
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La conquista dell’infelicità di Raffaele Alberto Ventura

La conquista dell’infelicità: Un viaggio dentro la “classe disagiata”: come siamo arrivati all’infelicità in un mondo che prometteva autorealizzazione.

Diventa quello che sei: ecco la promessa iscritta alle porte della modernità. Ma cosa succede quando nessuno riesce più a diventare se stesso?

Il mondo per il quale siamo stati preparati non esiste più: ora è il tempo della delusione, delle promesse non mantenute. Della classe disagiata come destino dell’Occidente e della rivoluzione che la scuote. Questo libro è la guida per attraversare i nostri tempi difficili. E uscirne migliori? Adesso non esageriamo. Un decimo della popolazione mondiale consuma nove decimi delle risorse del pianeta: il problema è che quel decimo siamo noi. E allora come mai la conquista della felicità pare sempre più lontana?

L’idea di un ascensore sociale, che doveva elevare ognuno sopra tutti gli altri, si è rivelata per ciò che è: un errore logico e un inganno ideologico. In una società in cui tutto è permesso ma nulla è possibile, dobbiamo imparare a convivere con la certezza che nessuno diventerà mai se stesso. Un decennio dopo aver sconvolto la sua generazione con un libro di culto, Raffaele Alberto Ventura torna a raccontare la «classe disagiata». Lo fa mostrandone le origini – nella letteratura, nella filosofia, nel cinema, da Amleto a Fantozzi – e indicandone l’orizzonte tutt’altro che roseo.

Perché nel frattempo la situazione non è affatto migliorata, anzi, e classe disagiata lo siamo tutti (o quasi). La storia umana alterna fasi d’illusione e fasi di disillusione, che inevitabilmente sfociano in qualche rivoluzione, dalla quale le civiltà escono radicalmente trasformate, talvolta distrutte.

Accantonate le aspirazioni, falliti i buoni propositi di resilienza e troppo irrigiditi dall’angoscia per farsi bastare una seduta di yoga, segmenti sempre più ampi della classe media occidentale vengono sedotti dal demone della rivolta. Ve li immaginate i disagiati che fanno la rivoluzione? Dovreste, perché è già iniziata.

Si arriva sempre a un punto della storia in cui le cose non tornano. Viene da porsi domande tipo: “ma come ci siamo arrivati a questo punto? E ora? Come ne usciamo? Ma sì, basta cambiare questa cosa”. E invece no, non basta. Sopratutto se la storia in questione ci riguarda come individui e come gruppo, come società. Stiamo arrivando (se già non ci siamo arrivati) a un punto di non ritorno. E forse la questione è veramente molto seria. È molto seria perché, forse, potrebbe non avere un limite, la Storia, in una società dove il limite stesso può essere portato a un livello di assurdità tale da diventare utile. Pop

Raffaele Alberto Ventura, in La conquista dell’infelicità. Come siamo diventati classe disagiata, edito da Einaudi, (titolo che controbilancia un altro libro, di un altro filosofo, La conquista della felicità, Bertrand Russell, edito oggi da TEA) ripercorre tra passato e presente come stiamo arrivando (se già non ci siamo arrivati) a essere una classe disagiata.

Con la fine delle metanarrazioni e l’approdo nell’era del postmoderno (un interessantissimo libro che tratta questo discorso è uscito giusto qualche anno fa, s’intitola La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, di Jean-Françoise Lyotard, uscito per Feltrinelli); con l’affermarsi sempre più del capitalismo e del consumismo subito dopo il catastrofico periodo bellico, bisognava trovare un nuovo modello di società. E perché non usufruire proprio di chi compone un gruppo, una comunità, una società? Perché non basarla sul singolo individuo, sul desiderio del singolo? Sull’autorealizzazione

L’economia delle società ricche si regge per gran parte sull’indotto di questa inesauribile domanda di autorealizzazione. 

O forse è meglio dire: sulla promessa sempre rimandata di autorealizzazione. Così, con questo meccanismo, il capitalismo è arrivato in splendida forma fino ai giorni nostri: divorando il futuro di ogni singolo. Ma il capitalismo ha fatto anche cose buone (per esempio, all’autore di questo articolo ha dato la possibilità di scriverlo. Fine).

Ma concentriamoci sul nodo centrale: in che modo si arriva a diventare una classe disagiata?

La ricchezza porta benessere —> il benessere porta opportunità che prima non c’erano —> i figli possono studiare e non portare avanti il lavoro dei propri genitori (anzi, vengono proprio invogliati a studiare: «studia, studia per il tuo futuro!») —> studiare può portare a non entrare subito nelle dinamiche del lavoro, può passare poi a una specializzazione —> la tecnologia nel frattempo migliora e tutto accelera, il mondo cambia dall’oggi al domani —> intanto chi studia diventa sempre più vecchio per il mondo del lavoro, non ha maturato esperienza —> la società cambia, il lavoro cambia, nuovi orizzonti si aprono —> studiare diventa un “fallo per te stesso” (non l’abbiamo detto, ma nel frattempo il proprio percorso diventa un percorso di autorealizzazione e qualcuno ha incominciato anche a scriverci su per suggerirTI come farlo al meglio.

Solo ed esclusivamente per te) —> per esaudire ogni tuoi singolo desiderio vengono impiegate molte, tante risorse (ma mettitelo bene in testa: non ci sei solo tu a impegnarti in questo) —> risultato: nessuna società liberale può esaudire i desideri di ogni singolo individuo. Il sistema in cui abbiamo scelto e scegliamo ogni volta di abitare, si nutre dei nostri desideri e li trasforma in merce, fa sì che noi entriamo in un modus operandi in cui il nostro desiderare non è altro che desiderare l’oggetto, desiderare qualcosa che in realtà non desideriamo.

E sì, nelle nostra società attuale, anche il pensiero può farsi merce, anche l’identità può farsi merce ed essere venduta, dunque desiderata. E sì, desiderare la stessa merce pone ogni singolo individuo in competizione con tutti gli altri individui. Così facendo, scoprendosi non più unici, si arriva anche alla delusione. 

Passata l’introduzione che ne riassume un po’ il contenuto, il libro si svolge in sette capitoli: I Genealogia del disagio. Sulla miseria nell’abbondanza; II La costruzione sociale dei bisogni. Quando il superfluo diventa necessario; III Il capitale culturale nel XXI secolo. Lavoro intellettuale vivo e lavoro intellettuale morto; IV L’economia vocazionale. Perché siamo complici del nostro sfruttamento; V Noi siamo la catastrofe. L’impronta ecologica delle aspirazioni; VI L’era della delusione. Dalle promesse alla rabbia; VII Crocevia. Cambiare modello di sviluppo (personale)

Questo – La conquista dell’infelicità – è un libro che va assolutamente letto, tenuto vicino a noi. È un libro che andrebbe consultato ogni volta che veniamo presi dal dubbio, dall’infelicità.

Perché siamo infelici? Cos’è questa nostra infelicità? Come si cura? Ma soprattutto: davvero lo siamo? In una società in cui il disagio sembra essere diventato cool e sempre più viene curato con medicinali e diagnosi sbagliate (quando non sono autodiagnosi), è forse questa la domanda più importante che merita una risposta.

Fino all’ultima pagina troviamo frasi da sottolineare, da imprimere dentro noi.

Primum legere, unde existere. Portare dentro prima di portare fuori.

Siamo piccoli ingranaggi di un sistema che fa arricchire sempre più la più piccola percentuale di individui. Individui che hanno capito come funzioniamo e che ormai non fanno più molti sforzi per far funzionare la macchina: semplicemente, hanno trovato il modo di dare un colpetto e di farla andare da sola. C’è chi, senza accorgersene, si pone come intermediario tra la piccola percentuale di chi ha messo in moto il tutto e chi lo subisce, e non si rende conto di essere più dalla parte di chi subisce che degli Altri.

[…]: ci vuole una rivoluzione che sia contemporaneamente sociale, economica e culturale, un passaggio di civiltà. 
Se è vero che la crescita economica non tornerà più, allora l’unica cosa che può salvarci è un nuovo mito o una nobile menzogna. Ma chi potrà inventarla, se non qualche poeta, un disagiato, uno spostato?

Raffaele Alberto Ventura è ricercatore presso il Laboratoire d’antropologie politique dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e progetta percorsi di formazione.Curatore degli scritti di Cornelius Castoriadis (Contro l’economia, Luiss University Press 2022), è autore di vari saggi tra cui Teoria della classe disagiata (minimum fax 2017) e Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti (Einaudi 2020). Collabora con il quotidiano «Domani» e la rivista «Esprit».

Autore

  • Luca de Vincentiis

    Sono Luca de Vincentiis, con la “d” minuscola (perché secondo il nonno paterno s’ha da scrivere così) e due sono le benedette “ii” alla fine del cognome. Nato a Sanremo, città dei fiori, della musica, di mare e dal meraviglioso clima. Sono felicemente libraio e genitore di quattro libri di poesia: “Alla ricerca degli istanti perduti”, Gruppo Albatros Il Filo, 2021; “Amore e discordia”, L’Erudita, 2022; “Fiori da ponente”, Ed. Ensemble, 2024, “Ciò che tu già non sai, ciò che tu non mi comandi di dirti” Ed. Ensemble 2025.  Faccio parte di un collettivo di poesia che si chiama Il Vivaio del Verso e mi piacciono la fotografia, la pizza, la pasta col tonno, il vino rosso (non meno di 14 gradi) e la birra rossa. Mi piacciono anche altre cose. Sono Sagittario: ometto ma non mento.

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