Le stelle del cane: una riflessione sul mito americano, la sopravvivenza e il fallimento della civiltà
Sinossi
Il mondo come lo conosciamo non esiste più: l’umanità è stata decimata da una febbre globale e fatale. Hig è uno dei pochi sopravvissuti. A bordo di un vecchio Cessna, un cane come copilota, presidia volando un pezzo d’America che una volta si chiamava Colorado, più deserto di quanto non sia mai stato ma incredibilmente bello nella sua selvaggia desolazione.
A terra lo aspetta il suo socio Bangley, che difende il loro territorio e le loro provviste sparando a vista su chiunque si avvicini. Hig no, lui non spara: lui è diverso. Nell’epidemia ha perso la moglie; non piange da anni; solo la pesca, la caccia, il ritrovato legame con la natura lo tengono in vita. E l’affetto per il cane Jasper, compagno silenzioso e sereno.
Ma nel mondo alla fine del mondo non ci sono certezze. Si può perdere in una notte anche il poco che si possiede. Solo il desiderio di volare salva Hig da se stesso e lo porta a scoprire dentro un canyon un Eden abitato da un vecchio e da sua figlia: allevano animali, coltivano un orto.
Un’oasi che accoglie Hig e lo consola. Eppure anche quel minuscolo paradiso corre rischi.
Recensione
Le stelle del cane è un libro anomalo che ripropone alcune tipiche ossessioni dell’America contemporanea in un modo così tautologico che spinge ad una riflessione.
La prima ossessione che balza agli occhi, e che trovo ricorrente nella narrativa americana contemporanea, è il crollo della civiltà.
Che ad innescare il collasso sia un virus sfuggito ad un laboratorio, una apocalisse zombie, l’istupidimento collettivo o un agente esterno più o meno alieno non cambia molto: la civiltà, che per gli americani sembra coincidere con l’American Way of Life, sembra ormai spacciata.
Ma questo stile di vita, se andiamo a vedere da vicino, coincide quasi sempre con l’immaginario della provincia americana degli anni cinquanta e sessanta che, florida in quel modo innocente e ingenuo tipico dell’adolescenza, manteneva le forme esteriori di un primato ideologico e sociale nei confronti del socialismo reale. E se il prezzo da pagare per questa esibizione di forza era il compromesso socialdemocratico che si è realizzato nel dopoguerra con l’estensione del New Deal, poco male: per fredda che fosse c’era una guerra, da vincere.
Ecco, se questa è l’idea che l’America ancora oggi, dopo la sospensione degli accordi di Bretton Woods e gli anni del Reaganismo, vuole avere di sé stessa, è evidente che debba confrontarsi con un fallimento. Quel mondo è scomparso e le distopie apocalittiche sembrano, più che spauracchi, appena più che traslitterazioni di un’attualità che, tra richiami alle ancelle e alla sorveglianza di massa, appare indistinguibile dagli incubi di Orwell, di Huxley o della Atwood.
Ciò che segue questo crollo della civiltà che coincideva col modello fordista-keynesiano è, quasi immancabilmente, una barbarie che gli autori statunitensi tendono a confondere con l’anarchia.
Gli istinti predatori, il male che alberga in tutti, nessuno escluso, nei romanzi apocalittici esce fuori in maniera inevitabile non appena il controllo sociale si indebolisce o scompare. Homo Homini Lupus sembra l’unica verità possibile.
Questa assenza di responsabilità personale, questa malattia morale richiama, a chi scrive, l’abitudine anglosassone di demandare all’alcol la responsabilità di alcuni comportamenti ludici.
Non sono io ad agire, ma il Mr. Hyde che è in tutti noi.
Il protagonista, Hig, è un poeta, un letterato, un lettore. Uno di noi. Un progressista, un idealista, un uomo innamorato della moglie e del proprio cane. Un brav’uomo, nella accezione ingenua, comoda e semplicistica che accompagna la definizione.
Un uomo che ama volare col suo aereo da turismo insieme al suo cane e che sa dimostrare, nelle vaie occasioni disseminate dall’autore, la giusta dose di sensibilità ed empatia.
Eppure, nel momento in cui tutto crolla, il protagonista è costretto ad accogliere l’indispensabile aiuto del più tossico dei maschi alfa: Bangley. Un survivalista che sembra preso di peso da un film anni ottanta con Chuck Norris. Un duro, ignorante, reazionario, omofobo, misogino, patriarcale guerrafondaio dal grilletto facile.
Nel libro non c’è, va detto, alcuna traccia di ironia né di condanna, perché la funzione di Bangley è quella di togliere di impiccio Hig quando il “brav’uomo” si trova nel dilemma morale di dover sparare ad un ragazzino la cui unica colpa è voler vivere, minacciando così, con la sua sola esistenza, il relativo benessere in cui i due vivono.
Ma Bangley spara solo quando è certo che Hig sia davvero pronto a farlo, e la purezza che questi si illude di conservare, dopo, è soltanto una ipocrisia taciuta in un patto di sopravvivenza reciproco.
"Per quanto arretrati sembriamo, è di noi che avete bisogno", sembra essere lo slogan dell'ultimo dei Maga, "Leggete pure poesie, ascoltate musica, fate le vostre cose da intellettuali, se volete, ma sappiate che la nostra spada è ciò che vi permette di farlo".
Niente, nella narrazione, mette mai davvero in crisi questo assunto.
La vera apocalisse non sembra tanto quella di un virus che distrugge le convenzioni sociali, quanto l’abbraccio che sembra unire in modo indissolubile due anime antitetiche dell’america contemporanea, costrette a scegliere se morire da sole o sopravvivere insieme in un abbrutimento morale che non risparmia nessuno.
L’unica speranza, in un romanzo disperato, sono gli scintillanti aerei di linea che alla fine del romanzo volano a quote che rendono impossibile qualsiasi comunicazione. Si può solo captarne conversazioni leggere in una lingua straniera, forse arabo. Risate, persino. Un mondo che è andato avanti, altrove, in altri modi, e che a quel continente perduto sembra ormai del tutto disinteressato.
TITOLO: LE STELLE DEL CANE
AUTORE: PETER HELLER
EDITORE: Rizzoli
GENERE: Narrativa straniera – Romanzo distopico
Autore
PETER HELLER è giornalista e scrittore di non fiction dedicata alla natura e alle esplorazioni.
Collabora con “National Geographic Adventure” e con riviste specializzate.
Vive a Denver, Colorado.
Le stelle del cane è il suo primo romanzo.



