DATI SUL FILM
Regia: Gabriele Muccino
Durata: 114 Min.
Genere: Thriller, sentimentale, drammatico.
PIATTAFORMA: Al cinema
Soggetto: dal romanzo di Delia Ephron ‘’Siracusa’’.
Casa di produzione : Lotus production, Rai cinema.
Cast: Stefano Accorsi: Carlo Ristuccia
Miriam Leone: Elisa Ambrosi
Claudio Santamaria: Paolo
Carolina Crescentini: Anna
Beatrice Savignani: Blu Ferrero
Margherita Pantaleo: Vittoria
Alessandra Carrillo: Alessandra
Ahmed Boulane: Jay
LA TRAMA
Carlo ed Elisa, coppia affermata e brillante, vivono a Roma tra successi, abitudini e un amore che, forse, non è più quello di una volta.

Lui è un professore universitario e scrittore in crisi creativa, lei una giornalista brillante e stimata anche all’estero. In cerca di nuovi stimoli, partono per il Marocco insieme ai loro amici di sempre, Anna e Paolo, e alla loro figlia adolescente, Vittoria.
Tra dinamiche irrisolte, segreti e sguardi che confondono i confini e mettono in discussione certezze acquisite, il gruppo si trova a fare i conti con ciò che nessuno avrebbe mai voluto affrontare. E poi arriva Blu, giovane studentessa di filosofia di Carlo, misteriosa presenza che accende interrogativi e tensioni.
In un paesaggio lontano, caldo e immobile, i rapporti si tendono, si rivelano, si trasformano. Perché a volte basta una crepa minuscola per far crollare tutto ciò che sembrava stabile. E perché forse non conosciamo mai davvero chi ci sta accanto.
Titolo: Possiamo ancora fidarci di chi abbiamo vicino?
Sottotitolo: Gabriele Muccino torna nelle sale cinematografiche con ‘’Le cose non dette’’ un film spiazzante e indagatore.
Nel suo ultimo film, Gabriele Muccino sfida gli spettatori con un quesito spietato: è possibile fidarsi delle persone che conosciamo e che abbiamo scelto di avere accanto?
Tutto comincia quando il capo della redazione di Vanity Fair di Elisa (Miriam Leone) invita la sua dipendente a prendersi una pausa dal lavoro, “a spostare lo sguardo”. Elisa è sposata con Carlo, scrittore e docente universitario con una cattedra in Filosofia (Stefano Accorsi), ed entrambi sono incastrati nel dolore per non essere riusciti ad avere un figlio. La coppia decide di organizzare una vacanza a Tangeri per staccarsi dalla quotidianità fatta di riti e pensieri e invita con sé una coppia di amici: Anna (Carolina Crescentini) e Paolo (Claudio Santamaria), che hanno una figlia, Vittoria (Margherita Pantaleo).
Raggiunta la città, la vacanza comincia e, insieme alla leggerezza del riposo, le sfumature oscure di ogni personaggio iniziano ad aleggiare come un vento burrascoso, rendendo il clima del viaggio iperteso. È una pellicola in cui la tensione dei segreti taciuti si fonde perfettamente con il caldo che imperversa tra le vie strette della città portuale. Muccino mette in scena un dramma da cui gli spettatori non hanno via di scampo. In questo film tutto è racchiuso nelle lacrime di Elisa, nel libro che Carlo utilizza per ritrovare la vena creativa, negli sguardi di Paolo, nelle crisi di nervi che attanagliano Anna e in un abbraccio sconvolgente di Vittoria a Carlo.

Guardare questo film è come ascoltare una storia la cui architettura è costruita su bugie, segreti e omissioni.
Miriam Leone veste i panni di una donna che si colpevolizza per non essere riuscita a dare alla luce un figlio. Sono le sue lacrime e lo sguardo perennemente assente, soprattutto nelle scene in cui il tema diventa il cuore della narrazione, a renderla reale e umana.
Stefano Accorsi interpreta un uomo di cinquant’anni che cura il corpo quanto la mente. Si perde in una relazione sessuale segreta con un’allieva del suo corso universitario, fino a cadere in un incubo persecutorio che finisce per distruggergli la vita.
Carolina Crescentini è una madre apprensiva, forse fin troppo. È colei che interpreta con forza e autenticità le “grida mucciniane”. Semplicemente perfetta.
Claudio Santamaria è un uomo che cerca di restare in piedi all’interno del nucleo familiare, interpretando i panni di un padre che tenta sempre la via della mediazione.
È il modo in cui Gabriele Muccino muove i fili della storia a rendere questa pellicola un vero e proprio viaggio nel fondo della mente umana. I colpi di scena si susseguono uno dopo l’altro, ancorando lo spettatore alla poltrona.
La prima parte del film è sentimentale: scorre e fa affezionare lo spettatore ai personaggi. Maggiore è lo spazio che il regista riserva alla storia di Carlo ed Elisa, espediente che porta poi all’introduzione, all’interno della dinamica familiare, di Paolo e Anna. La seconda parte, invece, diventa una corsa continua contro il tempo: i segreti dei quattro protagonisti emergono uno dopo l’altro, velocemente e inaspettatamente, fino alla conclusione, netta, spiazzante, scioccante.
L’intera pellicola ruota attorno a un quesito profondo: forniresti mai un alibi a una persona che ami con tutta l’anima e che si è macchiata di una colpa indicibile?
Una domanda che non è solo uno sfondo tematico, ma l’anima attorno a cui ruota l’intera storia. È la stessa domanda a cui, durante un pranzo a Tangeri, cercano di rispondere i protagonisti, interrogandosi a vicenda con dialoghi che sfociano in una discussione alla quale prende parte anche Vittoria, figlia di Anna e Paolo. È proprio in quel momento che Anna mostra i primi segni di una nevrosi pronta a esplodere: un’eruzione irrefrenabile che porta madre e figlia a uno scontro violento. Il regista pone qui l’accento sul complicato rapporto genitoriale.
Quanto è difficile accettare che i propri figli crescano?
Anna è una madre che non lascia respirare la figlia, che soffoca i dubbi che solleticano l’adolescente e la portano a porsi domande, come accade durante il pranzo quando gli amici intavolano il discorso sull’alibi. Anna esplode e colpevolizza tutti, sostenendo che la figlia sia ancora piccola, nonostante abbia tredici anni; Vittoria, stufa dei continui tentativi di spostare l’attenzione su altri discorsi, va in escandescenza e grida alla madre di lasciarla libera di vivere e di scoprire.
Se si volesse utilizzare un occhiale focalizzatore, il film avrebbe come tema centrale l’omissione. D’altronde lo spettatore stesso, fino allo svelamento di alcuni colpi di scena, non conosce la verità su ciò che è davvero accaduto durante la vacanza. Il film si apre con una chiara dichiarazione d’intenti: quello che si sta vedendo è un racconto, una narrazione personale degli eventi.

La storia inizia dopo i fatti di Tangeri per poi tornare, attraverso continui flashback, alla partenza, alla permanenza in Marocco e al ritorno concitato e adrenalinico in Italia. Il personaggio di Vittoria è ossessivo, attento a ogni particolare, soprattutto alle parole. È il personaggio a cui bisogna prestare maggiore attenzione, perché dalla sua storia scaturiscono interrogativi continui. La responsabilità delle azioni dei figli rimane sempre in parte dei genitori, oppure i fenomeni sociali — si pensi, ad esempio, all’avvento dei social network — ai quali sono costantemente esposti hanno una loro responsabilità?
Ecco l’altra grande domanda: siamo davvero disposti a fare i conti con le colpe di chi abbiamo accanto?
Notevole la scelta del regista di un’ambientazione perfetta come Tangeri per una storia che aderisce egregiamente al caldo afoso e alle vie labirintiche della città. Una pellicola “prova” che dimostra la grandezza e la bravura di un regista che l’Italia deve tenersi stretto.


