I vedovi - Conversazioni su carta - ilRecensore.it
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I vedovi di Boileau e Narcejac: paranoia servita con ghiaccio e assenzio

I vedovi e due lettori pensierosi: una conversazione a Parigi

Il bicchiere resta intatto più del previsto. Il ghiaccio si scioglie lentamente, come se anche il tempo avesse deciso di adeguarsi al ritmo del libro. Siamo in una strada laterale di Parigi, una di quelle che non cercano di farsi ricordare e forse proprio per questo restano addosso.

I vedovi è lì, sul tavolino, con quella copertina Adelphi che promette sempre qualcosa di più di quello che sembra, le pagine solcate dalla matita e da ore gocciolate via.

Non serve cominciare dalla trama. Nessuno dei due ne ha voglia.

«La scrittura mi ha disorientata subito», dice Patrizia. «Mi ha ricordato certi autori che lavorano sullo straniamento, come Maugham. Arrivi a un punto in cui non sai più se quello che stai leggendo è reale, immaginato, sognato. E quella sensazione non ti abbandona mai».

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Luca annuisce. Anche lui è rimasto incastrato lì, in quel territorio ambiguo dove la narrazione non offre appigli.

«E pensare che è scritto da due persone», risponde. «Io mi aspettavo uno scarto, un cambio di ritmo. Invece niente. È come se fosse stato scritto da una sola mente. Ed è inquietante anche questo».

È una scrittura compatta, asciutta, fatta di frasi brevi, senza concessioni. Un ritmo che non rallenta mai davvero, anche quando sembra farlo. Boileau e Narcejac costruiscono un romanzo che non punta sull’azione, ma sulla pressione. Una pressione costante, mentale, che si accumula pagina dopo pagina.

«All’inizio pensavo: quando arriva il momento?», continua Patrizia « Poi capisci che il momento non è un’illuminazione, è una lenta immersione. E quando te ne rendi conto sei già troppo dentro».

Patrizia muove appena la mano, come a interrompere un pensiero. In quel gesto minimo c’è tutto: il disagio, la resa, la consapevolezza di essere stata portata dove non voleva andare.

«Io a un certo punto mi sono sentito male», ammette Luca «Perché mi sono riconosciuto in alcuni pensieri del protagonista. Ed è una cosa che ti fa quasi vergognare. Perché capisci che non stai leggendo un mostro, stai leggendo un uomo. Un uomo qualunque».

Ed è qui che I vedovi smette di essere semplicemente un romanzo noir. Diventa qualcosa di più scomodo. Il protagonista vive una relazione apparentemente normale. Nessun segnale evidente. Tutto accade nella sua testa. La compagna non sospetta nulla. E questo rende tutto ancora più disturbante.

«Per un po’ ho pensato che fosse metanarrativa, un libro dentro il libro», dice Patrizia. «Che lui stesse scrivendo, immaginando. Quando poi capisci che no, che l’ha fatto davvero, è peggio. Perché devi accettare che un uomo può arrivare lì».

Luca si piega appena in avanti, le mani chiuse l’una nell’altra: un gesto che tradisce le ferite invisibili di una storia entrata troppo a fondo.

«E la cosa più inquietante è che non ha rimorsi. L’omicidio non lo turba. Lo turba solo lei. Il possesso. L’idea di avere ragione. Esiste solo lui, e tutto il resto è funzionale a questo».

I vedovi funziona così: non ti prende per mano, ti prende allo stomaco.

La scrittura è asciutta, chirurgica, composta da frasi che sembrano coltellate ripetute. Non c’è il flusso di coscienza, non c’è l’azione spettacolare. C’è la paranoia. E basta.

Non ci sono grandi eventi, eppure il lettore non riesce a smettere. Ogni frase è breve, secca.

«È come se la scrittura stessa fosse violenta», osserva Patrizia. «Quelle frasi così corte, così veloci. Non ti lasciano spazio. È angosciante».

E fino alla fine, entrambi lo sanno, il lettore continua ad aspettarsi un ribaltamento. Un sogno, un inganno, una menzogna. Invece no. Alla fine sei costretto a rileggere tutto sapendo che il protagonista è semplicemente malato. E che la sua malattia non ha nulla di spettacolare.

«Gli autori giocano tantissimo sull’ambiguità tra verità e menzogna», dice Luca. «La ripetono apposta. Ti lasciano delle briciole, ma non per farti orientare. Per farti perdere».

È come una scatola cinese che implode continuamente in se stessa. E quando pensi di aver capito, si apre un altro livello. Ma la cosa più spaventosa è un’altra: i pensieri che muovono tutto sono banali. Gelosia. Paura del tradimento. Bisogno di controllo.

«Il problema è il limite», dice Luca. «Tra il pensare e il fare. In questo libro quel limite sembra sottilissimo. Ed è questo che lo rende così attuale e morbosamente inquetante».

Patrizia annuisce.

«Oggi durerebbe dieci pagine. Con i social, con il controllo costante. Un profilo falso, un messaggio, una prova costruita. Fine».

Il bicchiere suda lentamente sul tavolino di ferro battuto. È uno di quei bar che sembrano esistere da sempre, in una traversa di Saint-Germain-des-Prés, dove l’aria si fa essenza in piccole e brillanti molecole di sole ormai tramontato. L’aria sa di agrumi, fumo lontano e libri buttati su letti tiepidi. Il libro resta sul tavolo, come se avesse ancora qualcosa da dire.

«È come Lolita», conclude Patrizia. «Esci dalla lettura con una sensazione addosso che non ti piace. Perché hai capito. E non volevi capire».

I vedovi non offre consolazione. Non spiega. Non assolve.
Fa qualcosa di più rischioso: costringe il lettore a guardare dentro una mente che potrebbe non essere così lontana dalla propria.
Ed è per questo che, una volta chiuso, non ti lascia andare. 

Parigi è ancora lì. Ma tu sei leggermente diverso.



Autori

  • Patrizia Picierro

    Socia fondatrice della Rivista ilRecensore.it
    SEO Content Creator, traduttrice, Blogger e firma di interviste e recensioni su vari siti letterari.

    Cresciuta a Goethe e cioccolata, ho trascorso gran parte della vita tra l’Italia, la Germania e la Francia, apolide nel Dna tanto quanto nel Pensiero.
    Gli studi classici prima e Scienze Politiche poi, hanno sviluppato il mio senso critico, sfociato poi nella mia vita da BookBlogger.
    Sono sempre in cerca della storia perfetta.
    In borsa porto Joyce e Jackson, le penne che compro in giro per il mondo e tanta passione.

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  • Luca de Vincentiis

    Sono Luca de Vincentiis, con la “d” minuscola (perché secondo il nonno paterno s’ha da scrivere così) e due sono le benedette “ii” alla fine del cognome. Nato a Sanremo, città dei fiori, della musica, di mare e dal meraviglioso clima. Sono felicemente libraio e genitore di quattro libri di poesia: “Alla ricerca degli istanti perduti”, Gruppo Albatros Il Filo, 2021; “Amore e discordia”, L’Erudita, 2022; “Fiori da ponente”, Ed. Ensemble, 2024, “Ciò che tu già non sai, ciò che tu non mi comandi di dirti” Ed. Ensemble 2025.  Faccio parte di un collettivo di poesia che si chiama Il Vivaio del Verso e mi piacciono la fotografia, la pizza, la pasta col tonno, il vino rosso (non meno di 14 gradi) e la birra rossa. Mi piacciono anche altre cose. Sono Sagittario: ometto ma non mento.

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