Mi chiedono di tornare - ilRecensore.it
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 Mi chiedono di tornare di Andrés Trapiello

Mi chiedono di tornare: il dopoguerra spagnolo raccontato dall’interno

Madrid, 1945. La Seconda guerra mondiale volge al termine e i servizi segreti americani chiedono a Benjamin Smith, uno dei loro uomini migliori, di tornare in Spagna per «neutralizzare» un colonnello franchista di cui non conosce quasi nulla, se non il suo punto debole: la vanità. Per incastrarlo, sarà necessario confezionare un’esca adeguata.

Cresciuto in orfanotrofio e scampato al collegio grazie al lavoro in tipografia, Benjamin Smith fino a tre anni prima rispondeva al nome di Benjamín Cortés. Militante socialista, dopo la Rivoluzione è sfuggito alla giustizia spagnola, si è imbarcato e infine è approdato a New York, dove ha preso la cittadinanza statunitense.

Adesso rientra in patria per la prima volta dopo dieci anni. Come spia. Madrid è diversa da come se la ricordava: la città delle feste, degli abiti di Balenciaga e del mito di Manolete convive con quella dei prigionieri incatenati lungo la Gran Vía, della miseria e della paura.

Da un lato i vincitori, decisi a non rinunciare ai privilegi conquistati; dall’altro i vinti, che cercano di prolungare una lotta ormai disperata. In questo crogiolo di intrighi, l’arrivo di una giovane donna sconvolge la vita di Smith: occhi blu e sguardo audace, Sol Neville sarà ostacolo e motore della sua missione…

Madrid, febbraio 1945. Per il resto del mondo l’anno della fine della II guerra mondiale. Per la Spagna, il sesto anno dalla fine della loro guerra. Sei anni di illusioni e delusioni, morte e rinascita, ricchezza in ascesa e povertà in aumento.

Mentre in Europa si camminava sulle macerie, in Spagna tutti stavano già cercando di ricostruire, a fatica, le proprie vite.

La guerra civile spagnola (1936-1939), è stato il risultato complesso di una storia nazionale tormentata, un’esplosione violenta nata dopo una lunga gestazione e causata dallo scontro di quelle due parti che si accapigliavano nel resto d’Europa, non a caso quel conflitto servì come banco di prova al nazifascismo. Troppo lungo sarebbe adesso  raccontare, anche per sommi capi, la storia di quella guerra, ma basti ricordarne qui il risultato finale: una dittatura di stampo fascista, lunga quarant’anni, capeggiata da “sua eccellenza” il caudillo, generalísimo Francisco Franco Bahamonde.

Una guerra civile ha strascichi ben peggiori di un qualsiasi altro conflitto, perché obbliga alla convivenza, una volta finita, tra vincitori e vinti.

Ed è proprio su questo che si basa il romanzo di Trapiello. Le storie di Benjamin Smith (alias Cortés), di Chito, di Sol, degli ambasciatori e consoli americani, dei nobili spagnoli, dei poliziotti della DGS (Dirección General de Seguridad organo di polizia e ordine del regime, famoso per le violazioni ripetute dei diritti umani), sono il contorno, a tratti disegnato con una punta neanche tanto fine, di quella che è la vera storia di questo libro: la Madrid, come rappresentazione della Spagna, del dopo guerra.

Una città “tisica e tubercolotica”, che come un malato in un sanatorio, cerca di recuperare l’apparenza florida e sana dopo la malattia. Una città con un milione di abitanti solcata da mille correnti diverse. La povertà assoluta, fatta di case ancora diroccate abitate da tutti coloro che vivono alla giornata vestiti di stracci fra l’odore di urina e di cavolo lesso, il mercato nero e il contrabbando;  la ricerca spasmodica di una via di uscita con le signorine che si vendono nei locali di lusso e i commercianti che riaprono le loro povere botteghe; gli americani e gli inglesi sempre più spavaldi e i tedeschi sempre più avviliti man mano che si avvicina la fine del conflitto mondiale; la ricchezza sfacciata dei nobili che hanno riconquistato i loro beni e il loro status; i falangisti spacconi e violenti e i maquis, i partigiani, i rossi “pidocchiosi”, che strisciano nei bassifondi cercando di riorganizzarsi credendo in un aiuto dagli USA o dalla Russia che non verrà mai.

La Spagna in quel momento è terra di conquista per la diplomazia che annusa già l’aria di sconfitta di Hitler.

In quella Madrid festaiola e stracciona, in cui riaprono i ristoranti di lusso, le maison de haute couture, le corride dei tori, i locali notturni alla moda e le taverne malfamate, si inseguono spie di tutti i paesi, sfrecciano come piattole vincitori e perdenti, mentre si dipana la, piuttosto banale, storia d’amore tra Benjamin e Sol: uomo disincantato lui, fuggito deluso in America dopo un passato da socialista militante; lei donna bellissima e misteriosa a un passo dalla zitellaggine (secondo i canoni dell’epoca), figlia di quella nobiltà che ha tirato su il capo con il franchismo, altrettanto disincantata e alla ricerca del brivido dell’avventura per uscire dai salotti bacchettoni.

Attorno a loro girano diplomatici statunitensi, nobilastri arricchiti e baciapile, il feroce poliziotto Alvar, carogna spietata (o forse no), ma soprattutto Chito, il ragazzino straccione che Benjamin toglie dalla strada per farne il suo tuttofare, forse la figura più vera, più tenera, più onesta e coraggiosa di tutto il romanzo. Ma le loro storie sono piccole e a tratti scontate in cliché già letti, sembrano quasi servire solo a puntellare quella che è la vera protagonista di quest’opera: la Storia.

Un regime corrotto e illiberale che perseguita, reprime e bastona con la stessa furia cieca di chi gioca alla pentolaccia.

Un dittatore mediocre (“al tatto, quella mano [di Franco] che era per la Spagna un artiglio d’acciaio, parve a Cortés, un trancio di merluzzo crudo”), che ha già voltato la gabbana passando da essere leccapiedi del nazifascismo a lacché degli Stati Uniti. Un si salvi chi può a destra e a sinistra: se i comunisti hanno perso male i falangisti non hanno saputo vincere, per cui i rossi si denunciano fra di loro ma fra i falangisti gli infiltrati sono tanti.

E in tutto questo Stati Uniti e Gran Bretagna accarezzano i superstiti comunisti ma fanno affari (e li faranno per i decenni a seguire) con il regime di Franco. Il PCE deciderà di chiudere la guerrilla, costata 2000 morti e 20000 incarcerati, nel 1947 e l’anno dopo Franco dichiarerà cessato lo stato di guerra: l’inizio di un calvario, per tanti, che durerà fino al 1975. 

Se la trama risulta a tratti scontata e debole, la potenza dell’autore sta nella descrizione di un popolo, una città, una storia nazionale che Trapiello guarda con l’amorevole tenerezza di un figlio che scopre la resilienza e la forza degli antenati e in un linguaggio strutturato a seconda del personaggio, che passa dallo slang dei bassifondi ai tecnicismi della diplomazia, alla delicatezza di certe descrizioni di tramonti e di pensieri.

Un libro – Mi chiedono di tornare – da leggere per gli appassionati di storia (tutto parte con l’episodio realmente accaduto dell’attacco al quartiere generale dei falangisti di Cuatro Caminos) e per gli amanti della Spagna, ma gli aficionados di Graham Greene o di John Le Carré potrebbero rimanerne delusi.

E’ stata volontà dell’autore (come da lui dichiarato in un’intervista rilasciata all’Università Cardenal Herrera di Valencia), scrivere un libro in cui tutti si potessero ritrovare senza patine buoniste o racconti falsati dalla storia posteriore: “Ho scritto una storia per quelli di destra e per quelli di sinistra, per i vecchi e per i giovani, per le donne e per gli uomini, per i ricchi e per i poveri, per tutti”.

E ancora: “Di quel milione di abitanti, mezzo milione era euforico e felice per la vittoria. Probabilmente non avevano molto da condividere, ma non avevano più paura. Erano sopravvissuti alla guerra e a tre anni di stenti e privazioni, assistendo all’esecuzione dei propri parenti e sopportando fame, paura e freddo. L’altro mezzo milione sopravvisse come meglio poté, cercando di andare avanti. Avevano subito repressione, persecuzione, prigionia, torture e sentenze senza un giusto processo. Tutto questo è ciò che il romanzo descrive, una storia che illustra anche la differenza tra vincitori e vinti attraverso i suoi due personaggi principali.

Ma non si può chiudere la recensione su questo romanzo (il cui titolo è tratto dalle parole che pare disse Emily Dickinson in punto di morte) senza riportare la storiella che Sol racconta a Cortés per descrivere la vera essenza di Franco: “è un tipo ridicolo, uno che rompe il tuorlo dell’uovo al tegamino con la punta del coltello e se lo mangia leccando la lama.” Un dittatore da operetta.

Andrés Trapiello autore di Mi chiedono di tornare - ilRecensore.it

Andrés Trapiello, Manzaneda de Torío, 1953-, è un poeta, narratore e saggista spagnolo di grande fama.

Ha pubblicato i romanzi El buque fantasma (Premio Internacional de Novela Plaza & Janés, 1992), La malandanza, Dias y noches, Alla morte di don Chisciotte (Neri Pozza, 2005).

Con Gli amici del delitto perfetto (Neri Pozza, 2004) ha vinto il Premio Nadal 2003, uno dei grandi premi letterari spagnoli.

Autore

  • Silvia Chessa

    Ispanista, femminista, ailurofila, non necessariamente in quest'ordine.
    Laurea in lingue e un'altra mezza laurea in biblioteconomia e bibliografia nel tentativo di far incrociare due delle mie fissazioni, lo spagnolo e i libri
    Una vita professionale travagliata, passando da libraia a insegnante. Polemica, inquieta e solitaria, trovo pace nella lettura facendo mia la frase di Daniel Pennac: "Un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa, persino da te stesso".
    Ho tanti sogni nel cassetto. Per adesso nel mio futuro vedo un corso di ballo flamenco.

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