La fertilità del male - ilRecensore.it
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LA FERTILITà DEL MALE DI AMARA LAKHOUS 

La fertilità del male: l’Algeria, la memoria e il tradimento degli ideali rivoluzionari

5 luglio 2018, festa dell’Indipendenza algerina. Il potentissimo Miloud Sabri, eroe della guerra di liberazione, viene trovato morto nella sua lussuosa villa di Orano. Un dettaglio attira l’attenzione del colonnello Karim Soltani, a capo dell’indagine: alla vittima è stato mozzato il naso.

La mutilazione parla da sé, perché è la stessa che usavano i membri del Fronte di Liberazione Nazionale per marchiare a vita i traditori. Il giallo dell’uccisione di Miloud proietta così Soltani nel passato torbido della Nazione, finché più di una verità a poco a poco non verrà a galla.

Con una prosa limpida che ritrae la realtà senza fare sconti, Amara Lakhous racconta una storia densissima di tradimenti personali consumati all’ombra di un tradimento più grande: quello degli ideali rivoluzionari, di un sogno collettivo sacrificato sull’altare dell’individualismo e della corruzione.

«Non serve riaprire vecchie ferite, signore.»
«Il passato è la chiave di tutto.»

Il passato, nei paesi che hanno conosciuto la guerra, non rimane mai davvero fermo. Cambia voce, si nasconde nelle celebrazioni ufficiali, nelle fotografie degli eroi appese ai muri, nelle omissioni tramandate in famiglia, nei silenzi che diventano abitudine nazionale. Ma continua a respirare sotto la superficie del presente, come brace sotto la cenere.

È precisamente lì che Amara Lakhous decide di tornare con La fertilità del male: dentro una memoria collettiva che l’Algeria non ha mai smesso di attraversare e dalla quale, forse, non è mai uscita davvero.

Il ritorno non è soltanto narrativo o politico. È anche linguistico. Dopo anni trascorsi dentro la lingua italiana e dentro quel registro ironico e brillante che aveva attraversato gran parte della sua narrativa, Lakhous sceglie di scrivere questo romanzo in arabo. Una scelta che somiglia quasi a una discesa nelle fondamenta della propria identità, nei luoghi più scomodi della memoria personale e nazionale.

E infatti La fertilità del male possiede qualcosa di diverso rispetto ai suoi romanzi precedenti: una tensione più cupa, più nervosa, più trattenuta. Il noir qui non è una semplice cornice di genere, ma il linguaggio naturale di una storia costruita tra massacri, tradimenti, potere e rimozione storica.

Lo racconta lui stesso: per narrare l’Algeria contemporanea, la leggerezza ironica non bastava più. Serviva il noir. Serviva un linguaggio capace di contenere massacri, sparizioni, tradimenti politici, terrorismo, paura, doppi giochi.

Noi algerini abbiamo vissuto dentro il noir senza aver mai davvero investito nel noir”, osserva Lakhous durante l’intervista.

E in effetti La fertilità del male nasce proprio da questa intuizione: usare il meccanismo dell’indagine criminale non soltanto per creare suspense, ma per interrogare la memoria collettiva di un’intera nazione.

Il romanzo si apre il 5 luglio 2018, giorno dell’Indipendenza algerina. Una data sacra, teoricamente dedicata alla celebrazione della liberazione dalla Francia. Ma l’atmosfera di festa viene squarciata dal ritrovamento del corpo di Miloud Sabri, ex eroe della guerra di liberazione, uomo potente, ambiguo, ormai immerso in affari oscuri e privilegi costruiti sul mito rivoluzionario.

Il dettaglio più inquietante è il naso mozzato.

Non è una mutilazione casuale. È un marchio politico. Durante la guerra d’indipendenza veniva inflitto ai traditori del Fronte di Liberazione Nazionale. Da quel momento il delitto smette di essere soltanto un omicidio e diventa una domanda storica.

A indagare è il colonnello Karim Soltani, figura interessantissima proprio perché lontana dal detective “eroico” tipico del giallo classico. Soltani appartiene all’antiterrorismo, si muove dentro un sistema opaco, sa che la verità non è mai innocente e che ogni scoperta rischia di destabilizzare equilibri di potere ancora vivi. È un uomo che osserva, interpreta, teme, media. Un uomo che conosce il prezzo della memoria.

Il passato che non passa mai” sembra essere il vero motore del romanzo.

Lakhous costruisce così un noir politico densissimo, dove l’indagine scava continuamente nel sottosuolo della storia algerina: la colonizzazione francese, la guerra di liberazione, il decennio nero degli anni Novanta, il terrorismo, le rivoluzioni tradite, la corruzione della classe dirigente nata proprio da quei movimenti che avrebbero dovuto garantire libertà e giustizia.

Ed è qui che il libro trova la sua forza più autentica.

Perché La fertilità del male non usa la storia come semplice sfondo esotico, ma come sistema nervoso della narrazione.

Il passato riverbera nel presente come un’onda lunga di dolore e rimozione. Ogni personaggio sembra vivere dentro un conflitto irrisolto tra ciò che è stato promesso e ciò che è diventato reale.

“Disse che finora non aveva avuto modo di provare la sua innocenza e riprendersi il proprio onore; c’era qualcuno che l’aveva tradito, ma ancora non era arrivato a capire chi, e quel che temeva era morire senza prima aver scoperto la verità.”

L’onore è probabilmente il vero centro nevralgico del romanzo. Un onore politico, personale, rivoluzionario, familiare.

Qualcosa che si intreccia continuamente all’amore, al tradimento, alla fedeltà verso un ideale o verso una memoria. In questo senso il libro parla dell’Algeria, ma anche di qualcosa di profondamente universale: cosa accade quando una rivoluzione conquista il potere? Quando gli eroi diventano classe dirigente? Quando la memoria collettiva si trasforma in propaganda?

Durante l’intervista, Lakhous risponde in modo lucidissimo a una domanda sul tradimento delle rivoluzioni: le rivoluzioni, dice, sono fatte da esseri umani. E gli esseri umani tradiscono, si combattono, si distruggono anche dopo essersi amati. Per questo le rivoluzioni possono trasformarsi in nuove forme di oppressione.

È una riflessione centrale dentro il romanzo.

L’Algeria che emerge da queste pagine è un paese che non ha ancora avuto il coraggio di toccare davvero le proprie ferite. E Lakhous insiste molto su questo punto: il rimosso storico non scompare, si incista. Diventa qualcosa di più pericoloso. Vale per l’Algeria, ma vale anche per l’Italia, per gli Stati Uniti, per tutte le società che preferiscono la retorica alla complessità.

Non a caso il libro dialoga apertamente con Leonardo Sciascia. Si avverte nella struttura investigativa, nella tensione morale, nel sospetto continuo verso il potere e verso le verità ufficiali. Ma dentro questo impianto mediterraneo e sciasciano, Lakhous inserisce la sua esperienza nomade, bilingue, stratificata.

L’identità, infatti, è uno dei temi più affascinanti dell’intero romanzo e dell’intervista stessa.

Lakhous rifiuta l’idea di identità come qualcosa di fisso, puro, compatto. Usa una metafora bellissima: ogni nuova lingua imparata aggiunge occhi nuovi sul mondo. Lui oggi, dice, guarda la realtà con sei occhi. Ed è probabilmente questo sguardo multiplo a rendere La fertilità del male così interessante: è un romanzo scritto da qualcuno che vive tra culture diverse e che sa quanto siano pericolose le semplificazioni identitarie.

Anche per questo il libro non offre mai personaggi completamente innocenti o completamente colpevoli. Tutti sembrano muoversi dentro zone grigie, compromessi, ambiguità morali.

E perfino le figure femminili, spesso straordinarie, partecipano a questa tensione tra emancipazione e repressione, modernità e tradizione.

Lo stile di Lakhous accompagna perfettamente questa materia narrativa: limpido, rapido, molto dialogico, quasi cinematografico. La scrittura scivola veloce anche quando affronta temi pesantissimi. Eppure sotto quella fluidità continua a pulsare qualcosa di nervoso, inquieto, irrisolto.

Forse è proprio questa la grande differenza rispetto ai suoi romanzi italiani.

Qui non c’è spazio per la leggerezza ironica. Qui c’è una memoria che pretende di essere guardata in faccia.

E alla fine resta addosso una sensazione precisa: il male diventa fertile quando una società smette di interrogare il proprio passato. Quando sceglie il silenzio invece della verità. Quando preferisce celebrare gli eroi invece di chiedersi cosa siano diventati.

La fertilità del male è allora molto più di un noir. È un romanzo politico, storico, identitario.

Un libro che usa il delitto per parlare della memoria, della paura, della manipolazione del potere e della difficoltà di costruire davvero una libertà collettiva.

E forse la domanda più inquietante che lascia al lettore è proprio questa: quante ferite storiche continuiamo ancora a chiamare passato solo perché abbiamo paura di riconoscerle nel presente?

Amara Lakous autore di La fertilità del male - ilRecensore.it

Nato in Algeria nel 1970, Amara Lakhous ha vissuto diciotto anni in Italia e dal 2014 risiede negli Stati Uniti, dove insegna nel Dipartimento di Italiano all’Università di Yale.

Scrittore bilingue in arabo e in italiano, con le Edizioni E/O ha pubblicato Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, tradotto in dieci lingue e adattato per il cinema nel 2010, Divorzio all’islamica a viale Marconi, Un pirata piccolo piccolo, Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario e La zingarata della verginella di Via Ormea.

Autore

  • Patrizia Picierro

    Socia fondatrice della Rivista ilRecensore.it
    SEO Content Creator, traduttrice, Blogger e firma di interviste e recensioni su vari siti letterari.

    Cresciuta a Goethe e cioccolata, ho trascorso gran parte della vita tra l’Italia, la Germania e la Francia, apolide nel Dna tanto quanto nel Pensiero.
    Gli studi classici prima e Scienze Politiche poi, hanno sviluppato il mio senso critico, sfociato poi nella mia vita da BookBlogger.
    Sono sempre in cerca della storia perfetta.
    In borsa porto Joyce e Jackson, le penne che compro in giro per il mondo e tanta passione.

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