In Visita: tre racconti eleganti e malinconici che esplorano memoria, identità e vite vissute ai margini, con lo sguardo discreto di chi è sempre “in visita”
Sinossi
Ogni anno a primavera, in un angolo poco conosciuto della costiera amalfitana, la vita quieta e lievemente inutile di un giovane uomo con molto tempo e denaro a disposizione si intreccia con quella di un esule dal passato fosco e pieno di dolori, narratore ineguagliabile dal portamento altero e lo sguardo malinconico. Fino al giorno in cui verità e racconto saranno difficili da conciliare.
In una Milano che d’estate sa essere ancora più crudele, un architetto di successo insidiato dal declino si fa schiacciare da quell’afa molle e odorosa pur di non pensare all’invito di un amico a raggiungerlo in Cambogia. A Phnom Penh, città che gli ha stregato il cuore, dove c’è anche la donna per la quale avrebbe rinunciato a ogni cosa costruita.
C’è un’ora, nelle notti di Roma, in cui mormorano solo le fontane. Sono anni che il governatore in esilio le ascolta, lui che a quella città straniera ed estranea si è quasi abituato, lui che nel corso degli ultimi mesi ha rinunciato a molto, tranne ai libri che si accumulano in ogni angolo della casa, pronti a sconfiggere la solitudine.Un incontro all’apparenza irrilevante scompaginerà i suoi giorni spogli.
Dalla penna di Maurizio Serra, intellettuale, diplomatico del nostro tempo, saggista vincitore del Premio Arbasino, unico Immortel italiano nella storia dell’Académie française, tre racconti che esplorano erratici i temi della memoria, dell’amore irrisolto e dell’identità mettendo in scena personaggi ai margini della vita, che osservano il mondo con il disincanto, l’ironia e il distacco dell’ospite in visita e riescono, forse, a comprenderlo davvero.
Recensione
“E lui, nel ritmo frastornato dei suoi giorni? Quante biforcazioni, quanti sentieri senza meta in sessantacinque o settant’anni di vita. Quante esistenze sfiorate, annusate, neglette avrebbero potuto innestarsi sulla sua… Era stato un pellegrino, credendosi turista. Si scopriva esiliato, ritenendosi un ospite in visita.”
In visita è uno di quei libri che non si affrontano con l’urgenza della trama, ma che chiede al lettore di entrare in punta di piedi, con lo stesso passo lieve con cui i suoi personaggi attraversano l’esistenza, con l’attenzione di chi sa che ogni vita, se la si osserva davvero, contiene più ombre che cronache.
Maurizio Serra più che offrire delle storie compiute costruisce tre racconti che si presentano proprio come delle “visite”, dei momenti di accesso temporaneo nelle vite altrui, ingressi discreti, spesso incompleti, come avviene quando ci si affaccia sulla soglia di una stanza senza davvero entrarci del tutto; è come se aprisse per un istante una porta, ti permettesse di osservare l’interno di un’esistenza, e poi la richiudesse con discrezione.
L’autore non accompagna, non spiega, invita soltanto a restare, a guardare, a cogliere la fragile sostanza di ciò che sfugge.
Il titolo, in questo senso, non è una semplice metafora della struttura narrativa, ma è piuttosto la chiave segreta dell’intero libro; “essere in visita” significa non solo entrare nella vita di qualcuno senza abitarla, restare un passo indietro sapendo che il nostro sguardo è fugace e imperfetto, ma anche visitare se stessi attraverso gli altri, come se ogni esistenza incontrata fosse uno specchio obliquo, un riflesso che rivela qualcosa di noi.
Nei personaggi di Serra c’è sempre la sensazione che la vita sia un passaggio, un’apparizione breve in territori che non possediamo davvero, che siano case, città, affetti o memorie; sono individui che si aggirano come ospiti, più che come protagonisti, nelle loro stesse vite e, in questa prospettiva, il titolo è un invito alla delicatezza dello sguardo e al riconoscimento del carattere provvisorio di ogni esperienza.
In questo universo mobile, i personaggi vivono vite laterali, fatte di esitazioni più che di slanci, di ambizioni sottili, quasi impercettibili, di timidezze morali che li trattengono ai margini del loro stesso destino; non sono né eroi né vinti, sono semplicemente esseri umani collocati in una zona intermedia, in un territorio indeterminato dove ci si muove senza fare rumore e si sopravvive più per inerzia che per decisione.
Sono vite in sottrazione, che si raccolgono più che dispiegarsi ed è proprio in questa mancanza di trionfo che si annida la loro verità.
Serra li osserva con uno sguardo analitico e affettuoso insieme, senza mai giudicarli, ma capace, al tempo stesso, di un’ironia tagliente e mai crudele che alleggerisce la gravità senza dissolverla.
In questo contesto, ad esempio, il nome del co-protagonista del primo racconto – Pierlorenzo Soldatino – è emblematico del rapporto che lega l’autore ai suoi personaggi: dapprima inaspettatamente solenne e immediatamente ridimensionato, è come una promessa che si rivela un equivoco.
Serra glielo affida con una naturalezza disarmante: un nome che, da solo, sembra contenere una biografia intera prima ancora che il personaggio apra bocca. “Pierlorenzo” evoca una solennità antica, quasi sproporzionata rispetto alla sua esistenza raccolta e dimessa; “Soldatino”, invece, è il contrappunto ironico che smonta qualsiasi velleità eroica, trasformando quell’aura in un lieve, irresistibile sorriso.
“All’anagrafe Pierlorenzo Soldatino (sì, proprio con la “o” finale) … Nomen est omen non vale nel mio caso, dacché il mio temperamento è del tutto privo di aspetti bellicosi. Sono rimasto però fino a oggi un bravo soldatino dell’esistenza, certo non di prima linea.”
È come se l’autore avesse voluto suggerire la continua tensione che il personaggio vive tra ciò che potrebbe essere e ciò che accetta di essere, un uomo che non combatte, ma osserva prudentemente, che attraversa la storia senza mai esserne al centro, fedele alla sua zona grigia; un uomo “in visita” nella propria vita, appunto.
Gli altri personaggi sono ugualmente uomini che non brillano né aspirano a farlo, segnati da una timidezza morale che li frena, destinati a scoprire che l’esistenza è costellata di alterne fortune e di equivoci, come recita una frase emblematica all’interno del libro:
“Di quanti equivoci non è costellata l’esistenza, ragazzo mio, lo imparerai anche tu!”
Accanto a questi uomini sbiaditi e tormentati, l’autore colloca personaggi femminili delineati con una precisione quasi pittorica, come se il suo tratto visivo emergesse con maggiore forza nell’universo femminile, catturando gesti minimi, posture, odori e sfumature che rimangono impressi come dettagli di un ritratto fiammingo.
“L’arcano dominava in lei, il corpo ne era solo l’attributo glorioso, la conseguenza naturale … il petto florido e timido, come un frutto colto di rado, le reni tese in una piega insolente. …Avrebbe potuto ammirare all’infinito le mani febbrili, il vigore delle membra snelle, le articolazioni, le sporgenze, i contorni, le braccia, i gomiti, i fianchi, le cosce, le gambe, le ginocchia, i polpacci, le caviglie, fino all’arcatura della pianta dei piedi e alla brillantezza delle unghie smaltate, il tutto componendo un’armonia di cui lei era, per miracolo, inconsapevole”.
Quello che rimane, del resto, non è la successione degli eventi quanto, piuttosto, la sensazione di aver sfiorato delle presenze reali, non ciò che accade ai personaggi, ma il modo in cui Serra li guarda, con un pudore profondo, quasi con rispetto per la loro mediocrità, per quella “lievemente inutile” umanità che non chiede di essere salvata né giudicata.
Ci sono immagini e frasi che imprimono una traccia, carte autobiografiche scritte inutilmente che lasciano una scia come sangue sul pavimento, ricordi che pesano più del presente, città che sembrano respirare la stessa stanchezza dei loro abitanti, turbamenti politici, dittature e regimi autoritari fortemente repressivi e il tutto è ammantato da una luce malinconica e, insieme, da un’ironia sottile che smorza la tragedia senza svuotarla.
Lo stile è elevato, forbito, costellato continuamente di rimandi letterali e culturali, ma altresì attraversato da sprazzi di improvvisi abbassamenti, di un tono colloquiale che sorprende e avvicina; è una prosa che preferisce lo sguardo alla spiegazione, l’evocazione alla dichiarazione ed è proprio in questa capacità di fermarsi sull’attimo che il titolo trova la sua piena risonanza, poiché il libro stesso diventa una visita nelle vite altrui, una sosta temporanea in un mondo fatto di memorie, esitazioni e voci spezzate.
Resta l’impressione che Serra non voglia tanto raccontare un’esistenza quanto custodirne la vibrazione, come se ci dicesse che ogni vita è, in fondo, un passaggio; entriamo, lasciamo un’impressione, e poi ce ne andiamo, portando con noi solo un’ombra, un ricordo incompleto.
La stessa scelta dell’immagine in copertina è estremamente coerente con il tono, i temi e, persino, con la poetica dell’autore, in quanto non è descrittiva ma fortemente metaforica; l’immagine di una donna deliberatamente sfocata che ruota su se stessa sembrando danzare in uno spazio vuoto, infatti, dà il senso di identità che non si fissano mai continuamente, di gesti che lasciano una traccia solo per un istante, della stessa sospensione emotiva e temporale che caratterizza le esistenze raccontate, vite “in visita”, nel mondo e in se stesse.
In visita, in fondo è questo, un invito a guardare senza possedere, a capire senza giudicare, a riconoscere che siamo tutti ospiti, e mai padroni, delle vite che attraversiamo.
Titolo: In visita
Autore: Maurizio Serra
Editore: Neri Pozza
Genere: Narrativa contemporanea – racconti – identità e memoria
Autore

Maurizio Serra, ambasciatore italiano e Accademico di Francia, è autore di numerosi saggi di successo premiati e tradotti in molte lingue.
Per Neri pozza ha pubblicato L’Imaginifico. Vita di Gabriele D’Annunzio (2019), Il caso Mussolini (2021, BEAT 2025) e Scacco alla pace. Monaco 1938 (2024).
Nel 2025 è stato insignito del Premio L’Officina del Vittoriale e del Premio Alberto Arbasino.


