Le nostre estati a Panic Beach - ilRecensore.it
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Le nostre estati a Panic Beach di Sara Stridsberg

Le nostre estati a Panic Beach: luci e ombre delle famiglie nel romanzo di Sara Stridsberg

«Tutti quelli a cui voglio bene sono ubriachi…»

Nel 1985 il diario di Nina iniziava così. Stava facendo l’autostop con suo padre diretta a Panic Beach, alla loro casa al mare dove finivano sempre per approdare, lui con la valigia zeppa di bottiglie, lei che cercava di non perderlo d’occhio.

Molto tempo dopo, seduta su una panchina nel Berzelii Park di Stoccolma, dove la travagliata storia della sua famiglia ha avuto inizio cento anni prima, Nina pensa a come nulla riesca mai a passare completamente.

«Ci facciamo a pezzi e cadiamo e commettiamo crimini e ci ammazziamo, ma non cambia mai niente, ci trasciniamo dietro quelli che una volta erano la nostra famiglia come su una gigantesca chiatta che punta al futuro.»

E così anche per lei il passato e la memoria restano un’interrogazione aperta: su suo padre, che è stato al tempo stesso amore e assenza, attimi di speranza e promesse infrante, ma anche sui tanti uomini eccessivi e fragili che hanno attraversato le generazioni finendo sempre per ritrovarsi a Panic Beach.

La spiaggia di quando era bambina, piena di scheletri di animali e di giochi solitari. Un luogo in cui la luce abbagliante del sole si alterna alle ombre dei suoi protagonisti, nella casa al mare delle lunghe estati dove tutti, a dispetto delle nostre vicende personali, siamo stati una volta felici.

Tutti abbiamo trascorso almeno un’estate a Panic Beach. A dispetto delle nostre vite ammaccate e imperfette, a Panich Beach tutto era ancora possibile. Quel luogo ci seduceva con il suo carico di promesse, ci dispiegava davanti il suo tappeto rosso, e, ancora adesso, a distanza di anni, ci appare il nostro paradiso perduto.

Per Sara Strinderg Panic Beach è stata la spiaggia in cui Nina, protagonista del romanzo, trascorreva l’infanzia. Un nome, Panic Beach, che reca con sé presagi funesti: secondo qualcuno era dovuto al fatto che alcuni bambini vi erano scomparsi dopo essere entrati in mare, secondo altri, lì era attraccata una nave di predoni.

Sia come sia, fin dall’inizio, appare chiaro come quel luogo fosse permeato da una luce affratellata al buio più profondo. Nina, voce narrante del libro, parte da lì per raccontare la storia della sua famiglia: quattro generazioni di uomini e donne attraversate da problemi di alcolismo, da suicidi, abbandoni e fughe.

Un senso di predestinazione corre lungo le pagine, come se ogni membro della famiglia si portasse addosso un mal di vivere ereditato per diritto di nascita. La narrazione, a tratti discontinua, con continui salti avanti e indietro nel tempo, prende le mosse dalla storia dei bisnonni paterni, Harry e Laura, che con i loro tira e molla da un continente all’altro, i loro fallimenti e le assenze condizioneranno non poco il destino dei propri avi.

Di sicuro, segneranno il nipote Matti, una creatura che con le sue ambiguità sembra incarnare il meglio e il peggio di tutta la famiglia Stjärne. Un tipo che, da adulto, con tanto di famiglia al seguito non risparmiava di rivolgere le sue attenzioni alle donne distese sulla spiaggia, che, il giorno della nascita della figlia Eddie, si era fatto trovare a letto con una vicina di casa e che addirittura un giorno d’estate era arrivato con un grosso pianoforte a coda sulla spiaggia e l’aveva suonato fino alla fine della stagione. 

Nina non nasconde la rabbia verso un genitore che non sentirà mai realmente suo padre, soprattutto per la sua dipendenza dall’alcool e per i suoi scatti di violenza, eppure, qua e là tra le pagine, affiora qualche tentativo di spiegare e forse comprendere quei demoni che lo agitavano interiormente: la depressione e il suicidio della madre Lykke a 47 anni, l’abbandono da parte del padre Harry e la giovinezza trascorsa in solitudine con la sorella.

Nell’ultima fase della sua vita, Matti sarà ricoverato in una clinica, lì Nina andrà a trovarlo e in quell’incontro l’autrice ci consegna un’immagine di rarefatta bellezza: 

“Allunga una mano tremante verso la mia guancia, è ancora calda.
«Dì qualcosa, bambina mia.»
«Che cosa devo dire?»
«Dì qualcosa su di noi.»
Sul comodino, accanto ai miei fiori, c’è una bibbia nera, è l’unico oggetto con un colore nella stanza. Tutto è come un soffio di vento, così sta scritto nell’Ecclesiaste.
«Mi sei mancato» dico alla fine.
«Davvero?» 
«Sì, mi sei mancato.» 

L’alcolismo, del resto, era un problema che affliggeva anche il lato materno della famiglia: alcolizzata era anche la nonna materna, mentre il marito non aveva mai approvato il fidanzamento di Siri con quel ragazzo che si comportava come un “pagliaccio arrogante che aveva invaso la vita della figlia”. 

A rallegrare la vita di Nina ci penserà la nascita della sorellina Eddie, venuta al mondo quando lei aveva già 16 anni e quando Matti si era già legato a un’altra donna.

Malgrado fossero divise da due madri diverse, Nina diventerà una cosa sola con la sorella. A lei sono dedicate le pagine più tenere e commoventi del romanzo, molte delle quali ambientate durante le vacanze estive a Panic Beach:

 “Quei giorni d’estate erano corti, non volevo tornare a casa da Matti, ma anche infinitamente lunghi, si allungavano in una sorta di meravigliosa eternità che, al pari della costa, si incurvava in un arco dove esistevano soltanto il battito del mare e le vespe fiacche per il caldo”.

Era il tempo delle prime cotte, delle perle della nonna Laura che brillavano alla luce del mattino, di Cometa, una sua ex fidanzata, poi suicidatasi, delle lucertole, delle rane e del sole che filtrava dalle finestre di casa. Un tempo mitico, di luce abbagliante, che nulla potrà di fronte alla morte precoce di Eddie e al senso di solitudine che attanaglierà la protagonista da adulta, costringendola a fare i conti gli stessi problemi di alcolismo vissuti dal padre.

A offrirle conforto ci penserà di quando in quando l’amica Helena, attrice di teatro, che si rivelerà un saldo punto di riferimento nei suoi momenti più bui.

Amori e abbandoni, amicizie e tradimenti, vita e morte. In questo movimento ondivago dalla luce all’ombra si racchiude tutto il senso di un romanzo – Le nostre estati a Panic Beach – che, nella sua scrittura sincera e cristallina, non smette di interrogarci sui grovigli familiari, sul perdono, sul senso di mancanza e sul conforto che ci arriva dai ricordi delle nostre estati a Panic Beach. 

Sara Strindberg autrice di Le nostre estati a Panic Beach - ilRecensore.it

Sara Stridsberg è nata a Solna, in Svezia, nel 1972.

Con il romanzo La gravità dell’amore, tradotto in quindici lingue, ha vinto lo European Prize for Literature.

I suoi libri sono tradotti e apprezzati in tutto il mondo. Si è affermata a livello internazionale con Drömfakulteten, per il quale ha ricevuto il Nordic Council Literature Prize ed è stata candidata all’International Booker Prize nel 2019.

I suoi romanzi sono stati più volte selezionati per l’August Prize.

Le nostre estati a Panic Beach è il suo primo romanzo pubblicato da Guanda.

Autore

  • Donatella Vassallo

    Insegnante di professione, con una lunga carriera come giornalista, coltivo da sempre l’arte del dubbio e del silenzio. I libri mi permettono di entrare nelle vite altrui e di esplorarne i confini. Quando non leggo, cammino, corro o medito, nel tentativo di gustare fino in fondo ogni attimo del mio tempo. Sono molto selettiva nei gusti letterari: se vi consiglio un libro, vuol dire che mi ha fatto vibrare l’anima. E lo stesso vorrei succedesse anche a voi.

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