L'inverno della levatrice - ilRecensore.it
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L’inverno della levatrice di Ariel Lawhon

L’inverno della levatrice: un thriller storico potente sulla verità che resiste ai pregiudizi.

Maine, villaggio di Hallowell, una notte d’inverno del 1789. Il fiume Kennebec è quasi completamente ghiacciato, invaso da micidiali lastroni che tagliano come cristallo. Prima di chiudersi nella loro gelida prigione, le acque restituiscono il corpo di Joshua Burgess, con gli abiti che ancora lo avvolgono come petali di un grande tulipano appassito.

A esaminare quel cadavere gonfio e martoriato viene convocata Martha Ballard, la levatrice del villaggio, colei che facilita le nascite, che ascolta i corpi dei malati e se ne prende cura. E il corpo di Joshua Burgess parla, e dice che la morte non è arrivata solo per acqua, ma anche per corda: qualcuno potrebbe aver impiccato Burgess, prima di gettarlo nel Kennebec. Anche se poi il dottore, dall’alto della sua competenza, esprime il suo parere contrario e senza appello: è stato un incidente. Burgess, tuttavia, non può essere morto per una banale imprudenza.

Oltre a Martha, in tanti pensano che meritasse una punizione, soprattutto dopo l’oltraggiosa violenza ai danni della giovane Rebecca. Martha aveva raccolto per prima quella terribile confidenza e l’aveva trascritta nel suo diario, come sempre fa con i racconti che le vengono affidati: perché non vadano perduti, perché le mura di casa non proteggono le madri, le sorelle, le figlie.

Comincia così un’estenuante ricerca della verità per la levatrice Martha Ballard, armata solo delle sue parole contro i pregiudizi di una società che non intende ascoltarle. Con una prosa tesa e delicata, Ariel Lawhon racconta di una donna indomita e della sua instancabile battaglia per la giustizia. Un’eroina misconosciuta, mai finora celebrata, che ebbe l’ardire di levarsi in difesa dei più deboli, cambiando per sempre la storia di un’America che stava ancora muovendo i suoi primi passi.

A volte, il mio lavoro mi porta ad ascoltare storie. Donne che si ritrovano a confessare peccati che non hanno commesso, ancora incredule che sia capitato proprio a loro. Così quel pomeriggio sono rimasta ad ascoltare Rebecca, in silenzio. Avevo due certezze: Rebecca doveva raccontarmi tutto e io dovevo scoprire chi andava punito per ciò che le avevano fatto.

Il fiume Kennebec è immobile. La sua superficie si sta ghiacciando: è il luogo più sicuro dove nascondere segreti, violenza, verità che nessuno vuole vedere. È da qui che Ariel Lawhon fa iniziare L’inverno della levatrice, affidando a un paesaggio immobile il compito di raccontare una storia in cui la giustizia, più che mancare, sembra essersi fermata e, confusa, aspetta.

Ed è proprio in quel fiume, mentre l’acqua si sta ghiacciando, che si trova il cadavere di Joshua Burgess. L’uomo è stato impiccato e poi gettato nel fiume con la convinzione che nessuno lo avrebbe ritrovato prima della primavera. Della morte di Burgess non interessa a nessuno, aveva tanti nemici ed era accusato, assieme al giudice North, di violenza sessuale ai danni di Rebecca Foster.

Ariel Lawhon afferma di collezionare persone. Ama studiare personaggi storici che hanno segnato la storia. Martha Ballard è una di queste persone.

Solo che, nel caso di Martha – e Lawhon ci tiene a precisarlo – non segue una linea storica precisa, alcuni eventi sono posteriori o anteriori a quel freddo inverno e alcune soluzioni narrative sono frutto della sua creatività, come se la scrittrice volesse restituire lei stessa una forma di giustizia. Perché il romanzo L’inverno della levatrice è, soprattutto, una storia sulla giustizia.

La giustizia attraversa le pagine di questo romanzo; il lettore si pone una domanda: quante volte si può sbagliare? Non per volontà, ma perché non si hanno gli strumenti: mancano le prove, qualcosa viene interpretato male, ci sono limiti conoscitivi o di cultura. Lawhon nella postfazione sottolinea come il sistema giudiziario americano allora fosse molto diverso da quello odierno, quasi una bozza e non era stata ratificata la Carta dei Diritti.

«È questa la vostra unica difesa? Se una donna vi contraddice vuol dire che è una bugiarda?»

Il caso (vero) di Rebecca Foster.

Violentata più volte da tre uomini. Nessuno pagò. Allora, come spesso accade adesso, non si denunciava uno stupro, c’era sempre vergogna e la paura di essere smentite e di ritrovarsi additate dalla comunità come calunniatrice o colei che se l’era cercata. Rebecca decide di parlare, di accusare, ma non trova giustizia.

L’autrice fa una scelta narrativa molto forte: dare una giustizia, anche se solo letteraria a tutte le Rebecca Foster.

La scena in cui Rebecca racconta la violenza è brutale, difficile da leggere, ti riempie di rabbia: una ragazza che non urla per non svegliare i propri figli mentre viene picchiata, violentata, umiliata.

La violenza è un atto di punizione e potere.

Nel romanzo si nasconde un dettaglio solo in apparenza marginale: un oggetto che affiora tra le pagine con discrezione, quasi senza peso. Un oggetto destinato a riemergere nel momento decisivo, quando la fragilità si trasforma in resistenza.

Ariel Lawhon afferma che la Martha descritta nel romanzo è una versione plausibile. Martha annota tutto nel suo diario in maniera scrupolosa, ma non scrive mai le sue emozioni e i suoi pensieri intimi. Il diario di Martha Ballard è una cronaca minuziosa delle sue pazienti, dei bambini nati, del tempo e del suo lavoro.

«Forse è per questo che le donne di solito non ricevono alcuna istruzione: solo Dio sa cosa farebbero, se godessero del potere della scrittura»

Accanto a Martha troviamo Ephraim il marito saggio. Nel romanzo è lui a spronare la moglie a imparare a leggere e scrivere e poi a tenere un diario. Credo che sia il personaggio più moderno nella storia. Ascolta e consiglia la moglie. La scena in cui Martha è ferita e sporca e lui l’aiuta a lavarsi mentre la donna racconta tutto quello che è successo è piena di pathos.

Il giudice North è l’antagonista di Martha. Incarna una hybris brutale: si erge a giudice assoluto, convinto che il suo potere lo ponga al di sopra di ogni limite. North agisce senza scrupoli in un crescente di tensione.

«Dare un nome a qualcosa equivale a prenderne possesso. Implica il dovere di averne cura, di esserle leale. È un atto che ha un significato: con quella singola parola ho dichiarato che questa bestiola è mia e che ho la responsabilità di proteggerla.»

Ad arricchire questa intensa storia che parte dal congelamento del fiume fino al disgelo è proprio la natura: silenziosa, bianca, che nasconde ma non fa del tutto paura. E poi, come personaggi, ci sono alcuni animali: Percy il falco di Ephraim, Cicero il mezzo cane mezza iena di North, Brutus il cavallo indisciplinato di Martha e la volpe argentata Tempest. Tutto contribuisce a costruire un mondo in cui l’istinto animale non è mai cieco.

«Non saprei dire perché sia così importante per me tenere un diario. Forse è solo perché lo faccio da tanti anni? O forse perché so che questi segni sulla carta saranno un giorno l’unica prova che sono esistita?»

Per chi ama le storie del passato, i romanzi storici e i gialli. Una lettura immersiva che nella traduzione di Massimo Ortelio restituisce con equilibrio il ritmo e la tensione del testo, senza mai sovrapporsi alla voce dell’autrice.

Ariel Lawton autrice de L'inverno della levatrice - ilRecensore.it

Ariel Lawhon è un’autrice pluripremiata di romanzi storici.

Le sue opere sono state tradotte in oltre trenta lingue e selezionate da Good Morning America, Library Reads e One Book, One County.

Fra i suoi libri precedenti, Il mio nome era Anastasia (Piemme 2019) e Nome in codice Hélène (Piemme 2023). L’inverno della levatrice, ispirato alla vicenda reale di Martha Ballard, è stato un New York Times bestseller e libro dell’anno per NPR. Lawhon vive a Nashville, Tennessee.

Autore

  • Samanta Giambarresi

    Siciliana con la predilezione per gli scrittori siciliani.
    Ho scoperto la passione per la lettura quando mia sorella mi ha letto la novella La Giara di Pirandello.
    I libri sono mondi da scoprire, dove una storia bellissima, segreta, si svela pagina dopo pagina.
    Ho iniziato a scrivere recensioni nel 2006 per una rivista letteraria. Ho collaborato con varie riviste letterarie e case editrici.
    Scrivo e leggo ascoltando musica. Adoro accompagnare la lettura con bevande calde (che spesso si raffreddano mentre sono immersa nella lettura!)

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