Ogni spasso che fai: quattro vittime, una minaccia anonima e un thriller che sfiora l’abisso senza riuscire a precipitarci dentro
SINOSSI
L’unico modo per fermare uno stalker è diventarlo tu stesso. Alexandra, Lucy, Bridget, River e Natalie: cinque amici londinesi che preferirebbero non essersi mai incontrati.
Perché l’unica cosa che hanno in comune è la cosa peggiore della loro vita: sono tutti perseguitati da uno stalker.
Quando Natalie viene uccisa pochi giorni dopo l’uscita di prigione del suo ex fidanzato, il tempo si ferma per tutti. Sanno che le loro vite potrebbero finire in modo altrettanto brutale da un momento all’altro. Il giorno del funerale, attoniti, gli amici ricevono una corona funebre contenente una minaccia anonima: tra dieci giorni uno di loro morirà.
Per alcuni, quella data è legata a un evento particolare: per Lucy è il quarantesimo anniversario di nozze dei genitori; per Alexandra è la prima dell’opera teatrale di cui sarà protagonista; per Bridget è il giorno del suo compleanno. Combattuti tra razionalità e istinto e disillusi sull’utilità di rivolgersi alle forze dell’ordine, i quattro cercano di elaborare un piano per capire chi possa essere l’autore della minaccia e al tempo stesso proteggersi reciprocamente dai rispettivi stalker.
Comincia così un angosciante conto alla rovescia, scandito in ogni capitolo dal punto di vista di uno dei protagonisti. Ma raccontano tutti la verità?
RECENSIONE
C’è qualcosa di paradossale nel leggere un romanzo sullo stalking e sentirsi, pagina dopo pagina, sempre più distanti dalla paura. Non la paura dello stalker — che in teoria dovrebbe essere il nucleo narrativo del libro — ma quella vera, che si insinua sotto la pelle di chi viene osservato, seguito, controllato.
Ogni passo che fai parte da una premessa coraggiosa e rompe, con una certa sistematicità, le opportunità che si costruisce da solo.
Lo stalking non ammette superficialità. È un crimine che si nutre di sfumature, si nasconde nei dettagli e, spesso, non lascia tracce visibili. Non è un orrore palese: è sapere che qualcuno sa dove sei. Si costruisce nel tempo, attraverso gesti e parole che presi singolarmente sembrano innocui ma che insieme compongono un meccanismo di terrore.
Lo stalker è subdolo, manipolatore, capace di presentarsi al mondo esterno mentre distrugge l’altro nel privato, prigioniero lui stesso di un’ossessione che non controlla, ma che sceglie deliberatamente di trasformare in strumento di dominio.
Non lo si può giustificare. Va condannato!!!
Il libro ha l’ambizione di raccontare questa complessità attraverso quattro vittime legate da un denominatore comune. La scelta a più voci è interessante: lo stalking non ha un volto solo, non si manifesta in un solo modo, e i quattro protagonisti, tre donne e un uomo, non sono figure confortanti. Non tutte denunciano, non tutte hanno il coraggio che vorremmo aspettarci. Perché la legge, quella inglese nel caso specifico ma il problema è universale, non sempre offre strumenti reali di protezione. La vittima si trova spesso sola a dover dimostrare a un tribunale qualcosa di intrinsecamente difficile da comprovare.
Eppure, il libro non regge il peso di ciò che vuole dire. Il problema è strutturale.
Il countdown. Questo conto alla rovescia, ossessivo, che scandisce i capitoli, anziché aumentare la tensione la disperde. Dilata il momento cruciale invece di avvicinarci. La tensione viene continuamente interrotta e ricaricata, senza mai esplodere davvero, e quando non esplode il tema resta in superficie.
Il localizzatore — l’idea di River di tracciare lo stalker in tempo reale — è un altro esempio di ingegnosità mal spesa. In astratto è brillante: rovescia la dinamica del controllo, restituisce potere alla vittima. In pratica la narrativa diventa ridondante, un tic ripetitivo che normalizza la paura invece di amplificarla.
Ed è questo il vero problema del romanzo: la paura non si percepisce.
La data fatidica che accomuna i quattro protagonisti viene nominata, viene costruita attorno a lei una struttura di dettagli, ma non risuona. Non crea osmosi con il lettore. Le zone d’ombra, invece di lasciare spazio all’immaginazione, diventano lacune.
Raccontarsi è un atto di coraggio, specie quando la materia è dolorosa e autobiografica. Taylor lo dichiara apertamente, e questo merita rispetto.
Il problema è che la vicinanza alla propria esperienza può diventare una trappola: si è troppo dentro per narrarla con lucidità. L’elaborazione diventa eccesso, la complessità si trasforma in confusione. Ogni livello aggiunto – narratore, contro-narratore, punti di vista ulteriori – non approfondisce, ma disperde. Il narratore inaffidabile è uno strumento potente, se ben gestito. Moltiplicare i punti di vista senza che nessuno regga il centro disorienta il lettore. Un mash-up che nella musica funziona, ma in narrativa richiede un collante che qui manca.
Il finale sigilla questa impressione: arriva frettoloso, ma non conclude. Manca la logica di fondo che tiene insieme i pezzi. La storia finisce perché deve finire, non perché abbia trovato la sua conclusione. Resta il dispiacere di vedere un’esperienza autentica rara, consumarsi in un meccanismo troppo affollato.
La scrittura è buona. I personaggi esistono. Ma esistere non basta.
Lo stalking è una delle esperienze umane più devastanti. Non è un thriller, non è un gioco diabolico: è un’erosione lenta in cui la propria casa diventa una prigione, ogni rumore acquista un significato, ogni sguardo è una minaccia. Chi lo subisce non vive in un racconto, vive un incubo senza via d’uscita visibile, alienante nel senso più letterale del termine. Da quella materia si poteva fare paura vera.
Un’occasione mancata, lucidamente mancata.
Nota personale.
Chi legge molto su un genere sviluppa un sesto senso, non saprei come chiamarlo altrimenti. Non è la trama, non è il ritmo. È qualcosa di più sottile: è quando senti che il racconto ha paura, sta annegando. Da quel momento in poi puoi continuare a girare le pagine, non si lascia niente a metà, ma la testa è già altrove.
TITOLO: Ogni passo che fai
AUTORE: C. L. Taylor
TRADUTTORE: Giuseppe Marano
EDITORE: Fazi
GENERE: Thriller
AUTRICE
Carol Louise Taylor è autrice di romanzi e racconti, pubblicati su riviste letterarie e femminili, che hanno vinto numerosi premi. Taylor è nata a Worcester e ha conseguito la laurea in Psicologia presso l’Università di Northumbria a Newcastle-on-Tyne.
Dopo la laurea, si è trasferita a Londra per due anni e poi ha trascorso 13 anni a Brighton, dove ha iniziato a scrivere. Ha lavorato anche come grafica, sviluppatrice web e progettista didattica.
Con Longanesi ha pubblicato in Italia Il confine del silenzio (2015), La ragazza senza ricordi (2016), La ragazza in fuga (2017), Il figlio perduto (2018).
Nel 2026 esce per Fazi, Ogni passo che fai.



