Il dilemma di Eva - ilRecensore.it
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IL DILEMMA DI EVA di Elisa Hoven

Il dilemma di Eva: la coscienza dopo il verdetto

Eva Herbergen è avvocata penalista di lungo corso e forte vocazione.

Lei sa, più di chiunque altro, che ogni atto criminale ha una storia. E questa storia racconta di esistenze infernali che hanno cancellato la differenza tra bene e male, oppure di fatali decisioni prese in momenti bui, attimi irreversibili che creano una faglia tra ciò che è stato e ciò che non sarà più.

La scrittrice di successo, la matrigna oberata, il milionario manipolatore, il reclutatore di bambini soldato, il cannibale mite: innocenti o colpevoli, tutti i clienti dell’avvocata Herbergen trovano in lei la miglior difesa, la certezza della più lieve tra le pene possibili, ma soprattutto la tenacia di chi vuole conoscere la persona dietro il reato che ha commesso.

Non possono immaginare che quella donna, così salda e rassicurante, sappia, con ogni più intima fibra del suo essere, che cosa significhi svoltare quell’angolo buio, convivere con fantasmi e colpe che chiedono riparazione.

Il dilemma di Eva non è il resoconto di una carriera forense: è il punto in cui una coscienza smette di reggere ciò che ha sempre saputo.

Il conflitto non è tra bene e male, ma tra ciò che si fa e ciò che si è disposti a riconoscere di aver fatto.

La toga, per chi la indossa senza autoinganni, non nobilita: funziona. È uno strumento che consente di trasformare fatti brutali in argomentazioni accettabili. Il richiamo al diritto alla difesa è corretto, ma insufficiente. Spiega perché il sistema esiste, non perché qualcuno scelga ogni giorno di abitarlo da quella posizione.

Sotto c’è altro: non una vocazione astratta, ma un interesse concreto per ciò che devia, eccede, rompe. Il penalista lavora lì. Non si limita a “capire”: costruisce una narrazione che tenga in aula. Questa non è solo tecnica, è una forma controllata di vicinanza al male e alla sua fascinazione.

Eva fa esattamente questo. Usa il contesto, costruisce la storia del colpevole, sa quali elementi rendono un fatto più leggibile, più difendibile, e la Hoven descrive la forma mentis di Eva in modo intelligente, ed eccellente.

La prassi è restituita con lucidità. Ma proprio qui emerge un punto critico: spiegare il crimine attraverso il contesto rischia di diventare un modo per neutralizzare chi lo ha commesso, una sorta di “disprezzo” verso il colpevole, privandolo della sua libertà di scelta.

Se tutto è spiegabile, la scelta individuale si dissolve e con essa una parte della responsabilità. Il buon penalista lo sa e, proprio per questo, difende comunque ma sapendo perfettamente chi ha davanti.

I clienti di Eva non sono casuali. Non è una rassegna neutra di casi: è una traiettoria. Non il reato ordinario, ma quello che mette a disagio, che espone, che costringe a spingersi più in là nella costruzione difensiva. 

Il nodo, allora, non è istituzionale, è individuale. Scegliere il diritto penale, a questo livello, non è solo aderire a un principio nobile: è decidere di lavorare stabilmente a contatto con ciò che la norma deve contenere. Il garantismo è il presupposto, semplicemente un nobile inizio.

Il fatto che le iniziali di Eva coincidano con quelle di Elisa Hoven non prova nulla, ma non è irrilevante. Introduce almeno il sospetto che il libro non sia solo costruzione narrativa, ma anche una forma di verifica interna: fino a dove si può arrivare senza incrinarsi.

Eva Herbergen, dopo trent’anni di esercizio, rinuncia alla professione. Il romanzo si apre con questa resa, che non è la sconfitta di un caso né la stanchezza fisica di una carriera lunga. È il cedimento di una coscienza che ha retto troppo a lungo. I rimorsi di Eva non riguardano gli errori. Riguardano i risultati. Non è il caso perso a pesare, ma quello vinto con piena consapevolezza.

La lettera che tiene in mano non è una risoluzione. Davanti a lei non c’è un teschio shakespeariano, ma una domanda: si può abitare l’oscurità senza esserne colonizzati?

La risposta della Hoven è implicita nella scelta finale: no. Non perché il sistema sia sbagliato, né perché la difesa dei colpevoli sia ingiusta, ma perché, per alcuni, la consapevolezza accumulata alla fine pesa.

Eppure, il ritiro, visto in prospettiva critica, è l’ultimo atto di privilegio di Eva, una forma di chiusura controllata: interrompere quando il peso diventa eccessivo. Ecco perché la sua indecisione, quel suo indugiare nel momento della rinuncia, risulta indigesta. Almeno dal mio punto di vista.

Chi, infatti, difende il crimine con coscienza accetta una sfida: la scommessa di poter restare integri camminando nel fango. Richiamando una logica machiavellica, chi ha camminato deliberatamente accanto al male non può pretendere di pulirsi le mani solo perché il peso ha superato la propria soglia di tolleranza. L’addio è una sottrazione alla responsabilità. In questo senso, l’uscita ha qualcosa di selettivo: arriva quando serve a lei.

Difendere il crimine con piena consapevolezza implica accettare una condizione precisa: non c’è un punto in cui il lavoro smette di avere implicazioni. Continuare significa integrare quel materiale; fermarsi significa sottrarsi a ciò che si è contribuito a rendere possibile. 

Il punto più debole dell’analisi di Eva risiede proprio nella sua conclusione. La Hoven sembra evitare di lasciarla esposta fino in fondo alle conseguenze della propria posizione.

La recupera attraverso la narrazione di una donna che, in fondo, “ha fatto quello che ha potuto”. Così, il dilemma si svuota, sciogliendosi in un bicchiere di comprensione, come se il peso della scelta non fosse mai stato davvero difficile da sostenere. 

Eva appare così come un personaggio costruito per essere assolto, la resa è una pezza che ricuce una carriera.

A quel punto, il problema non è più la legge, una struttura che funziona secondo regole. Il punto è chi la usa e con quale lucidità. Il talento difensivo, quando è alto, non è mai neutro. Può diventare uno strumento estremamente efficace anche in direzioni non trasparenti. La scrittura della Hoven — asciutta, quasi tecnica — è coerente con questa impostazione: non commenta, espone.

Il romanzo non risolve il dilemma, e forse non deve.

Lascia però una questione più scomoda di quelle dichiarate: se il sistema regge anche grazie a chi sa usarlo fino in fondo, allora il “vero “penalista, quello più consapevole, lucido ed abile, è quello che ha smesso di mentire a sé stesso. 

Eva, invece, quell’attrito lo riconosce tardi, non abbastanza per ignorarlo, non abbastanza presto per evitarlo.

Trent’anni sono il tempo che le è servito per dirlo. Eva non ce l’ha fatta, forse non era quello il suo ruolo. 

Elisa Hoven autrice de Il dilemma di Eva - ilRecensore.it

Elisa Hoven, nata a Berlino nel 1982, è docente di diritto penale all’università di Lipsia e giudice della Corte costituzionale della Sassonia.

Ha svolto attività di ricerca a Cambridge, Harvard, Berkeley, Los Angeles, Phnom Penh, Basilea e Sydney, in particolare sulla genesi e le conseguenze dei crimini.

È anche autrice di saggi e libri per bambini.

Autore

  • Nico

    Socia fondatrice della rivista Il Recensore.it, LA NEMESI nella redazione di IlRecensore.it è un po' il cane sciolto. La parte cattiva e sarcastica, se vogliamo dirla tutta. Non tollera gli scopiazzatori letterari!

    Oltre ai libri, tra le sue passioni, ci sono i ferri circolari.

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