L'amuleto - ilRecensore.it
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L’amuleto di Michael McDowell

L’amuleto: l’orrore si cela tra le carezze di una madre

Pine Cone, Alabama, 1965.

Dean Howell sta per essere inviato in Vietnam, quando un orribile incidente lo riduce a un vegetale. Da quel momento, la vita di sua moglie Sarah diventa un inferno: oltre al marito, dovrà occuparsi anche della suocera, Jo, una donna pretenziosa e crudele da cui sgorga inesauribile un fiume di odio per la sorte capitata al figlio.

Un giorno, Jo regala un amuleto a colui che ritiene il vero responsabile, e strani eventi si mettono in moto: una danza macabra di maledizioni e disgrazie, orrori e omicidi.

Man mano che il panico dilaga, Sarah dovrà affrontare una realtà impossibile. E mettere le mani sull’amuleto: prima che le morti diventino una strage, che la vendetta rada al suolo l’intera città.

«Nella campagna circostante e nella stessa Pine Cone, la rigidità morale regna sovrana.»

È una frase che contiene già tutto. Pine Cone, Alabama, poco più di duemila anime, una fabbrica di fucili che prospera grazie alla guerra del Vietnam, la provincia che vive di pettegolezzi e giudizi, quella rispettabilità esibita che nei romanzi di Michael McDowell nasconde sempre qualcosa di marcio.

La gente lavora, va in chiesa, si osserva dalle finestre. E aspetta. Aspetta che la disgrazia tocchi qualcun altro e ne L’Amuleto le disgrazie arrivano puntuali…

Dean Howell non arriverà mai in Vietnam. Durante un’esercitazione, uno dei fucili esplode e quello che torna a casa è un corpo immobile, una presenza bendata che respira appena. Sarah, sua moglie, continua a lavorare alla catena di montaggio della fabbrica e torna ogni sera in quella casa che sembra trattenere il caldo, gli odori e il rancore.

La aspettano un marito che non è più un marito e Jo Howell, madre di Dean, tiranna, subdola e impossibile da ignorare.

Jo me la sono immaginata quasi sempre seduta. Seduta a impartire ordini, seduta a coltivare odio, seduta accanto al figlio devastato. Una massa di carne, sudore e cattiveria. La sua presenza è fastidiosa quanto una mosca d’agosto che continua a sbattere contro i vetri.

Jo è cattiva. Ma la sua cattiveria sembra esercitata negli anni.

«Che brucino tutti all'inferno! Nemmeno l'inferno sarebbe caldo come meritano!»

Jo è convinta che qualcuno debba pagare. La guerra, la fabbrica, i dirigenti, Sarah stessa. Il dolore di una madre ha bisogno di un colpevole e quando non riesce a trovarne uno abbastanza grande, finisce per accusare il mondo intero.

«Jo Howell non è cattiva per sbaglio. È cattiva di proposito. È cattiva perché vuole essere cattiva.»

Eppure sarebbe troppo semplice liquidarla come un mostro. McDowell ama queste donne smisurate. Le osserva senza giudicarle.

Le lascia occupare lo spazio delle pagine con tutta la loro ingombrante umanità. Con Jo nasce una stirpe.

Katie arriverà dopo, ma qualcosa era già stato seminato. Le donne di McDowell sono recipienti cosmici delle colpe del consesso umano. Creature divoratrici, capaci di trascinarsi dietro generazioni di rancore, ma anche così memorabili da meritare un posto nell’olimpo dei personaggi che non si dimenticano.

Quando Jo consegna un vecchio ciondolo alla famiglia che ritiene responsabile della disgrazia di Dean, qualcosa comincia a muoversi.

Non c’è nessuna esplosione improvvisa. La vita continua. Le donne lavorano, i bambini giocano, gli allevatori badano ai maiali, la parrucchiera apre il negozio. Poi arrivano le prime morti. Assurde. Orribili. Grottesche. Una madre esasperata, una babysitter, una scrofa che si rivolta contro i propri padroni. Incidenti che sembrano partoriti da una fantasia senza freni.

«E tu pensi che avessero tutti quella collana addosso, quando sono morti, e che chiunque ce l'ha addosso muore?»

Più che un oggetto maledetto, l’amuleto sembra una lente d’ingrandimento. Non crea il male. Lo riconosce.

Lo nutre. Soffia su rabbie già esistenti, sulle umiliazioni, sulla fatica, sui desideri inconfessabili. Il male, in queste pagine, non cade dal cielo. Abita già le persone.

Sarah, che pure è uno dei pochi personaggi capaci di conservare un briciolo di lucidità, è stanca. La cura del marito la disgusta. Il suo corpo le provoca repulsione. Eppure continua. Lavora, pulisce, prepara purea di mele e carote, infila il cucchiaio in quella bocca nera che a volte nemmeno sa se la stia ascoltando.

Accanto a lei c’è Becca, forse uno dei personaggi più generosi di tutto il romanzo. Poche donne si salvano in questo spicchio di comunità rurale, dedita a produrre armi in nome di una muta promessa di sopravvivenza.

Il soprannaturale, nei libri di McDowell, non arriva mai con effetti speciali. Striscia. Come le vipere che infestano i campi dell’Alabama. È naturale come l’umidità che si attacca ai vestiti o il caldo che accelera la decomposizione delle cose. Quella terra fangosa, marcia per natura, sembra fatta apposta per ospitare fantasmi, malocchi e maledizioni.

«Era un posto eccitante in cui vivere, a condizione di essere uno spettatore e non la vittima.»

E Pine Cone osserva. Commenta. Amplifica. Il pettegolezzo corre più veloce della verità. Il razzismo è seduto a tavola e si traveste da buon senso.

«I bianchi non erano capaci di educare i bambini: pensavano che non bisognasse mai lasciarli piangere, ed erano disposti a tutto pur di consolarli.»

Dentro questa frase apparentemente laterale, gettata lì come una delle tante osservazioni feroci che attraversano il romanzo, c’è forse una delle intuizioni più amare di McDowell.

L’amore non basta a renderci migliori. Nemmeno quello di una madre. Perché sotto il sole feroce dell’Alabama, come sotto qualunque altro sole, non esistono santi. Esistono esseri umani. Fragili, egoisti, fallibili.

Forse è anche per questo che i suoi romanzi continuano a esercitare un fascino così potente. Nel nostro tempo, quello in cui tutto scorre alla velocità di uno schermo illuminato, la provincia di McDowell ferma la clessidra. Ci riporta nelle cucine troppo calde, nelle verande, nei terreni melmosi della comunità rurale americana, dove tutti sono esposti al giudizio degli altri e il male corrode gli animi molto prima delle case.

Nelle pagine di McDowell si sente il ruvido dei tessuti di tela grezza. Grattano i pensieri e coprono i cadaveri. Si avverte l’odore della terra bagnata, del sudore, della polvere e delle lenzuola che hanno trattenuto troppi giorni di sofferenza.

Abbiamo bisogno di questo tempo sospeso che ci restituisce e ci ricorda che tutto è relativo, corruttibile, marcescente. Che sotto il sole nessuno brilla davvero per bontà e onestà. Siamo tutti umani. Fallibili.

E anche le madri sanno essere cattive e perfide.

L’Amuleto non è il mio McDowell del cuore. Luna fredda su Babylon continua a occupare quel posto speciale che alcuni libri riescono a conquistarsi. Ma dentro questo esordio c’è già tutto.

La provincia che soffoca, l’umorismo nero, le donne monumentali, la violenza che irrompe all’improvviso e quella capacità tutta sua di raccontare l’orrore senza separarlo mai dalla vita quotidiana. Come se il male, alla fine, fosse soltanto un altro membro della famiglia.

AUTORE

Michael Mc Dowell autore di ktie e L'amuleto - ilRecensore.it

Michael McDowell è stato un autore e sceneggiatore statunitense. Si è laureato in inglese ad Harvard e ha conseguito un dottorato di ricerca a Brandeis. Ha lavorato come insegnante, critico teatrale e segretario.

È stato autore di più di venticinque romanzi e sceneggiature, tra cui quella del film Beetlejuice – Spiritello porcello.

La casa editrice Neri Pozza ha portato in Italia, a partire dal 2023, la saga gothic-horror di Blackwater, ambientata nella cittadina di Perdido sconvolta da una devastante alluvione. Tra gli altri titoli, Gli aghi d’oro (2024), Katie (2025) Luna fredda su Babylon

Autore

  • Patrizia Picierro

    Socia fondatrice della Rivista ilRecensore.it
    SEO Content Creator, traduttrice, Blogger e firma di interviste e recensioni su vari siti letterari.

    Cresciuta a Goethe e cioccolata, ho trascorso gran parte della vita tra l’Italia, la Germania e la Francia, apolide nel Dna tanto quanto nel Pensiero.
    Gli studi classici prima e Scienze Politiche poi, hanno sviluppato il mio senso critico, sfociato poi nella mia vita da BookBlogger.
    Sono sempre in cerca della storia perfetta.
    In borsa porto Joyce e Jackson, le penne che compro in giro per il mondo e tanta passione.

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