Laboriose inezie: quando la recensione diventa letteratura e sfida il potere delle parole
SINOSSI
«Non v’è nulla di più futile della recensione» si legge nel risvolto, inequivocabilmente d’autore, della prima edizione di questo libro: e chi scrive, costretto a elaborare «idee piccole, tascabili, biodegradabili», è solo «il buffone del buffone».
Ma questa irridente autodenigrazione non deve ingannare il lettore: quando parla di «fatuità insolente», Manganelli allude alla sfrenata libertà della recensione, nella quale riconosce un vero e proprio genere letterario, che sembra destinato a scomparire. E quando dichiara che il suo estensore è il buffone del buffone, in realtà non fa che precisare la natura di tale genere: letteratura sulla letteratura, dove la recensione può finire per assumere la forma dell’oggetto di cui tratta.
Ogni libro per Manganelli è infatti «incarnazione di un numen», e non tollera definizioni didascaliche: è impossibile, per esempio, dire che cosa sia il Don Chisciotte, giacché l’opera, come un cristallo dalle innumerevoli facce, si rivela a ogni lettura «identica e diversa, insondabile». Si può tuttavia evocarne il segreto, così come si chiama un fantasma o un demone. E in questa arte divinatoria Manganelli si dimostra ineguagliabile.
RECENSIONE
È una bella scommessa fare una recensione su un libro di recensioni. Tale infatti è Laboriose inezie, che raccoglie recensioni degli anni ‘70 e ‘80 di Manganelli su diverse testate (Corriere della sera, La Stampa, L’Espresso, Europeo).
Della recensione, di quella che lui definisce arte divinatoria, Manganelli fu ed è un indiscusso maestro, riuscendo a far diventare laletteratura sulla letteratura un genere di uguale dignità ai romanzi cui si accosta. Ciò non risparmia a questa strana professione (il recensore) la consueta ironia di Manganelli:
«Il recensore prima di dissipare una promettente giovinezza nella sua oscura professione, è stato certamente un lettore libero e giocondo. Ha letto lunghi e difficili classici. Li ha meditati e riletti. I romanzi russi di milleduecento pagine erano il suo pane; romanzi tedeschi di seicento pagine colmi di pigri drammi interiori gli davano un bel colorito roseo. A quel tempo, il recensore era un uomo libero e fervido. Aveva l'impressione di avere delle idee. E se ora gli torna fra le mani uno di quei grandi libri, i libri con cui i professori mettono assieme le storie letterarie, si offre per recensirlo Ma ora il supplizio cambia: forse il recensore ha qualcosa da dire; ricorda i suoi fremiti non banali, e leggendo rintraccia schegge di quelle che tuttora gli sembrano idee. L'occhio gli brilla, si sente un uomo nuovo; ma nel mo mento di accingersi al suo compito congeniale egli si rammenta che gli spettano centocinquanta righe. [...] Bisogna avere idee piccole, tascabili, biodegradabili» (p. 106)
La prosa di Manganelli è colta, brillante, ma soprattutto illuminante. Si ha la mirabile impressione di vedere finalmente aspetti e tematiche finora rimaste in ombra, non comprese, in libri più o meno noti.
In Laboriose inezie, infatti, il recensore dal “colorito roseo” se ne va a spasso per la letteratura italiana, fra classici conclamati (anche recensire Dante e Marco Polo è un compito che non deve spaventare il recensore; perfino stroncare Foscolo e Pascoli) e autori meno noti, rimasti ai margini del canone italiano (Giovanni Sercambi, Anton Francesco Grazzini, Torquato Accetto, Lorenzo Magalotti, ed altri ancora).

L’unico faro che sembra illuminare la ricerca affannosa del valore letterario è che «i libri che non danno disagio sono libri disertati dagli dèi, sassi deceduti lungo il sentiero» (p. 24). Con questo intendimento, Manganelli scova il “disagio” anche in libri per l’infanzia (ma non esistono libri per l’infanzia, è «un genere assolutamente fantastico nella zoologia letteraria», p. 271) quali Gian Burrasca e Pinocchio. Su quest’ultimo, peraltro balzato ultimamente agli onori della cronaca “politica” per il suo presunto valore pedagogico basato sull’obbedienza, Manganelli ribalta la telelogia della trama, insistendo sul fatto che la trasformazione in bambino sia in effetti una “caduta” più che un premio. La condizione di burattino, infatti, gli conferisce dei privilegi e delle immunità proprio in quanto diverso, di natura “eternamente canagliesca”, quindi irriducibilmente ribelle.
La letteratura ha sempre commercio con l’oscurità della condizione umana, con ciò che è irriducibile all’Ordine; è mappa per esplorare labirinti e quindi per essenza “radicale contestazione del principe”.
Nelle pagine dedicate a Vittorio Alfieri emerge la potenza teoretica del Manganelli critico. Nell’analizzare Del principe e delle lettere, Giorgio Manganelli tratteggia il ruolo dello scrittore che è necessariamente il nemico del Capo, anzi, il Capo è di fronte allo scrittore uno sconfitto, perché il potere è radicato alla storia, mentre lo scrittore, proprio perché privo di potere, non conosce le vicende della storia e del tempo e non conosce morte.
La Tirannide si maschera dietro il culto della felicità, del bene pubblico, e Alfieri, proprio in quanto scrittore tragico, ricorda che l’eterno odio del potere nei confronti della letteratura
«questo vento che non si può uccidere e non si può comprare, altro non è che l'odio per la coscienza dell'ombra, il colloquio con le tenebre, il percorso notturno, giacché la tirannia è sì tenebre, ma non essendo letterata, con se stessa in quanto tenebre non sa parlare, né tollera che altri parli. E dunque il discorso sulla tirannia è parlar delle tenebre; e il libro Del principe e delle lettere mi sembra ora un affascinante, terribile documento della poetica alfieriana, del suo cerimoniale colloquio con la notte» (pp. 211/212).
Leggere Laboriose inezie è quindi rammemorazione del fatto che noi viviamo immersi nelle parole, e che quindi proprio perché non le catturiamo ma siamo da esse catturati, ogni libro porta con sé una «scheggia di destino».
Titolo: Laboriose inezie
Autore: Giorgio Manganelli
Editore: Adelphi
Genere: Recensioni – saggistica – critica letteraria
AUTORE

Giorgio Manganelli (Milano, 1922 – Roma, 1990) è stato uno dei più influenti e originali scrittori, critici e teorici della letteratura italiana del secondo Novecento.
Esponente di punta della Neoavanguardia e tra i fondatori del Gruppo 63, ha rivoluzionato l’idea di narrazione attraverso uno stile barocco, visionario e profondamente ironico.
Ha insegnato Letteratura inglese all’Università La Sapienza di Roma ed è stato un prolifico collaboratore di testate come il Corriere della Sera.


