La Sicilia è un sentimento

La Sicilia di Antonio Spadaro è un miraggio, vive in una dimensione impalpabile, viscerale e magmatica.
In questo personalissimo itinerario nello spirito dei luoghi, Spadaro non invita alla sola contemplazione estetica o ascetica, tutt’altro. Il suo istinto lo chiama a entrare anima e corpo nell’esperienza, prendere contatto coi genius loci isolani attraverso gli odori, i sapori, gli stimoli tattili: sensazioni che non rimandano semplicemente a un’alterità metafisica, ma ne sono parte irrinunciabile.
Risalendo i percorsi della memoria e intersecandoli con una suggestiva sinfonia di echi letterari – da Dante a Ulisse in balia di Scilla e Cariddi, da Sciascia a Camilleri – Spadaro compone un emozionante ritratto della sua Sicilia, in gioco tra gli sfarzi del passato, l’irresistibile poesia del presente e la caparbietà di un’isola sempre capace di reinventarsi.
«La Sicilia non si spiega. Si sente» comincia così il viaggio immaginario ed immaginifico di Antonio Spadaro. Un viaggio che non deve essere sentimentale, nel senso romantico od emotivo. L’autore si appella alla Stimmung di Martin Heidegger per farci capire, fin dalla prefazione, cosa intende dire con l’affermazione che la Sicilia è un sentimento.
Stimmung è una parola tedesca non si traducibile con «emozione» né con «stato d’animo», ma con «tonalità fondamentale». Il termine deriva da Stimme, voce, e Spadaro rivendica che un’«accordatura» dell’esistenza. Stimmung viene da Stimme, che significa «voce», e dal verbo stimmen, che significa «accordare» uno strumento. Accordiamoci quindi sulle note della Sicilia, scegliamo la sua tonalità emotiva, per compiere un viaggio che è una «gnoseologia degli affetti» (p. 6).
Sebbene Spadaro si faccia accompagnare dalle pagine di Omero, D’arrigo, Consolo, e dalla topografia dello Stretto, il uso viaggio non intende essere né un viaggio letterario, né uno geografico.
Questo libro non è un saggio sulla Sicilia. Non è una raccolta ordinata di ciò che altri – scrittori, pensatori, artisti – hanno detto sull’isola e, in particolare, sullo Stretto di Messina. Non è una compilazione di voci autorevoli, non è una cartografia culturale, non è un’antologia ragionata. È un’altra cosa. È un viaggio sentimentale nella mia terra d’origine, con alcune soste musicali e culinarie, che danno respiro al flusso della memoria (p. 8).
Spadaro parla di una filosofia dello Stretto, che è riflessione sull’attraversamento e l’alterità. Per chi abita lo Stretto l’altro-da-sé è non distante, ma visibile in ogni minimo dettaglio.
Da ciascuna sponda dello Stretto, infatti, l’alterità appare un luogo vicino, riconoscibile, familiare: si scorgono le forme delle case sull’altro lato, il passaggio delle automobili, le luci che si accendono e si spengono sull’altra costa. L’«altro» è letteralmente di fronte a noi, a portata di sguardo, e tuttavia resta separato dall’acqua. Questo aspetto è filosoficamente significativo, perché evidenzia che l’alterità – pur rimanendo tale – è una realtà che si presenta concretamente dinanzi agli occhi. Vicinanza e distanza coesistono: la distanza tra le due rive è minima eppure ineliminabile; la vicinanza è tangibile eppure, senza lo sforzo di un attraversamento, resta irraggiungibile (p. 22).
La prossimità visibile tra le due sponde diventa anche visibilità del limite dello spazio che separa, unendo. Rende visibile che l'estraneità non è mai assoluta, ma differenza presente, osservanile quotidianamente. La filosofia dello Stretto ci consegna un'alterità che, proprio perché costantemente sotto gli occhi, non è possibile ignorare. Lo Stretto è relazione, sfida permanente. Chi abita questo spazio uìtopico, nel senso letterale del termine, vive nella tensione fra il «qui» e il «là», fra il familiare e lo sconosciuto – benché sia lì, davanti a noi. Lo Stretto di Messina invita chi lo osserva a meditare su questa vicinanza irriducibile dell’altro: l’altra riva è sempre lì, reale e nitida, e tuttavia mai completamente raggiungibile o comprensibile fino in fondo se non affrontando il mare di mezzo. In definitiva, la filosofia dello Stretto diviene la filosofia di un’alterità tangibile. Mantiene vivo il senso critico, il desiderio e la tensione dell’attraversamento, senza mai annullare la differenza. Il pensiero, per essere all’altezza dello Stretto, deve abitare questa contraddizione: riconoscere la presenza costante dell’altro e, al tempo stesso, l’impossibilità di una fusione totale (p. 22).
Lo Stretto non è solo visioni, ma anche miraggi, come narra Spadaro parlando dei fenomeni della Fata Morgana e della Lupa. Nel capitolo Pesce spada e granita (eh sì…sui nomi dei capitoli si poteva fare qualcosa…), ci viene narrato una delle dimensioni del piccolo braccio di mare: la conflittualità.
Non solo nei gorghi e nei mostri narrati da Omero, lo spazio di mare fra Scilla e Cariddi evoca il passaggio tra la vita e la morte, ma anche nell’affresco visionario di D’Arrigo, tanto l’Horcynus Orca quanto la pesca del pesce spada restituiscono la pulsione di morte, la tensione profonda che anima le acque mai tranquille dello Stretto. La pesca come lotta drammatica per la sopravvivenza è anche al centro dell’immaginario letterario di Vincenzo Consolo, e diventa un’allegorio del destino umano, della sua lotta sempre impari con la natura.
La pesca del pesce spada, praticata con le tradizionali «spadare», imbarcazioni sulle quali si ergono alte torri per l’avvistamento della preda, evoca un’esperienza profondamente drammatica, fatta di attenzione vigile, tensione estrema e inseguimento implacabile. Questa pesca rappresenta l’incessante lavoro dello spirito umano, che non si limita alla contemplazione passiva del mondo, ma è costantemente impegnato nella «caccia» al senso, alla verità, all’interpretazione (p. 28).
Spadaro racconta e trasfigura tutto nel paesaggio dello Stretto: i laghi, le rocche, l’Etna, i fari e i piloni (giganti silenziosi e abbandonati di una comunicazione superata, ma presente come ricordo), il vento. Non c’è solo un vento, ma tanti: tanti umori e atmosfere. Lo Scirocco che porta un sogno ambrato e il Maestrale pungente come lama d’aria secca, il grecale più sfuggente dei due.
Ma è lo Scirocco, che probabilmente rende i siciliani visionari, lo Scirocco
È un vento che rende porosa la realtà, la trasforma in racconto. È il vento dell’indecisione, delle inquietudini senza nome, dei pomeriggi sospesi in cui il tempo si addensa senza avanzare (p. 75).
Antonio Spadaro chiama i venti dello Stretto una fenomenologia del tempo vissuto. Nella mutevolezza atmosferica di Messina, «ci sono giorni sinfonici, giorni percussivi, giorni appena sussurrati» (p. 77).
Con una talentuosa capacità descrittiva, Spadaro ci mostra le albe sullo Stretto, il baluginio delle lucette oltre il mare, e poi arriviamo al capitolo La Fata e la Lupa (p. 92) ossia i due fenomeni che da tempi immemori hanno insegnato agli abitanti dello Stretto che la realtà è un’illusione e che non possiamo fidarci di ciò che vedono i nostri occhi. Il fenomeno ottico della Fata Morgana mostra «città sospese, architetture che galleggiano nell’aria e paesaggi mutevoli e irreali» (p.92) mentra la Lupa è «una nebbia densa e improvvisa che avvolge completamente il paesaggio, cancellando la linea dell’orizzonte e isolando le due sponde in un biancore lattiginoso, fitto e irreale» (p. 93).
Lo Stretto è visione e illusione, oltre che sentimento, apertura e prossimità.
Un libro che potremmo definire geofilosofico nel senso più vasto, nella capacità di non istituire uno iato fra natura e cultura.
La Sicilia è un sentimento
di Antonio Spadaro
Touring Club Italia
L’Autore
Antonio Spadaro è un giornalista, teologo e critico letterario italiano, dal 2011 al 2023 direttore della rivista La Civiltà Cattolica e dal 1º gennaio 2024 sotto-segretario del Dicastero per la cultura e l’educazione. Laureato in Filosofia nel 1988 presso l’Università degli Studi di Messina, entra subito dopo nel noviziato della Compagnia di Gesù.


