Effetto proust: 14 - la parte dei Guermantes - ilRecensore.it
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Effetto Proust: 14 – La parte dei Guermantes

La parte dei Guermantes

«Il pigolìo mattutino degli uccelli sembrava insipido a Françoise. La minima parola pronunciata dalle “donne” la faceva sussultare; disturbata da ogni loro passo, se ne chiedeva il perché: avevamo traslocato1».

Inizia così il terzo volume della Recherche: Le Côté de Guermantes, in Italia tradotto o semplicemente I Guermantes (Mario Bonfantini per Einaudi, Maria Teresa Nessi Somaini per Rizzoli),   o La parte dei Guermantes (nella nostra traduzione di riferimento, quella di Giovanni Raboni per Mondadori e in quella di Luca Salvatore per Feltrinelli).

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Spesso la vulgata racconta Proust come il cantore della mondanità, e le sue pagine come luogo lussureggiante di vanitose duchesse, baroni annoiati e parvenu in cerca di affermazione.

Una rappresentazione estremamente banalizzante del capolavoro proustiano; tuttavia, se proprio dovessimo dare voce a questi luoghi comuni, essi potrebbero benissimo abitare nel terzo volume.

Le Côté de Guermantes segna il definitivo ingresso (e anche il desiderio di affermarsi) del narratore nell’alta società, fra le scintillanti luci del Faubourg Saint-Germain, i cui indiscussi protagonisti sono i Guermantes.

Il nome Guermantes evoca in Marcel la sua infanzia, gli arazzi della chiesa, l’immagine di Geneviève de Brabante nella lanterna magica. E, naturalmente, uno dei due sentieri di Combray. I Guermantes sono la stirpe olimpica della Recherche, come gli dei essi nei primi due volumi dell’opera non intrattengono rapporti con gli umani.

In questo volume, invece, essi fanno irruzione nella storia e Marcel diviene il cantore della loro mitologia, a cominciare dal loro complesso albero genealogico, che ogni lettore proustiano DOC deve imparare a padroneggiare.

I Guermantes sono una specie ornitologica, per il loro naso curvo, gli occhi acuti, le labbra sottili, la pelle fine paiono discesi da un legame fra una dea ed un uccello. I Guermantes hanno i capelli dorati, come se avessero assorbito i raggi del sole (lo abbiamo visto a proposito della descrizione di Saint-Loup nel secondo volume) hanno gli occhi verde mare, il corpo flessuoso. Come gli dei abbagliano con il loro fulgore.

All’Opéra, mentre Marcel siede  in platea, in basso, insieme agli uomini, mentre Oriane de Guermantes in un palchetto, che è quasi un acropoli, dall’alto guarda i “mortali”. 

«Simile a una dea suprema che presiede da lontano ai giochi delle divinità inferiori, la principessa era volutamente rimasta un po' sul fondo, su un divanetto laterale, rosso come uno scoglio di corallo, accanto a una vasta riverberazione vitrea che era probabilmente uno specchio e faceva pensare alla sezione perpendicolare, liquida e oscura praticata da un raggio di luce nel cristallo abbagliato delle acque. Piuma e insieme corolla, al pari di certe efflorescenze marine, un grande fiore bianco, lanuginoso come un'ala, scendeva dalla fronte lungo una guancia della principessa, assecondandone la curva con morbidezza carezzevole2». 

Oriane de Guermantes è il trono legittimo della bellezza.

Marcel Proust - Alla ricerca del tempo perduto - la parte dei Guermantes - ilRecensore.it

La prima volta era apparsa nella Recherche con il nome di principessa des Laumes, la sua capigliatura aveva a tal punto colpito Swann, che la definì la “principessa-cinciallegra”. Ciò che incarna Oriane non è solo la somma eleganza, lo stile, l’altera bellezza, ma la sua vera forza è la conversazione: insolente e brillante, capricciosa, narcisista, irresistibile.

L’avevamo rivista nella chiesa di Combray, ma è a Parigi che il suo fascino radioso trova la massima espressione. Nella prima parte del volume, Marcel sarò innamorato di lei, passeggerà costantemente nella via del suo palazzo per incontrarla, chiederà l’intercessione di Saint-Loup per conoscerla.Marcel entra nel mondo Guermantes perché la sua famiglia cambia casa e va a vivere in un’ala di palazzo Guermantes.

Nelle prime pagine ci confrontiamo con lo spaesamento per il trasloco del narratore e di Françoise, che ben presto potrà però applicare le sue indubitabili attitudini di pettegola con gli altri domestici del quartiere e del palazzo. Pian piano il mondo Guermantes, prima ombroso e misterioso, quasi invisibile, si schiude. È il trionfo della mondanità, prima nel salotto di madame de Villeparisis e poi nella cena dai Guermantes.

Questi due incontri mondani occupano moltissime pagine e la resa del complicato cerimoniale del Faubourg Saint-Germain viene affidata ai dialoghi, talmente fitti e realistici da apparire quasi registrazioni sul campo. Ci mettiamo in ascolto della frivolezza delle voci, della vacuità delle convenzioni e dell’inutilità di un mondo che rappresenta se stesso come se la vita intera non fosse altro che uno spettacolo teatrale.

Il padrone assoluto di questa teatralità ostentata, nel volto e nella voce, il più grande produttore di segni è il Barone de Charlus, uno dei personaggi più monumentali venuti fuori dalla penna di Marcel Proust.

Nella mondanità dell’alta società tutto è un segno da interpretare: un saluto o un non saluto del duca, le gaffe di Bloch, il luogo in cui si sistemano i cappelli, la sedia che Charlus sceglie per sedersi, l’inclinazione della testa di Oriane.

Le soirée descritte da Proust sono un bosco di segni che rimandano solo a se stessi, ma del cui formalismo la duchessa di Guermantes è assoluta padrona.


1 Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, volume secondo, trad. di Giovanni Raboni, Mondadori, Meridiani, Milano 2006, p. 5.

2 Ivi, p. 44.

Autore

  • Deborah Donato

    Laureata in filosofia, ha pubblicato testi su Wittgenstein, la cultura viennese di inizio Novecento, e ha tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Appassionata di letteratura russa e fanatica proustiana, è attualmente insegnante, critica e lettrice accanita.

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