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Effetto Proust: I biancospini

I BIANCOSPINI

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Nel maggio del 1935 Robert Proust condusse gli amici di Marcel ad Illiers per mostrar loro la siepe dei biancospini tanto amata dal fratello e che ha ispirato meravigliose pagine in Dalla parte di Swann. Da allora, la Société des Amis de Marcel Proust et des Amis de Combray organizza ogni anno a maggio la “giornata dei biancospini”. In attesa di unirci a questo pellegrinaggio odoroso, domandiamoci intanto perché questo fiore così delicato eppure longevo, che fiorisce da marzo a giugno, è diventato uno dei simboli più affascinanti della Recherche.

Come ogni cosa importante, anche i biancospini appaiono a Combray. La prima volta il Narratore li vede sull’altare della chiesa di Saint-Hilaire nelle celebrazioni del “mese di Maria” (e non è casuale che la loro epifania avvenga in un luogo sacro, in un momento dedicato al candore e alla Madre). 

«È nel mese di Maria che ricordo di aver cominciato ad amare i biancospini. Presenti non solo nella chiesa - così santa, ma nella quale avevamo diritto di entrare - posati persino sull’altare, inseparabili dai misteri alla cui celebrazione prendevano parte, essi insinuavano tra candelieri e vasi consacrati i loro rami che si tendevano, ciascuno connesso orizzontalmente all’altro, in un assetto festoso, resi ancor più sontuosi dai festoni del loro fogliame sul quale erano sparsi a profusione, come su uno strascico nuziale, mazzolini di boccioli d’un candore abbagliante» 

I biancospini partecipano da subito al mistero del sacro e dell’amore.

Non solo perché sono sparsi sull’altare come su uno strascico nuziale, ma perché la loro fioritura  viene poco dopo associata al «volgere di testa rapido e sventato, con sguardo civettuolo, con affilate pupille, di una bianca fanciulla distratta e viva». I biancospini, come scrisse Citati, sono «la suprema incarnazione dell’eterno femminino di Proust». Essi rappresentano la devozione e la civetteria, il cnadore e la sensualità, la grazia e il profumo. 

La seconda apparizione dei biancospini, infatti, è legata al primo amore narrato nella Recherche, quello del Narratore per Gilberte, Mademoiselle Swann.  Prima di apparire come presenza, lei si dà come assenza. Nel sentiero per Tansonville, Marcel, scorge un cestino abbandonato accanto a una canna da pesca, il cui sughero galleggiava sull’acqua. Quegli oggetti rimandano alla vicinanza di Mademoiselle Swann, ancora ignota, solo vagheggiata come nome dal Narratore. Mentre Marcel corre verso il padre e il nonno che lo chiamano, lungo un viottolo che costeggia la casa di Swann, viene sopraggiunto dall’odore dei biancospini. 

«Ma avevo un bel sostare davanti ai biancospini a respirare, a fissare nel mio pensiero, incerto su che farne, a perdere, a ritrovare il loro profumo saldo e invisibile, a unirmi al ritmo che lanciava qua e là i loro fiori, con giovanile allegrezza e a intervalli inat tesi come certi intervalli musicali: era sempre lo stesso fascino che essi mi offrivano, con inesauribile profusione ma senza lasciarmelo approfondire più di tanto, come quelle melodie che si possono suonare cento volte di seguito senza scendendere più addentro nel loro segreto» 

Al pari dell’amore, il fascino dei biancospini è inesauribile, mai colmato da nessuna interpretazione.

Prima di vedere Gilberte, Marcel scorge, su indicazione del nonno, un biancospino speciale, rosa, che gli pare «agghindato a festa». Attraverso la siepe, Marcel scorge una ragazzina, la cui sua celebre descrizione la immortalerà come colei che aveva gli occhi così neri da farlo innamorare per i suoi occhi azzurri

«Tutt’a un tratto mi fermai,  fui incapace di nuovermi, come succede quando una visione non si indirizza solo al nostro gsuardo ma sollecita percezioni più profonde e s’impadronisce del nostro essere nelle sua interezza. Una ragazzina d’un biondo rossiccio, che aveva l’aria di tornare da una passeggiata e reggeva in mano una vanga da giardiniere, ci guardava alzando il suo viso cosparso di efelidi rosa. I suoi occhi neri brillavano, e poiché allora non sapevo, né l’ho imparato in seguito, ridurre ai puri elementi oggettivi una forte impressione, non avendo abbastanza di’osservazione” per isolare la nozione del loro colore, per molto tempo, ogni volta che ripensavo a lei, il ricordo del loro sfavillio mi si presentò senz’altro come quello di un vivido azzurro, dal momento che i suoi capelli erano biondi: al punto che, forse, se non avesse avuto degli occhi così neri [...] non mi sarei particolarmente innamorato, come mi innamorai, di quei suoi occhi azzurri» 

I biancospini preannunciano con il loro profumo prima e con il loro colore dopo, la vera visione dell’amore, quella di «quello sguardo che non è soltanto il portavoce degli occhi, ma la finestra dalla quale si scorgono tutti i sensi, ansiosi e impietriti, quello sguardo che vorrebbe toccare, catturare, portar via il corpo che guarda e insieme la sua anima». Questo incontro si svolge in una “chiesa” più ampia, ma altrettanto sacra: quella della Natura. Le siepi dei biancospini formano, così le descrive Proust, una serie di cappelle, i fiori sembrano ammucchiati su repositorio, il sole che filtra tra i rami sembra quello che attraversa una vetrata. Il momento presente dell’apparizione di Gilberte è già legato alla memoria del primo incontro dei biancospini. 

A queste siepi, il piccolo Marcel andrà a dire addio, quando i genitori a fine estate gli comunicano la data del ritorno a Parigi. La madre, dopo averlo cercato dappertutto, lo trovò in lacrime in un ripido sentiero a Tansonville, che diceva addio ai biancospini, circondando con le braccia i loro ispidi rami e dicendo loro:

« “Miei poveri piccoli biancospini, dicevo piangendo, non siete certo voi a volermi fare del male, a costringermi a partire. Voi, voi non mi avete mai fatto soffrire! Per questo vi amerò sempre”.  E, asciugandomi le lacrime, promettevo loro che da grande non avrei imitato la vita insensata degli altri uomini, e anche a Parigi, nei giorni di primavera, invece di recarmi a far visite e ad ascoltare sciocchezze, sarei andato in campagna a vedere i primi biancospini»

La promessa che il piccolo Marcel fa a se stesso è di non diventare come gli adulti, come coloro che hanno dimenticato il profumo dei biancospini, ossia il sacro nella Natura e la visione dell’amore.

Credo che si possa senza alcun dubbio affermare che una delle magie di Proust sia proprio quello di avere preservato intatto lo sguardo pieno di stupore del bambino, la sua capacità di cogliere i nessi nascosti delle cose, il loro legame con l’invisibile. Il Narratore adulto, poche pagine dopo, rimembrando le due strade, quelle di Swann e quella dei Guermantes, dirà che percorrendo quelle strade lui credeva alle cose, agli esseri e per questo solo quelle cose e quegli esseri, conosciute e viste ai tempi dell’infanzia, sono gli unici che lui, da adulto, prende sul serio e gli unici che gli danno gioia. 

«O perché la fede che crea si è inaridita in me, o perché la realtà non si forma che nella memoria, i fiori che qualcuno mi mostra oggi per la prima volta non mi sembrano fiori veri»

«I veri biancospini sono i biancospini del passato» dice Merlau-Ponty nel saggio Il visibile e l’invisibile. La realtà non si forma che nella memoria, questo è il senso del viaggio della Recherche.

I biancospini, quindi, trattengono l’essenza di un passato che appartiene a un tempo mitico, al tempo prima del tempo, a quell’eterno cui tutta la Recherche tende. 

Autore

  • Deborah Donato

    Laureata in filosofia, ha pubblicato testi su Wittgenstein, la cultura viennese di inizio Novecento, e ha tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Appassionata di letteratura russa e fanatica proustiana, è attualmente insegnante, critica e lettrice accanita.

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