I mostri dentro: Speciale Halloween
A fine Ottobre il mondo si riempie di un orrore addomesticato. Ci piace farci spaventare da ciò che possiamo chiudere a chiave dentro una storia: fantasmi, vampiri, case infestate, la violenza rumorosa di chi indossa una maschera. È una paura comoda, perché finita la pagina il buio torna innocuo.
Noi de ilRecensore.it quest’anno abbiamo scelto di fare un passo diverso, una deviazione verso l’interno. Abbiamo deciso di non consigliare un libro di genere horror, ma di compiere un atto di nuda sincerità: scoperchiare quel cassetto segreto dove la letteratura ha fatto breccia nelle loro difese, risvegliando un incubo reale, una fragilità taciuta o un trauma mai del tutto addormentato.
Leggendo i nostri contributi vi accorgerete che non c’è nulla di soprannaturale nella vera discesa agli inferi.

C’è il terrore del tempo che sbiadisce i ricordi di chi abbiamo amato; la paralisi fisica che confonde il sonno con la follia; il ribrezzo viscerale per l’alienazione di chi si sveglia insetto nel rifiuto della propria famiglia. C’è l’abisso spaventoso dei legami tossici, dove il bisogno d’amore di un figlio vaga nel vuoto; il desiderio narcotico di anestetizzarsi dal mondo.
E ancora la scopertura improvvisa di una ferocia sotterranea che avevamo dimenticato di possedere; la vertigine di sguardi animali che non cercano la nostra approvazione; il gelo distruttivo dell’indifferenza burocratica che cancella la dignità; fino al buio di stanze d’infanzia dove l’innocenza viene violata senza lasciare lividi visibili e ancora le ansie stritolanti di una madre in allerta.
Nessuno di questi libri è stato scritto per farvi fare un salto sulla sedia. Ma ciascuno di essi ha saputo parlare ai nostri demoni privati con la precisione spietata che solo la grande letteratura possiede.
Quelli che state per leggere non sono consigli di lettura. Sono le nostre confessioni.
La metamorfosi di Franz Kafka
Insetto. Grosso. Marrone. Forse una blatta… Con antenne, elitre, zampe pelose, microcefalo su un corpo
dall’esterno croccante e l’interno liquamoso.
Il mio mostro prende vita durante la mia infanzia a Barcellona, in un elegante appartamento infestato però dagli scarafaggi. Li trovavamo dappertutto, nei pensili di cucina, nella vasca da bagno, fra le lenzuola dei letti appena rifatti. A niente servivano insetticidi e disinfestazioni.
Quelli si ripresentavano dapprima coi loro cadaveri sparsi a giro dopo la mattanza, scricchiolanti sotto i piedi di mio padre che andava in avanscoperta, poi con lo spuntare di un paio di antenne dietro una tazza di latte la mattina o con la visione fugace di una macchia nera che si infilava nelle pantofole.
La mia avversione per questi mostri è diventata un ribrezzo ingestibile, una paranoia isterica che mi rende incontrollabile. E l’odore di marcio della mela in decomposizione conficcata nel dorso del povero Gregor a creare una repellente mistura tra la vista e l’olfatto che si unisce nei miei ricordi al suono dello scricchiolio delle blatte morte sotto le suole di cuoio delle scarpe.
La paura di vedere il proprio corpo trasformato in un orrore senza fine nella bestia più disgustosa del pianeta, non riconoscersi allo specchio, adattarsi progressivamente a una non-vita. E lo sgomento e la tristezza di vedersi piano piano esiliati, rinchiusi in una stanza da chi doveva essere la tua famiglia che invece ti ripudia, si vergogna e infine gioisce del tuo annichilimento. Come la mia esultanza rientrando a casa esitante dietro mio padre, contando gli scricchiolii delle sue scarpe.
by Silvia Chessa
Quel che resta dopo la foresta brucia di Michele Ruol
Ho conservato tante piccole cose di mia madre, una maglietta che trattiene ancora il suo odore, una fotografia che sembra guardarmi quando le passo davanti, un fazzoletto ricamato, persino il suo numero di cellulare nella rubrica, come un contatto che non ho più motivo di comporre, ma che non riesco a cancellare.
Non sono semplici ricordi, sono i reperti di un inventario intimo attraverso cui lei continua a essere presente nella mia quotidianità, un modo in cui continua, ostinatamente, ad abitare il mio presente.

A volte questi oggetti hanno il potere di farmi percepire, per un istante, che la distanza si accorcia; la paura che mi accompagna, però, è che il tempo finisca per sottrarre anche questa possibilità, che l’odore svanisca, che gli oggetti diventino silenziosi, che un giorno non riesca più a ritrovare, attraverso di loro, quella sensazione di vicinanza.
È esattamente lo smarrimento che attraversa “Quel che resta dopo la foresta brucia” di Michele Ruol.
Il romanzo trasforma l’elenco delle cose rimaste in un inventario doloroso e salvifico, mostrando la fragilità crudele di ciò che sopravvive alla distruzione, il modo in cui gli oggetti inanimati si caricano di un valore immenso.
È una strana contraddizione quella di desiderare che il dolore si attenui e, al contempo, temere che insieme ad esso si affievolisca il calore di chi non c’è più.
Forse il mio mostro non è la morte, ma il tempo che sbiadisce le tracce.
Non temo di dimenticare mia madre, temo piuttosto l’istante in cui la sua assenza diventerà definitiva, muta.
Il libro di Ruol ci ricorda che sono gli oggetti a sostenere il peso dell’irreparabile, per questo vorrei che quel numero in rubrica, quella maglia e quel nome impresso sul telefono non fossero soltanto reliquie del passato, ma un modo di aggrapparmi a ciò che resta prima che la foresta bruci del tutto.
by Paola Vicidomini
L’uomo verde di Kingsley Amis
Ti bloccano, non riesci a ribellarti. Suoni assordanti e non puoi tapparti le orecchie. Ti guardano, immagini lunghe nella penombra. Ti bloccano dalle caviglie e alzano le tue gambe senza che tu riesca a dire nulla. Sembra un incubo, ma eri sveglia.
Una notte ti afferrano, ti spingono al soffitto e ti fanno girare una, due, tre volte. Ed è lì, mentre combatti con quelle forze che ti disturbano il sonno, che scopri un modo per liberarti. Muoversi. Se ci riesco, se riesco a muovere almeno una falange, concentrando tutte le mie forze su quella piccola parte del mio corpo, andranno via. E funziona! Solo che poi loro tornano.
Se non conosci la paralisi del sonno e lo stato ipnagogico, queste esperienze ti potranno sembrare quasi un racconto dell’horror. Provai allora a parlarne, ma nessuno credeva fino in fondo alle mie parole. Era un incubo. No, ripetevo, ero sveglia e mi sono liberata muovendo un dito!
Però, crescendo e scoprendo il nome delle mie esperienze, queste manifestazioni notturne si sono attenuate. Ma credetemi, la paura è tanta.
Ogni tanto sento un ronzio o credo di cadere dal letto.
Qualche tempo fa mi sono ritrovata questo fenomeno tra le pagine de L’uomo verde di Kingsley Amis. Il protagonista soffre di stati ipnagogici. Inizia a vedere dei fantasmi e sembra dire: «Toh, sto peggiorando, vedo fantasmi anche da sveglio». Purtroppo i fantasmi ci sono veramente. E lui è sull’orlo della follia più lucida.
Sapete cos’è? Che chi soffre di queste manifestazioni si abitua così tanto che, anche se vedesse il male in persona, potrebbe pensare: «Mi basterà muovere un dito e sparirà!»
by Samanta Giambarresi
Ingannevole è il cuore sopra ogni altra cosa, di J. T. Leroy (pseudonimo di Laura Albert).
Scrive Tolstoj che tutte le famiglie felici si somigliano e che tutte le famiglie infelici lo sono invece ognuna a modo suo. Non so dire se sia vero, ché di famiglie felici non ho grande esperienza, credo però sia vero che la disgrazia porta in dote una qualche dose di originalità.
Eppure c’è una cosa in cui ogni famiglia infelice si somiglia, ed è che non lo è, quasi mai, totalmente.
Per quanto mostruoso sia un genitore, per quanto violento, incapace, dipendente, sadico, manipolatore possa dimostrarsi, non è mai sempre e solo questo, agli occhi di un figlio.
C’è, nei figli, una pervicacia disumana nel cercare, nel trovare talvolta persino inventandola, la scintilla di amore di cui hanno bisogno.
Una fame inesauribile.
Ed è nella distanza incolmabile tra questa esigenza e il nulla dall’altra parte, che per me regna l’orrore.
Scoprire che questa storia di abuso, tossicodipendenza, prostituzione, violenza, che questo vuoto incolmabile, questa ricerca spaventosa di amore lá dove amore non poteva esserci non fosse un’autobiografia ma una spericolata mossa di marketing fu, a suo tempo, un rabbioso sollievo.
Ma storie come questa, soltanto, ricordiamolo, ognuna leggermente diversa, riempiono ancora oggi ogni angolo segreto del mondo.
Questo, è l’orrore.
by Giovanni Jonvalli
Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfeg
Ti è mai capitato di sognare di cadere nel vuoto, per poi svegliarti di soprassalto, con le mani sudate e il cuore che batte a un ritmo folle?

Immagina adesso di cadere, senza svegliarti, in un abisso infinito, buio, riempito di una sostanza viscosa, tiepida e puzzolente, che ti avvolge mentre lentamente sprofondi e non c’è movimento, non c’è grido, non c’è mano tesa che possa salvarti. Perché quell’abisso è dentro di te. Questo è stato per me Il mio anno di riposo e oblio, di Ottessa Moshfeg: una protagonista bella, bionda, ricca, che vive in una New York immersa nell’ottimismo euforico di inizio millennio, e che non ha assolutamente voglia di niente che non sia la propria fine, almeno momentanea.
Quando tutto va male, resta solo la possibilità di ritirarsi dentro la propria testa, percepire del mondo qualche eco dolorosa e lontana, magari perdersi nei ricordi di un tempo andato, che felice non è mai stato.
Sperimentare l’anestesia, piuttosto che vivere, e, se si è fortunate, ricevere la grazia dei vuoti di memoria e della perdita del controllo, la possibilità di avere un corpo – macchina che si occupa a malapena della propria sopravvivenza, senza una mente che lo governi, che esperisca, che viva.
Un buon libro, uno buono davvero, non ha bisogno di una trama per spaventarti a morte: gli basta suggerirti che tutto ciò che ti serve per distruggerti lo hai già con te (anche se una psichiatra sufficientemente incapace e connivente può essere d’aiuto).
by Samira Shabana
Il cappotto di Nikolaj Gogol’
Caro lettore,
ci insegnano a temere l’oscurità, ma il buio più spaventoso io non l’ho trovato in un castello infestato, ma alla luce di una candela nella San Pietroburgo di Nikolaj Gogol’.
Il cappotto non è un racconto: è una lama affilata che attraversa la carne e va a scoperchiare un cassetto nascosto dell’anima, dove da sempre giace addormentata una delle mie paure più inspiegabili.
Non c’è sangue in queste pagine, ma una tristezza infinita che stordisce. Gogol usa una freddezza chirurgica, priva di arroganza o manierismo, tipica di quella maestria narrativa dell’Est che sa spalancare l’abisso con la leggerezza di un sospiro e ci dona una superba metafora della società che relega ai margini i suoi elementi più deboli e fragili.
Mi ha fatto male prendere coscienza di come l’indifferenza non sia un’assenza, ma un’arma di distruzione infida. C’è un orrore ricoperto di vergogna nel vedere un uomo ridotto a ingranaggio senza voce, un fantasma che cammina nella periferia dell’esistenza. Ma la vera devastazione, il punto in cui la mia difesa è crollata, è stata la colpa: il sospetto terribile di essere stata anch’io, anche solo per un attimo di distrazione, parte di quel meccanismo disumanizzante che regala agli altri il gelo della solitudine.
Sono stata travolta dalla spietata povertà di Akakij Akakievič. Quella cruda, viscerale, lontana da ogni idealizzazione romanzata: la miseria in cui persino un pezzo di stoffa per ripararsi dal freddo richiede di sacrificare il pane quotidiano, dove l’esistenza stessa ti viene negata se non esibisci uno status o una personalità riconoscibile. Il cappotto mi ha tolto le difese
Mi ha ricordato che il mostro più spaventoso non vive sotto il letto, ma nella nostra capacità di guardare un altro essere umano e non vederlo affatto.
by Patrizia Picierro
Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas
Mi sono sempre ritenuta una persona equilibrata, accomodante e disposta a mettersi sempre nei panni dell’altro per comprenderne (e forse giustificarne) comportamenti e reazioni. Non avrei mai immaginato quindi che, rileggere un super classico come Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas, facesse emergere in me una sete, una bramosia, un’esplosione di rabbia evidentemente mal repressa.
Vedere come negli anni Edmond Dantes, l’apparentemente ingenuo e giovane marinaio eroe ed al contempo villain del romanzo, impiega tutta la sua esistenza a concepire un diabolico quanto perfetto disegno di vendetta, ha fatto scaturire in me un’onda di acredine e volontà di castigo che non pensavo di possedere.
Ho trascorso i giorni successivi alla fine della lettura provando a pianificare almeno tre piani di vendetta nei confronti di altrettante persone, i cui comportamenti nei miei confronti ero convinta di aver metabolizzato e superato.
E invece, per qualche settimana, mi sono sentita quasi un’unica entità con Edmond, pallida e livida come lui, purtroppo senza le sue smodate ricchezze, ma pronta a elaborare dei cervellotici quanto improbabili disegni di nemesi; ho iniziato a predisporre schemi, elaborare strategie su come colpire chi aveva ferito me.
Volevo punire, far male, annientare, dissimulando il tutto dietro la mia solita gentilezza. Dopo qualche giorno, in cui non ho pensato ad altro, mi sono fermata di fronte ai miei deliranti appunti e ho realizzato (finalmente) che la storia – terrificante quanto bellissima – di Edmond non era la mia, e che nella vita ci saranno sempre persone che ci faranno del male ma l’occhio per occhio e dente per dente, non fa per me.
Sicuramente questa ferocia che ho sentito bruciarmi nel petto mi ha colpito, a momenti destabilizzato, ma alla fine mi ha fatto comprendere che, quando si pensa di aver superato razionalmente qualcosa, il nostro inconscio non la pensa esattamente come noi; e allora non si può far altro che guardare in faccia i nostri demoni e affrontarli, eliminando chi li ha provocati, ma non con la violenza bensì con l’arma migliore di sempre, l’affilata indifferenza.
by Francesca Vaselli
Dalla ferita a casa C. Scarpati

C’è un brivido quasi rassicurante nel sedersi con un libro in mano e la luce che guida gli occhi sulle pagine di un libro che ci fa paura…ma i mostri non sono quelli dell’orrore addomesticato che abita in quelle pagine, anche se ti attanagliano le emozioni alla storia e il respiro ti manca fino ai titoli di coda.
I mostri sono quelli che da quelle pagine ritrovano la voce, che si inerpicano in un labirinto invisibile di pensieri autodistruttivi, cesellati dentro famiglie in cui l’innocenza è capovolta, il sacro è violato, l’abbraccio desiderato è un corridoio che stringe fino a togliere il fiato.
L’orrore è la stanza colorata di una bambina la cui luce è una minaccia da estirpare rubandole l’anima un pezzo alla volta, senza neanche un livido visibile da poter curare.
by Alessandra Panzini
Hitchcock – Uccelli
Poesiola

È lì, nei volatili, che la mia paura ha le radici. Non nel buio
Eppure, guardarli è un esercizio di superiorità e di potenza
Il corvo ne è il simbolo, un interlocutore
Ha un’intelligenza che non ci appartiene
Non finge di cercare la mia approvazione
Mi guarda con quell’occhio fisso
Senza ostilità e senza dolcezza
E in quello sguardo non c’è nessun invito a essere compresi
La mia ammirazione sta nella sua libertà di non doversi giustificare
Temo ciò che ammiro, e ammiro ciò che temo.
Forse non è una contraddizione
Ma l’unica posizione possibile
Davanti a ciò che non possiamo possedere
Di sottofondo una scala pentafonica.
by Nicoletta Tani
Tutta la vita che resta di Roberta Recchia
Ore 3.36. Mi sveglio di soprassalto.
Il mio pensiero va subito a mia figlia, 15 anni, che stasera è uscita con le amiche per Halloween e poi dorme fuori.
Controllo subito il cellulare e guardo dove mi dà la sua localizzazione. È a casa dell’amica.

Tiro un sospiro di sollievo.
Sono tentata di scriverle per sapere se va tutto bene (perché immagino che sia ancora sveglia!), ma resisto e mi rimetto a dormire. Ora sono più tranquilla.
Ormai da quando ha iniziato a uscire alla sera, non sono serena fin quando non ho la certezza che sia tutto a posto.
Non oso immaginare come sarebbe la mia vita se dovesse succederle qualcosa (e di immagini, in realtà, me ne faccio tante!).
Non oso immaginare come sarebbe il resto della mia vita…questa è la mia paura più grande.
E quando ho letto il romanzo Tutta la vita che resta di Roberta Recchia mi sono immedesimata perfettamente nella madre di una delle protagoniste, lei sì che ha dovuto affrontare tutta la vita che resta, senza una figlia. Che vita sarebbe?
Ore 10.30 del mattino, scrivo a mia figlia per sapere se è sveglia e se va tutto bene. Tutto è a posto.
by Tiziana Ricci






