Mick Herron e gli alti, medi e bassi di un autunno di fuoco

Torna l’autunno, cadono le foglie e nel giro di poche settimane si concretizzano tre nuovi progetti che, tra alti e bassi, coinvolgono l’autore salutato in Inghilterra come il nuovo John Le Carrè.

Ai primi di Settembre è uscita la quinta stagione di Slow Horses, semplicemente la miglior serie di spionaggio in circolazione, a cui abbiamo dedicato uno speciale la cui prima parte trovate QUI.

Slow Horses Gary Oldman - Mick Herron - ilRecensore.it

Basata sul sesto romanzo dedicato all’universo narrativo che abbiamo coperto con una esaustiva serie di mini recensioni QUI, London Rules, questa nuova stagione brilla come esempio positivo di quella sinergia virtuosa che raramente si forma tra autore del romanzo e sceneggiatore.

Will Smith (non quel Will Smith, sia chiaro), che ha felicemente firmato la sceneggiatura di tutte le stagioni, ha saputo individuare le parti deboli del romanzo, l’ambientazione del primo attentato, la nazionalità degli antagonisti, l’arco narrativo della Honey Trap in cui cade Ho, alcuni eccessi farseschi che coinvolgono un certo barattolo di vernice e un particolare ricatto, ad esempio, e le ha sostituite e integrate con l’universo narrativo e la continuità dei personaggi persino meglio di quanto abbia fatto l’autore, consegnandoci sei episodi dal ritmo fulminante e dalla regia perfetta sostenuti dalla poderosa interpretazione di Gary Oldman, sempre più a suo agio nei panni lerci e nei calzini bucati di Jackson Lamb.

Alla fine del mese è invece uscito in inghilterra il nono romanzo dedicato agli inquilini del Pantano (Slough House), il quattordicesimo volume dedicato a quell’universo narrativo.

Mick Herron - Clown Town - Slow Horses - ilRecensore.it

Clown Town è ambientato tra Londra e Cambridge e riprende alcuni topos della serie come le ex spie degli anni ottanta ormai anziane ma non ancora finite, il mito di David Cartwright e della sua eredità non solo morale, la consuetudine all’abuso di potere e alla vendetta privata da parte di Diana Taverner e la tenacia di Jackson Lamb nel difendere i suoi ronzini.

Il libro scorre velocemente forte di uno stile affinato dal tempo e di personaggi che per il lettore non occasionale sono ormai familiari, ed è forse questo il suo limite più grande.

Se Clown Town diverte con le battute di Lamb e delizia nelle sfumature dell’inglese formale di chi gioca intorno a Westminster, fallisce purtroppo nell’introdurre novità o tensione reale, nonostante il mestiere consenta a Herron di mantenere il segreto su chi, tra le due ragazze in ospedale, sia il ronzino destinato al sacrificio e chi invece tornerà nel prossimo capitolo, anche se io una idea me la sono fatta e non scommetterei un penny sulla giovane Ash. Siamo quindi nelle note medie, più che altro per le aspettative che da lettore fedele (ma King direbbe costante) ripongo ormai nelle opere di Herron.

E veniamo infine alle note basse di questo ultimo mese.

Apple TV - Down Cemetery Road - ilRecensore.it

Apple ha deciso infatti, e a ragione, di recuperare la prima saga dell’autore inglese, andando a rispolverare il suo romanzo d’esordio, Down Cemetery Road (2003), e un personaggio interessante come quello di Zoe Boehm.

Purtroppo il romanzo originale, pur contenendo molti elementi di interesse, era effettivamente acerbo e avrebbe meritato a suo tempo un editing impietoso. Il primo centinaio di pagine, dedicate ad illustrare rapporti e fragilità della coprotagonista Sarah Tucker, costituiscono un preambolo effettivamente inutile ai fini della trama che un Mick Herron appena più maturo avrebbe ridotto del novanta percento e la trama, talvolta circonvoluta, avrebbe beneficiato di un intervento deciso. Tuttavia Down Cemetery Road, come libro, ha la forza di farsi amare appena superato l’ostacolo iniziale e gli aspetti positivi (personaggi, ritmo, stile) compensano le ingenuità e preparano il terreno per quei successivi tre libri, The Last Voice You Hear (2004), Why We Die (2006) e Smoke And Whispers (2009) che compongono una saga effettivamente pregevole.

Proprio per la delicatezza del materiale originale una trasposizione televisiva, perfetta come durata vista la complessità della vicenda, avrebbe meritato la cura di uno sceneggiatore in grado di compensarne i difetti, limarne le imperfezioni, metterne in luce i punti di forza.

Così non è stato e Natalie Bailey e Morwenna Banks, responsabili dell’adattamento, inanellano una serie di errori tragici, soprattutto considerando il budget investito.

Il primo errore è nella scrittura, che non riesce a correggere la mancanza di ritmo che pure affliggeva la prima parte del libro. Nel goffo tentativo di recuperare azione, inoltre, tralascia completamente le indagini, affidandone la ricostruzione a terrificanti spiegoni postcoitali che riportano alla mente il “LO DIMO” di Boris, suscitando un sorriso che non è certo di apprezzamento.

Riesce infine ad annacquare, rendendoli anonimi, i terrificanti villain del romanzo.

Nonostante siamo solo al terzo episodio e basandoci esclusivamente sulla sceneggiatura è evidente che siamo ad un NO GO. Pulsante rosso e missione abortita per una serie che, data la produzione e i nomi coinvolti, doveva essere infinitamente migliore.

Il secondo devastante errore è il casting.

Non fraintendetemi, Emma Thompson è una attrice straordinaria capace di dare luce a qualsiasi script, ma ha 66 anni, appena un anno in meno di Gary Oldman, ma se il personaggio di Jackson Lamb è perfettamente adeguato alla fisicità decadente dell’attore britannico, il personaggio di Zoe Boehm è quello di una quarantenne atletica, fisicamente in grado di correre per interi isolati e confrontarsi con uomini che tentano di ucciderla a mani nude, fanatica del lavoro e sessualmente piuttosto attiva.

Capisco di vivere in un tempo che rischia di confondere la biologia col patriarcato, ma la scelta di affidare ad una persona nata nel 1959 un ruolo come questo, senza neppure uno straccio di riscrittura del personaggio, lo rende inverosimile ben oltre i confini di un ridicolo che tagli di capelli anni ottanta e giacca di pelle finiscono solo per esaltare, ed è surreale che chi doveva dirigere il progetto abbia semplicemente deciso di ignorare un fatto tanto ovvio.

Il secondo errore di casting è quello dei villain. La coppia di fratelli sadici e psicopatici originari di Newcastle nel libro è caucasica, forse anche perché i serial killer caucasici rappresentano quasi il 90% del totale. La scelta di affidare il ruolo a due “Black British” sembra quindi dettata più dalla moda particolarmente stupida che affligge quasi tutte le piattaforme di streaming (non a caso assurta a esempio di comicità involontaria nella quarta stagione del già citato Boris) che da esigenze narrative, tantopiù che la scelta ha privilegiato due attori che, per fisicità ed espressività, sarebbero più adatti a incarnare membri della criminalità organizzata che sadici torturatori.

Peccato, quindi, perché Emma Thompson è bravissima e, in mano a qualcuno di un talento commisurato alle ambizioni, la serie avrebbe potuto brillare. Purtroppo il confronto con Slow Horses è impietoso e il rimpianto per quello che avrebbe potuto essere resta grande.

Autore

  • Giovanni

    Scrittore, fotografo, Service Manager in una delle principali Software House italiane, è stato cofondatore del Blog Thrillerlife ed è socio fondatore della associazione culturale IlRecensore.it e della omonima rivista online.

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